“Il racconto dei racconti – Tale of tales” (regia di Matteo Garrone): ognuno c’è per l’ossa e per la pelle.

Schermata 2015-05-18 alle 23.52.47La sceneggiatura era già scritta: cruda, crudele, spietata. Come solo le fiabe sanno essere. Le fiabe originali, intendo, non le versioni edulcorate della Disney (che pure adoriamo, specie sotto Natale).
Garrone, per recuperare dall’oblio “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, ci ha messo la magia, quella del cinema: costumi, fotografia, scenografia, musica e regia impeccabili. La sua è una pellicola di grande impatto visivo, di rara eleganza, che non ha nulla da invidiare – per la resa reale degli elementi di fantasia – alle colossali trasposizioni tolkeniane di Jackson.

Ma qui è la storia del nostro passato: è il richiamo alle origini, a letture perdute, che scava dentro una lingua dimenticata, elaborata, oggi per noi incomprensibile e quindi tradotta, che sarebbe da leggere a voce alta per essere meglio colta – forse anche minimamente compresa – nelle sue ricchissime sfumature.

Re, regine, orchi e draghi marini, streghe, foreste, funamboli e mangiafuoco, gemelli, cuori strappati dal petto, tornei per avere in moglie una principessa, latte miracoloso, pelle scorticata per insegnare a noi una morale che annaspa tra pulsioni, crudeltà, voglie: le sequenze da brivido e le lunghe battute d’arresto rendono, grazie a una regia eccezionale, crudamente reale la fiaba. La telecamera ci tira dentro la scena: siamo noi a correre rasente i muri del labirinto dietro ad Elias, a vedere Viola che ci viene incontro per scappare dall’Orco, a camminare dietro alla vecchia scorticata.

Ho più volte chiuso gli occhi, più volte distolto lo sguardo, più volte son rimasta a bocca aperta, io bambina: stupita, spaventata, meravigliata, disgustata. Per vedere “Il racconto dei racconti” bisogna abbassare la guardia e lasciarsi portare dentro un mondo in cui le passioni si incoraggiano, si dissetano, mettendo in gioco la pelle, fino a scalfirla.

Il film è ricco di elementi evocativi, poderoso nelle citazioni, nei rimandi, ricamando un incastro che confluisce tutto dentro la stupenda fortezza di Castel del Monte. Ma le mura dei castelli hanno brecce vulnerabili: come la pelle, corazza sottile e fragile, motivo costante dei tre racconti, che gioca con le donne, mettendo alla prova l’umana presunzione, vanità, tracotanza.

La pelle tradisce il patrimonio genetico del drago marino vissuto al riparo dalla luce e che sulla terra genera figli albini come Jonah ed Elias; è specchio implacabile del tempo che passa per Dora; è infine scherzo della natura reso oggetto di un torneo in cui la superbia reale tracima in tragedia, ma anche in occasione di riscatto, per Viola.

E’ il nostro perimetro: ci limita dentro un confine, tradisce quel che siamo, svela la nostra origine costretta nel tempo e nello spazio. A momenti chiediamo il buio, per nasconderla, oppure la rinneghiamo, per averne una nuova; vogliamo sapere da dove viene, a chi appartiene, per controllare noi soli la natura. Ma più forte della pelle, e del suo colore, è la sua totale assenza: “non si può separare ciò che è inseparabile”, ciò che proviene dalla stessa acqua, dallo stesso essere marino che si è spiaggiato e ha dato il suo cuore mandando, per una sconosciuta magia, le sue schegge per il mondo.

Film da non perdere: voto 5/5


Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine

Schermata 2015-05-04 alle 00.04.59Quando uno fa il giro del mondo finisce per prenderla, la febbre gialla: non conto più il numero di fine settimana trascorso fuori casa, e le pause pranzo rubate mangiando in scatole di plastica il riso e le verdure che mi cucino di notte.

So solo che, quando ho cominciato questo tour, sulle Dolomiti nevicava e non era ancora ufficialmente primavera.

E lì ho chiuso l’inverno con l’ultima ciaspolata al rifugio Scoiattoli di Cortina, posto dell’iniziazione della mia grande passione per le scarpinate da backpacker in montagna. Al cinema doveva ancora uscire Wilde, per dire.

Sono andata a cercare il mio alter ego, la Slivovice, a Praga (di cui tengo ancora al caldo la recensione, tra mille appunti e foto da sistemare), perché solo un distillato può contenere l’essenza di una donna di spirito.

E ho finito per mescolarmi pericolosamente con l’assenzio, scoprendo così che la città di K., coalizzata con il genio di David Cerny appeso per le strade, aveva scalzato in due giorni il primato di città del mio cuore detenuto da oltre un decennio dall’amatissima “rote Wien”.

