Guardare, già sazi, una finale di Champions (o del perché sono interista)

Schermata 2015-06-06 alle 14.20.11Necessario disclaimer preventivo: trattasi di sfottò.

Per gli amici juventini: sappiate che, comunque vada stasera, noi ci siamo arrivati prima!

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Sull’onda dell’emozionante triplete del 2010, sentii l’esigenza di fissare i ricordi, ripercorrendo 30 anni di fede calcistica senza soluzione di continuità.

Oggi dedico il post a tutti gli interisti. E’ bello, sapete, essere sazi: aver raggiunto prima degli altri (in Italia) la storica triplete ci fa rosicare di meno. Anzi, ci lascia molto rilassati nel guardare la partita stasera: cosa che, va detto, ha molto dell’atteggiamento di superiorità così tipico dello juventino. Non c’eravamo abituati: perciò, è un piccolo godimento postumo anche questo!

Buona lettura, buona partita e buoni ricordi a noi!

***

È una dolce sera di Maggio. Il Maggio sportivamente più dolce che un interista abbia mai vissuto.
È miele, è iniezione di glucosio che gonfia le vene, ma senza rischio infarto, ché quello gli interisti lo provano ogni singolo secondo dei novanta minuti calcistici, quei novanta minuti delle partite che durano una vita e che non sai mai se basteranno. Perché con l’Inter non sei mai sicuro. È sorpresa, sofferenza, reazione, trionfo oppure abbattimento, struggimento, demolizione.
No, questa sera c’è solo il godimento puro del palato, movimento rallentato, sorriso beato, occhio lucido, schiocco di lingua.
E scelgo questa dolce, dolcissima, sera per sciogliere l’interrogativo che incuriosisce molti, i molti che mi hanno chiesto come mai io sia interista. A chi lo devo. Perché questa “fede” indistruttibile?
C’è un percorso netto che riesco a tracciare lucidamente per tappe.
1988/1989 – 2009/2010: una parabola ventennale che mi ha preso per mano bambina e mi ha accompagnato all’”età forte”, e che ha avuto come asse di riferimento i colori nerazzurri. C’è un momento preciso nel quale ho avuto la mia coscienza calcistica. Il momento nel quale il dono della fede interista è sbocciato in me.
1989: compivo dieci anni, di lì a poco i muri sarebbero caduti, e Ceaucescu morto ammazzato. Chi l’avrebbe detto allora, nel “piccolo compendio del -mio- universo”, che poi la Romania mi sarebbe entrata nel cuore e nella mente, esattamente venti anni dopo?
Ma allora, nel 1989, io ero una bimba vivace, in un paese di soli maschietti coetanei, che qualche volta lasciava le Barbie per andare a giocare al pallone nel prato oltre il torrente, se possibile saltellando tra i sassi, quando non cascando in acqua. Ero una bambina che una volta almeno rovinò le scarpe da ginnastica nuove nuove, per essere quindi sonoramente sgridata dalla mamma al ritorno da un match (pure vittorioso).
I pomeriggi allora erano i compiti, le letture dalla biblioteca di classe e fare a gara a chi leggeva più libri. Bim Bum Bam non lo vedevo, perché da me Mediaset non aveva ancora bucato lo scorcio di cielo tra le mie colline. Allora c’erano solo i canali Rai. La “Melevisione” fu inventata più tardi, ma l’invasione della troupe televisiva di Mr. B. arrivò comunque in tempo per farmi innamorare, come Yu, di Toshio, che invece era innamorato di Creamy. L’amore era difficile e impossibile già al tempo dei cartoni animati.
Ma il 1989 è stato, prima di tutto, l’indelebile anno dello scudetto dei record: quello del Trap. Il 13mo, storico, scudetto.
Mio padre quella stagione riprese la moda che usò con mia mamma all’epoca del loro fidanzamento. Uscivano per cinema e pizza. Allora l’ordine era invertito, perché si andava a dormire prima. Ogni sabato lui la corteggiava portandola al cinema e poi offrendole la pizza per infine (quanta pazienza ci vuole con le donne) accompagnarla a casa nella storica Cinquecento bianca. Essendo lei di famiglia juventina, per correggerle il “difetto” mio padre le insegnò la formazione delle stelle, quelle che aveva ammirato a Milano durante i suoi venti anni magrissimi e poveri. Oltremodo innamorata, lei vinse la ragione di famiglia per pronunciare, dall’alto della sua bella figura, la “Poesia in movimento”: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez e Corso.
Adesso anche io li conosco, quei versi della Grande Inter del Mago Herrera, ma prima di avere una coscienza storica, sperimentai la coscienza del presente.