Sono passata dai 0 gradi di Venceslao ai 30 di Satchmo a New Orleans, a sentire il profumo di una primavera incantata dai fili di perle sulle querce del Garden District e a sconfiggere l’alligatore delle bayou addentandolo nel po’boy innaffiato dal Sazerac dei locali jazz di Frenchmen street: mi sono inebriata del profumo di un’estate profonda e caraibica, quella che nel 2014 mi si è completamente negata.

Al ritorno, in lotta serratissima con il jet lag, non potevo che prendere la febbre gialla, catapultata in Asia: tempo di Far East Film Festival a Udinè (con l’accento, come lo pronunciano gli ospiti venuti dal lontano oriente), la manifestazione internazionale più esotica che si possa immaginare in una cittadina di confine.

Nove giorni di occhi a mandorla: 61 film in totale nell’elegante teatro cittadino.

Ne ho visti 25, alternando il lavoro (carico e particolarmente intricato in questo periodo) alle proiezioni.

Ma con la collaborazione del gruppo di amici cinefili, altrettanto febbricitanti, non ne abbiamo perso uno.

Uno squadrone di poco più di dieci persone, tutte capaci di vedere cinque proiezioni al giorno ed esserne entusiasta davanti al calice finale nell’enoteca allestita al teatro.

Oggi, primo giorno del post FEFF, un hangover cumulativo che dovrà essere smaltito lentamente, tornando presto alla normalità (più o meno i tre film giorno di Truffaut del suo motto: “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte”).

Spendo ancora poche parole per l’organizzazione: Sabrina Baracetti, presidente del Centro Espressioni Cinematografiche e Direttrice artistica del Festival, è colei che guida da diciassette edizioni uno degli eventi più importanti in Occidente sul cinema asiatico.

Ha certamente una grande squadra alle spalle, magistralmente condotta, e alleati di pari importanza (Thomas Bertacche della Tucker film su tutti).

A lei va ritualmente il palcoscenico per le presentazioni: sempre misurata, emozionata, appassionata e partecipe; cede lo spazio agli ospiti, parca nelle sue apparizioni, non prevale mai. Coinvolge invece il pubblico, rendendo il (giusto) ruolo di protagonista a chi con affetto dimostra negli anni fedeltà alla sua creatura.

Ho in mente il breve passo con cui indietreggia quando offre il microfono agli ospiti: un gesto di profonda stima e rispetto per i maestri, le celebrità e le promesse del futuro che vengono a Udine per proporre le loro opere.

A lei va la mia massima ammirazione e stima.

Ecco, ogni anno, quando finisce il FEFF, penso che dalla Baracetti vorrei sentire ancora qualcosa: è una persona dalla quale c’è molto da imparare.

***

Di seguito il mio elenco, per non dimenticarmi più di questa fantastica edizione.

Dragon Blade – Hong Kong. Jackie Chan sul palco è elastico come lo è nei film. Vedere la leggenda dal vivo è stato un grande privilegio. Il blockbuster porta un messaggio di pace ante litteram. Brody fa il romano cattivo, Cusack il romano buono. Inno in latino da brividi. Voto 3/5

My ordinary love story – South Korea. Una sdolcinata angoscia: il fidanzato premuroso e sfigato che non ti aspetti abbia un debole per la macelleria umana. Voto 2/5

The last executioner – Thailand. Un Pierrepoint versione buddista che suona Elvis e uccide senza obiettare, perché il braccio della morte è “alla fine della cascata”. Voto 5/5

La la la at rock bottom – Japan. Licia e i Bee Hive mi piacevano. La musica offre la possibilità di una nuova vita. Voto 3/5

The gifted – The Philippines. Anne Curtis Smith è un idolo: nel film è bella, intelligente e stronza; ovvio che una così se la cava sempre con un semplice: “I’m sorry”.

“Intelligence is the new black. Smart is the new sexy” è diventato il motto del FEFF17. Voto 3/5

Women who flirt – China. Fare il maschiaccio è un problema: quando l’amico storico si innamora di te, lui pensa di essere gay. Finale con geniale omaggio a Ghost. voto 3/5

Confession – South Korea. L’assicuratore cerca sempre di fotterti. Troppi legami, durata di venti minuti in eccesso. Voto 2/5

The royal tailor – South Korea. Costumi fantastici, storia senza lieto fine, ma immensa. Notevole l’attore Go Soo. Voto 5/5

Kung Fu Jungle – Hong Kong/China. Botte da orbi con massima espressione delle arti marziali, ma trama prevedibile, per non dire assente. Voto 1/5

Rubbers – Singapore. Il preservativo è letale: dramma surreale con slanci divertenti. Voto 2/5

Sara – Hong Kong. La prostituzione minorile per le strade della Thailandia. Film importante, ma a tratti stucchevole. Voto 3/5

Make room – Japan. Alla claustrofobia giappo siamo abituati. Qui ci chiudono nella sala trucco di un set pornografico. Ma il confronto con “Be my baby” dell’edizione FEFF16 è in perdita: quello era geniale. Questo osa, ma non prende il volo. Voto 1/5

Café. Waiting. Love – Taiwan. Simpaticissima fiaba che frulla insieme caffè, uomini in bikini per una scommessa persa, un cavolfiore al guinzaglio, un angelo, la morte, un mafioso buono, l’amore. Mi ha convinta, da rivedere. Voto 4/5

How to win at checkers – Indonesia/USA/Thailand. Delicato sguardo su come si parte militari partecipando a una lotteria. Lo spaesamento viene dalla disinvoltura con cui il film approccia l’omosessualità e la transessualità. Film poetico, che offre uno sguardo affettuoso sui protagonisti. Voto 4/5

Cart – South Korea. Lo sciopero è un diritto sacrosanto. Voto 4/5.

My love, my bride – South Korea. “A piedi nudi nel parco” versione a mandorla. Voto 3/5.

The last reel – Cambodia. Film importante, che racconta in maniera rispettosa e senza pesantezza il dramma violento di un Paese che ha ingoiato attori, registi e artisti sgraditi a Pol Pot. Un buco nero nella filmografia cambogiana dal quale si sono salvati solo 30 film. Argomento del quale dovremmo tutti sapere un po’ di più. Voto 5/5

Gangnam blues – South Korea. Durissima tenere il filo delle gang coinvolte in questa storia anni Settanta. Delinquenti in abito elegante: Lee Min-ho va tenuto d’occhio. Voto 3/5

My brilliant life – Souht Korea. Storia insolita su un ragazzo malato di progeria: inesorabile nell’epilogo, eppure delicata e coinvolgente. Lacrime sul finale: film che merita successo. Voto 4/5

20, once again! – China. E anche con questo ho visto una Cina che non conoscevo: molto occidentale, dagli interni alle stradine di città. Commediola simpatica (chi non vorrebbe avere di nuovo venti anni?), ma non al livello di Woman who flirt. Voto 3/5

Port of call – Hong Kong. Un tizio confessa l’assassino di una sedicenne; il poliziotto non gli crede: vuole capire il motivo. Film truce (sangue, testa mozzata e feto inclusi). C’è chi è uscito dalla sala. Io ho chiuso gli occhi, ma un film senza suspense non regge solo con un cadavere macellato. Voto 1/5

The man with three coffins – South Korea. Film restaurato del 1989. Sfondi colorati in giallo, blu o rosso a seconda del flash back e del tema (come se il mondo fosse osservato dai vetri colorati raccolti per strada, ci svela in sala Darcy Paquet). La stessa attrice interpreta la moglie morta del protagonista, una prostituta che muore soffocata tra le convulsioni e un’infermiera (mi ricordava il Bunuel di “Quell’oscuro oggetto del desiderio”). Il protagonista invece ha problemi di erezione. Viaggio spirituale in paesaggi montani che sembrano la nostra Carnia con la Amariana innevata. Sonoro disturbante, danza sciamanica finale lungo le sponde di un lago. Splendida l’immagine del traghetto tra le onde che evaporano. Senza voto perché fuori concorso.

Siti – Indonesia. Neorealismo in bianco e nero. Film lento, duro e di imponderabile tristezza. Lascia un senso di nausea (in perfetto stile Moravia) per i lunghi piani sequenza e l’ineluttabilità dell’epilogo. Il film è anche ben fatto, ma la durezza è implacabile. Voto 2/5

Forget me not – Japan. Come vedere “South of the border, west of the Sun” di celluloide. Chi ama Haruki Murakami, e ammette qualcosa di paranormale, sa. Splendido l’omaggio ai “400 colpi” di Truffaut. Voto 5/5

The taking of Tiger Mountain – China/Hong Kong. Sono crollata per la stanchezza. Qualche proiettile al rallenty di troppo: non è il mio genere. Voto 2/5


Dancing with Maria, regia di Ivan Gergolet

Schermata 2015-03-01 alle 17.41.43Se ascolti il ritmo della pioggia, non è sempre uguale.

Può essere veloce, o più lento. Tic, tic, tic-tic-tic.

La pioggia entra nella terra e le dà il ritmo.

Su quella terra, leggera come una piuma, si muove l’argentina Maria Fux, sperimentatrice, pioniera, avanguardista della danzaterapia, ancora oggi attiva docente all’età di 93 anni, pasionaria, ma solo per il fiore (pasionaria in spagnolo è termine che può indicare diversi fiori) che porta sullo chignon, unico indizio che tradisce le sue origini di ballerina classica, rigorosamente sgargiante e in tinta con l’abito: a contraddistinguerla, infatti, sono la delicatezza dei gesti, la scelta misurata delle parole e uno sguardo empatico, indulgente, sull’umanità che riempie il mondo.

All’altro capo dello stesso mondo, nell’atmosfera nostalgica della mitteleuropa che ancora aleggia su Trieste, c’è Martina Serban, oggi psicologa, da sempre danzatrice.

Me la ricordo con uno spesso cappotto di lana, i capelli color porpora sciolti sulle spalle, gli occhi di un turchese ipnotizzante, i movimenti delicati, un sorriso ampio: allora, quando eravamo adulti in potenza, i giorni trascorrevano noiosi tra i banchi del liceo, tra letture, versioni di latino e derivati. Passata metà della nostra vita, ritrovo sullo schermo la stessa chioma porpora e lo stesso sguardo turchese, che ora riconosco empatico come quello di Maria: è lei, Martina, la scintilla dello splendido documentario che è valso al regista Ivan Gergolet, suo marito, il premio Civitas Vitae nella selezione della 29.ma Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia.

Partendo dall’idea di conservare un ricordo dei loro giorni argentini mentre Martina frequentava l’“estudio” di Maria Fux a Buenos Aires, Ivan Gergolet regala alla moglie (e a noi) uno scrigno che contiene il prezioso e profondo insegnamento di Maria: ci accompagna in punta di piedi nelle stanze del laboratorio di danza, ci offre il caleidoscopio delle sue giornate, ricostruisce per noi la sua storia, ricercando tra super-8 e ritagli di giornali dimenticati le tappe di una donna eclettica e instancabile.

“Yo comienzo”, dice Maria, quasi impaziente, proprio all’inizio del film: sa che il tempo a disposizione si riduce sempre di più e vuole salutare con un buongiorno la vita che le ha offerto “molto, qualcosa, poco e niente”.

Maria introduce gli allievi alla consapevolezza del proprio corpo, al superamento dei propri limiti attraverso la percezione interiore della musica, del ritmo e del movimento.

Nel laboratorio di Maria non solo sono tutti benvenuti, ma tutti “vuelven”, tornano, perché tutti possono danzare: chi si muove in stampelle, chi non può vedere, chi ha in più quel cromosoma che lo dota di grande affettività, chi addirittura non può sentire la musica, ma può sperimentarne il ritmo attraverso il quale toccare armoniosamente l’aria, lo spazio, il tempo.

Non c’è la pretesa di guarire una patologia che la medicina ha scientificamente classificato: chi conosce i propri limiti impara però a dialogare interiormente, trovando così una forza e una nuova possibilità espressiva.

Su quel parquet del palazzo dell’Avenida Callao, Maria e Martina sono i due volti del Maestro e dell’Allievo: necessitano uno dell’altro, si arricchiscono reciprocamente, si completano a vicenda. Il film è una riuscita sintesi della poesia, dell’armonia che Maria Fux ha cercato, raggiunto e trasmesso a generazioni di danzatori che l’hanno incontrata.

“Immagina un filo che parte dalla tua testa, che ti fa alzare e camminare dritto su questa linea”, mi dicevano i fisioterapisti quando ho appoggiato le stampelle e ho cominciato a muovermi (di nuovo) da sola nello spazio. Quel filo non c’è nella realtà: la mente però lo vede con la forza che ha dentro, e quella forza solleva il corpo e lo invita al movimento. E il corpo va.

L’esperienza attraverso cui Gergolet ci porta, filtrata dai racconti degli allievi di Maria, è accompagnata dalle musiche intime di Luca Ciut, giovane compositore giuliano: il suo colpo di genio sta tutto nel costruire una delicata melodia su movimenti di riprese già complete, con lo scopo di accompagnare lo spettatore nella crescita che ha maturato chi le ha realmente vissute.

La splendida colonna sonora realizzata da Ciut (disponibile sul sito personale del musicista) dice quel che le parole spesso non riescono a raccontare.

Racconta Maria:

Nell’autunno del 1942, guardando un albero in autunno e una foglia cadere decisi di fare quel tipo di danza.

Ma quando cercai una musica adatta, non la trovai.

Allora chiesi alla foglia d’autunno: “Hai bisogno della musica per muoverti?”

La foglia rispose: “No, ho bisogno del vento”.

I nostri movimenti uniscono il tempo trascorso, quello attuale, il futuro: noi danziamo ogni giorno la vita, al ritmo del vento.

Disegnandolo sui suoi spartiti, Ciut lo sente, lo vede, lo ascolta e ne propone il delicato afflato.


Si tratta di scegliere tra due vaffanculo – The Grand Budapest Hotel vs Boyhood

Tutto sta nello scegliere tra due “vaffanculo”.

Schermata 2015-02-16 alle 22.54.15 “What’s the meaning of this shit?” – The Grand Budapest Hotel

Adoro Schiele (ma non ho un quadro in camera come “Tutte le ragazze con una certa cultura”), e adoro Wes Anderson.

“The Grand Budapest Hotel” è un grande, immenso, volo di fantasia: una fiaba come un bon bon di pasta di zucchero. Profumata con la migliore colonia, curata, dettagliata, elegante, raffinata.

La pellicola mi è piaciuta così tanto che l’ho pure vista due volte.

Il cast è eccezionale: Norton, Fiennes, Murray, Keitel, Law, Dafoe, Brody, Wilkinson (ritrovarlo nei panni del buon Zero anziano mi ha confuso dopo essermi abituata al Dar Adal di “Homeland”). Sono tutti accorsi per un cameo, per un contributo al gioiellino immerso negli anni Trenta di una località di montagna che parrebbe tanto essere Svizzera ma che in realtà si trova nel cuore di una Mitteleuropa perduta (il nome dell’Hotel richiama lo splendore magiaro, una fetta di torta esterhazy, se non la nobile famiglia tutta).

C’è neve, ci sono saune rilassanti, cure, delicatezze e riposo. Humor mescolato a un noir d’autore. C’è un concierge devoto e premuroso. Un avvocato, la polizia, musei, dita tagliate, tele, arte.

C’è una follia che avanza e imperversa con modi ruvidi, volgari, irrispettosi, scuri, voraci e ingordi di denaro e che ammantandosi di un simbolo a doppio fulmine ricorda tanto l’orribile doppia S.

Ma è una tela spezzata a dare la cifra del male. E’ un quadro che, perdendo il confronto con l’inesistente Van Hoytl (preferito dal colto e raffinato Monsieur Gustave H.), rimane al Castello, per essere schiantato da Adrien Brody (“und Taxis”) perché Schiele con le sue inconfondibili pennellate nodose ha la colpa di aver dipinto una scena lesbo, che viene liquidata con un gesto iconoclasta e una bestemmia: “What’s the meaning of this shit?”.

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“Come on, man! Turn this shit off!”- Boyhood

Amo Linklater, e a Vienna e Parigi ci sono andata dopo aver accuratamente ripassato i suoi “Prima dell’alba” e “Prima del tramonto”.

Sarà destino che ora mi porti nel Sud dell’America facendo la magia con “Boyhood”: l’incantesimo è fatto di intimità, colonna sonora (le sue sono sempre speciali, ho cercato per anni “Come here” di Kath Bloom, e adesso ho già “Hero” sull’ipod), delicata empatia dello sguardo sulla vita, gli errori, le scelte, la comprensione, gli incoraggiamenti, le delusioni e le lotte che accomunano il percorso di tutti gli adolescenti dell’impero occidentale.

La professoressa che dice “floss” al giovane Mason che sta per partire per il college mi ha trafitta: citazione del “Sunscreen Speech” di cui non mi sarò accorta solo io. E non intendo quello di The Big Kahuna, ma quello vero di Mary Schmich sul Chicago Tribune, che guarda caso scoprii durante i miei mesi felici da expat PhD student in Olanda.

E nel film c’è tutto sull’istruzione americana (community college, in-state or out-of state tuition, veterans, perspective students, international!).

C’è Britney Spears, il Game Boy, il Mac, Harry Potter, Twilight. E pure un omaggio a “The mocking bird” che più Sud di così non c’è.

Ma sopra ogni cosa c’è quel “Come on, man! Turn this shit off!” sulla scena di un film dell’orrore.

Per un momento ho pensato a “The Blair Witch Project”: Hawke (fedelissimo a Linklater e in odore di un Oscar che sarebbe meritatissimo) torna a casa coi figli e ci trova l’amico sul divano davanti alla tv che restituisce immagini di uno scantinato sconnesso filmate da una telecamera a spalla e urla disperate di una donna che sta morendo ammazzata. Non sono sicura che sia una scena di quel film, ma considerati gli anni potrebbe anche esserlo. “Avanti, amico: spegni questa merda!” mi libera dal trauma orribile nel quale sono caduta dopo aver visto “The Blair Witch Project” al cinema.

Non sono andata nel bosco dietro casa per mesi. E non nego di ripensarci ogni volta che, attraversando un bosco o una pineta durante le mie camminate, mi capita di trovare rami disposti in forme che potrebbero sembrare figure: non le tocco.

***

Ecco, le due espressioni sono come due vaffanculo: violento e distruttivo il primo, deciso e protettivo il secondo.

Da un vaffanculo ignorante e cattivo urlato in un castello buio di un posto immaginario dell’est, terra alla quale sono peraltro emotivamente e geograficamente legata, a quello maturo e liberatorio dell’America, di sole e di musica.

E niente, si tratta di scegliere se ricevere o dare un vaffanculo; ma non è poi così difficile: la TV si spegne, i profili facebook si possono oscurare, perché c’è tutto un mondo colorato da vedere.


The Special Need al Trieste Film Festival 2014

ImageA Trieste si deve arrivare dall’alto, per sperare di vedere le luci sul mare.

Ma è arrivando dentro la nebbia che il Golfo è ancor più crocevia, avamposto di confine, ultimo baluardo asburgico, eleganza evanescente di intellettuale sapienza e ruvida carezza dalle mani di pescatore.

Mare e cielo sono un muro di mistero, che addensa le aspettative e le culla per noi dietro il sipario rosso dell’atrio della sala Tripcovich, che si alza sul Trieste Film Festival: palcoscenico specializzato in film dell’Est, di quell’immenso Est che ci alita sul collo la Bora che arriva dalla “porta di Postumia”, quell’apertura tra le Giulie dalla quale abbiamo aspettato l’arrivo del sole dell’avvenire a illuminarci, e che ora è spalancata per storie e ricordi di epigoni di rivoluzioni passate e presenti (da Lech Walesa alle Pussy riot).

In concorso c’è The special need, regia di Carlo Zoratti, con Alex Nazzi, Enea Gabino, Carlo Zoratti, prodotto da Erica Barbiani ed Henning Kamm. Siamo lì per quello.

Non racconto la trama e non assegno giudizi: ho dato il mio voto segreto all’uscita dalla sala. Del resto, che il film sia un gioiello lo dicono i riconoscimenti ricevuti ovunque: selezione ufficiale al Festival di Locarno, selezione ufficiale all’International Documentary Film Festival di Amsterdam, selezione ufficiale al CPH:DOX di Copenhagen, vittoria del Dok al Festival di Lipsia. A tutto questo ora si aggiunge il primo premio al Film Festival di Trieste: dev’essere proprio bello vincere in casa.

E non è solo per le persone, bellissime, con le quali condivido l’esser nata in questa terra mescolata e ruvida, che The Special Need mi ha emozionata. O per la loro bravura, per l’empatia che creano con naturalezza. O per l’interpretazione così spontanea e disarmante di Enea. Ma è anche per tutte le emozioni che ho provato: durante la proiezione, e nei giorni seguenti.

L’inizio è una bestemmia in mezzo alle rose, una bestemmia che segue la paura e che è tanto friulana quanto sincera: conferma e poi scioglie in un abbraccio un’amicizia assolata e giovane. Ai bordi di una piscina estiva (viene in mente quella di Goodbye Columbus di Roth), i corpi in costume si mostrano e si chiedono cos’è fare sesso, cos’è cercare una ragazza: in due, è condividere.

Poi c’è il disincanto di vivere in un Paese in cui si punisce chi va a far l’amore che si dissolve presto in una fuga per tre in Austria. “Andiamo all’Andiamo”, si dice da queste parti: i casini oltre confine hanno nomi italiani, quasi una pernacchia al popolino di baciapile che siamo.

Ci sono anche le esplosioni nelle cave di pietra: i nostri nonni ci hanno lavorato, da emigranti.

C’è l’ecolalia che confonde il pensiero che sia veramente personale: allora serve tempo, occorre tranquillità, e pensarci una notte. Perché per la prima volta servono calma e spontaneità.

C’è la tristezza di fronte al cinismo di chi ci racconta l’impossibilità di trovare un amore così bello come lo immaginiamo.

E poi ci son le dita che asciugano le lacrime dietro agli occhiali, li spostano ma non li tolgono, in silenzio: e solo chi porta gli occhiali sa come si piange da lì dietro. E solo chi viaggia impara cos’è toccare un corpo, una carezza: mi hai accarezzato tu, adesso tocca a me.

E allora il pudore accorato di un coro che canta “Ave o vergjine us saludi” provoca un brivido che colma gli occhi. “Che o lu cjali, che o lu tocji, che lu bussi chel ninin”: l’innocenza della verginità si apre a una notte che è amica e che ci mostra il viso bello della Luna.

La musica. La musica meriterebbe da sola una menzione speciale. E le tracce: la 5, la 10, la 11 … non lo facciamo tutti di saltare da una canzone all’altra nei cd che ascoltiamo in auto? O ripetere quella, sempre quella, che ci piace di più?

Cito (a memoria, e scusate se sbaglio) il passo più delicato e universale del film.

“Vedi Enea, se io dico che quella porta è molto bella, che è fatta bene e che è la porta più bella che ho visto, forse lo dico anche perché in quel momento mi manca qualcosa. Forse in quel momento ho proprio bisogno di una porta. Perché a casa mi manca. Tu mi dici che questa ragazza nella foto è molto bella. Ma perché ti piace così tanto? A te cosa manca, Enea?”

“L’amore. Mi manca l’amore”.

Fa ridere e commuovere, come solo le migliori pellicole son capaci: The Special Need ha tanta, tanta, tanta strada davanti.

Trailer qui –> The Special Need – Trailer


Venuto al mondo – Mixed feelings nei Balcani

«Mixed feelings», mi diceva Petra, la mia amica nata nella allora Jugoslavia, che parla sloveno e serbo-croato, mentre salivamo a Kuća Cveća. «Mixed feelings», per esprimere quel che pensa oggi la generazione dei trentenni del generale Tito. Sentimenti misti, mescolati, contrastanti, emozioni di pancia, viscerali, che sono assieme mancanza o nausea, rifiuto o nostalgia malcelata.

I Balcani son così: un groviglio che ti entra dentro come un pugno, ti toglie il fiato. Un’apnea, un’assenza, un desiderio continuo.

C’erano attorno i rosai in fiore, sul finire dell’estate, c’erano le fiaccole lignee delle olimpiadi giovanili appese alle pareti della stanza del mausoleo. C’era, in lontananza, il palazzo della polizia con i segni della guerra. E uno stadio tutto nuovo: ci siamo fermate prima a guardare dalle grate, e poi sulle gradinate, a parlare di quanti anni aveva lei, quando tutto era cominciato. O quando il passato era finito e cominciò a mangiarsi il futuro. Era partita dagli stadi, la guerra.

Finito di stampare nel mese di ottobre del 1991: è stampigliato nella terza di copertina “Jugoslavia. Suicidio di uno Stato”, di Dino Frescobaldi. Quell’anno mia sorella frequentava l’anno integrativo delle magistrali e si era scelta come  tema la fine della Jugoslavia. Le avevano consigliato quel libro: il più aggiornato. La guerra doveva ancora venire: io sbirciavo. A 12 anni era presto per capire. Sarà per quello che poi, quando è toccato a me, facevo ricerche sulle guerre balcaniche del 1912-1913 e ascoltavo rapita il mio prof. di lettere che ci leggeva le pagine di “Balkan Express”.

E si sentiva, oltre il confine, lo sfaldamento, lo sfinimento, il rifiuto di un’appartenenza alimentata da un polmone artificiale, e il rancoroso desiderio della scissione: dal socialismo sventurato, dal resto di una nazione che aveva voglia di farsi male per finire.

Si andava a fare benzina, a comprare la carne. Si andava d’estate a visitare l’ospedale partigiano di Franja con mio nonno, che la guerra l’aveva fatta. Poi, per un periodo, si smise di andare: erano le voci della guerra che arrivavano fino a noi, appena a 12 km dal confine. Quando tornammo in Slovenia, dai dinari erano passati ai talleri. Dicevano “tolar”: e sembrava di sentir dire dollaro. Avevano scavalcato il muro, la cortina, erano in Occidente: di qua, con noi. A inseguire il miraggio dell’Europa unita.

La Croazia ci mise di più: le bombe slabbravano palazzi, la costa, le fortezze dell’Adriatico. E fece in tempo a maturare la schizofrenia di mettere al bando le “cinque streghe” croate, cinque scrittrici femministe, che denunciavano gli stupri di guerra delle milizie serbe per essere crimini contro le donne, fossero esse musulmane, cristiane, ebree. Streghe, le chiamò Letica in un articolo anonimo, perché non marchiavano come sistematico mezzo di guerra l’atrocità serba di ingravidare le donne di altre etnie. Ma come deve essere uno stupro? Si può dire etnico, si può dire religioso? Come se non fosse già tutto, e abbastanza, il gesto: non sia la religione a determinare la gravità di un crimine, ma la violenza sulla vittima che lo subisce, che mentre lo vive sulla sua persona non sa nemmeno se può più credere in un dio, qualunque esso sia.

La Bosnia, Sarajevo, invece, furono prostrate, inginocchiate, umiliate, devastate. «Lettera 1920» di Andrić schizzava quei giorni dalle pagine: cristiani, ortodossi, musulmani ed ebrei iniziavano a mangiarsi di odio, che veniva dalle viscere e chiedeva sangue e devastazione. «I ponti» erano tutti un unico ponte, quello di Mostar: due monconi annichiliti a cercarsi in un’arcata immaginaria. Un desiderio di congiunzione, una mutilata mancanza.

Ho comprato “As if I am not there. A novel about the Balkans” di Slavenka Drakulić con Petra, in una libreria sulla Kneza Mihaila, a Belgrado. E’ un libro del 1999, parla di questo: c’è S., una giovane maestra bosniaca, che viene stuprata dai serbi, presa e imprigionata in un campo femminile, seviziata. Quando riesce a salvarsi e scopre di essere incinta, è troppo tardi per abortire. Ha dentro il male, figlio di un dio cattivo, che lotta contro di lei per vivere e venire al mondo. Mentre lo sfogliavo, Petra si guardava in giro e diceva: «è una cosa curiosa, è quasi bella, che questo libro su una donna bosniaca sia qui, su uno scaffale in Serbia».

Poi anche Belgrado ebbe la sua dose: Bilijana Srbilianović, che avrei visto anni dopo sul palcoscenico del Mittelfest di Cividale, raccontava la vita (di intellettuali e non) a Belgrado sulle pagine de La Repubblica, sotto le bombe intelligenti della NATO.

Mentre noi occidentali guardavamo al televisore il videogioco dei bersagli. E i servizi di Ennio Remondino davano voce, e qualche volta immagini, alla guerra che sbrodolava fuori dalle nostre coscienze: ogni volta pensavo che un cecchino l’avrebbe preso, stecchito.

Dentro “Venuto al mondo” c’è tutto questo. Ci sono i Balcani, c’è la guerra, c’è la forza irrazionale, il desiderio di vita e distruzione. Eros e Thanatos. C’è la ricca, bella donna occidentale che vuole tutto e tutto prende, senza nemmeno chiedere: riceve. E quasi non sa dire grazie. C’è l’occidente che si commuove alla televisione e poi torna a fare l’aperitivo. Ci sono gli intellettuali dei Balcani che non credevano alla guerra: e c’è l’odio che monta negli stadi. Ci sono i fotoreporter. C’è l’amore in un paese in pace che si sfilaccia dentro troppe cose, dentro al desiderio senza condizione di un figlio che non viene: ci sono provette, ormoni, medici, cliniche. Ci sono le scarpe da ginnastica con le luci, le donne che pagano per affittare uteri. C’è l’Occidente che compra tutto e paga sempre, in marchi. C’è la corsa al saccheggio cavalcando dentro un Est sempre più povero, sempre più indietro, sempre più umile e umiliato, che vende tutto per avere la possibilità di imitare la nostra vita. Poi ci sono gli stupri, i campi di concentramento femminili (e non so se la Mazzantini ha circolato quel che ha scritto la Drakulić, inventando Aska), la droga per sopravvivere al dolore e cercare la cosa bella. C’è la pietà. C’è il rimorso, il rimpianto. C’è il buco nero che tira tutto dentro, che inchioda al presente e si mangia il futuro: la guerra è morte; la mancanza di un figlio ti lascia sola con la tua, di morte. Poi ci sono i ricordi, dannatissimi e feroci ricordi: macerie per le strade e cocci scheggiati dentro il cuore. E poi ci sono amori diversi. Amori da grandi. Diverse possibilità per una necessaria riconciliazione nella sopravvivenza: le guerre finiscono, le persone vivono ancora.

Le pagine scritte danno il tempo di drenare le emozioni, di commuoversi, di lasciare che tutto scorra dentro e rapisca fino all’ultima pagina. Quelle cose lette, sentite, viste nei Balcani sono tutte lì dentro.

Ma la pellicola è fatta per chi ha letto il libro. Mancano troppe cose: e so che non tutte potevano starci. Manca Genova, mancano le foto delle pozzanghere, quelle dei piedi nella metropolitana che tappezzavano i muri della casa di Gemma e Diego. Mancano le telefonate senza parole di Diego. Mancano i capelli di Gemma che diventano via via più corti. Mancanze: sono le tracce balcaniche.

Ringrazio Castellitto per avermi risparmiato la clinica ucraina, per avermi risparmiato Anthe e la povera umiliazione di una madre che venderebbe suo figlio se il marito glielo consentisse. Lo ringrazio per non avermi fatto vedere le “Cupe vampe” della Biblioteca di Sarajevo. Per non avermi fatto vedere in faccia uno solo dei tiratori-sniper. Lo ringrazio per la fedeltà, senza personalismi, al libro e a sua moglie. Lo ringrazio per Gojko, bosniaco di quelli che ti lasciano attraversate. Tutto sommato, non mi sarebbe piaciuto un altro tipo di interpretazione. Il film vola basso, all’ombra di un libro riuscito. Poi Castellitto mi piace perché ha scelto la parte di Giuliano, buono e goffo, portatore di un amore diverso: però il rutto alla fine era di Pietro. Non di Gemma. Gemma ha già avuto tanto.

Nessun giudizio: «mixed feelings».