Era il tempo della mia formazione, l’unica imparata a memoria e mai più scordata, come al catechismo l’Ave Maria e il Padre Nostro e quei Sette vizi capitali che come i Sette nani non ci sono mai tutti.
La domenica mattina si divertiva a insegnarmi i nomi di improbabili re fenici (tutta colpa della Mostra storica sui Fenici che i miei mi portarono a vedere a Palazzo Grassi a Venezia proprio nel 1988). Tra gli altri c’erano, in ordine cronologico, Assurnasirpal, Assurbanipal e Tiglatpileser: immagino mio padre ridesse per l’irrazionale sforzo al quale mi sottoponeva (e che io eseguivo per sentirmi dire che era tutto giusto, verificando poi dalla brochure della mostra). Il pomeriggio era invece il turno della formazione dell’Inter. Evidentemente, c’era qualcosa che doveva arrivare a una svolta, nel 1989. Nell’Inter e, di conseguenza, in me.
La insegnò a me, la formazione, non a mia madre (che aveva la sua, allora inarrivabile), non a mia sorella, di sei anni più grande, anche perchè probabilmente lei si sarebbe ribellata.
Io lo trovavo divertente. Perciò: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena.
Scanditi ogni domenica, quegli omini avevano un nome che corrispondeva a un numero che corrispondeva a un ruolo: non come adesso, perché la rosa dei giocatori e il cambio delle strategie dei moduli non consente più di assegnare un numero a un ruolo. Questa è l’epoca della relatività calcistica.
Quei nomi correvano sul prato verde con la voce di Paolo Valenti a fare da cornice al 90° Minuto e alla mia danza davanti allo schermo quando partiva lo stacchetto musicale, preludio dell’attesa della sintesi dei goal dell’Inter: quelli ovviamente erano gli ultimi della serie. Prima ci si doveva sorbire la zona retrocessione, la zona grigia di metà classifica, e, sofferenza atroce (per imitazione dello stato d’animo di papà) lo stuolo delle rivali bianconere (il nemico numero uno, tanto che papà prese a segnarsi su un foglietto gelosamente custodito gli episodi a favore della Juve), rossonere (Mr B. aveva comprato da due anni la rivale cittadina – il dio interista esiste, perché ha voluto, per mia somma fortuna, che Mr B. abbandonasse le iniziali mire sull’Inter), giallorosse (che pure simpaticamente approvo, anche perché hanno un inno speciale. Non è il nostro, ritmato, irresistibile, pieno di assolute ovvietà da bar sport, ma “Grazie Roma” di Venditti ha il suo perché).
Poi quell’anno li vidi davvero, i giocatori: nella trasferta a Udine, fuori dall’Hotel Boschetti. Un nugolo di interisti stava lì fuori ad aspettare che i nostri facessero una passeggiata la mattina delle partita.
Uscì il Trap. Io avevo foglio e penna, ma non ci arrivavo. Mio padre allora prese il cuore in mano, mise la mano sulla spalla di Trapattoni e gli disse: “Trap, per cortesia”. E lui ci guardò: me, mia sorella e mio papà, e firmò il foglietto. Una bella firma, leggibile, non il solito scarabocchio…
La casacca aveva come sponsor “Misura”, quella dei dolcificanti e della pasta integrale. Non è escluso che qualche volta, quell’anno, abbiamo mangiato la pasta integrale Misura e usato il dolcificante, non si sa bene per quale imprecisata esigenza dietetica…

***

L’interista in procinto di vincere raggiunge livelli di preoccupante scaramanzia. Quell’inverno mio padre notò una strana coincidenza: se non si tagliava la barba, l’Inter vinceva.
Diventò il rito domenicale: nonostante le proteste di mia madre, il giorno di riposo il rasoio era off limits.
Sennonché, domenica 12 febbraio 1989, il caso volle che ci fosse la celebrazione per S. Valentino, protettore della comunità (per fortuna che è il santo dell’amore: a pensarci col senno di poi, valutati i danni, pare una barzelletta).
Ospite d’onore era la maestra Marisa, la mia maestra elementare, molto amata in paese. Veniva per il Santo, perché aveva un figlio di nome Valentino.
Sicché, quel giorno non ci furono invece santi per mio padre: rasarsi fu ordine da eseguire senza possibilità di appello.
Con il malessere di chi è scaramantico e sa che sta disturbando gli dei che pretendono invece ossequiosi e ripetitivi riti, mio padre eseguì.
Ovviamente, Fiorentina-Inter fu l’unica partita della stagione che l’Inter perse: finì 4-3.
Immaginate la felicità in famiglia quando papà, al ritorno dalla festa, accese finalmente la radiolina (il televideo non c’era ancora) e sentì il risultato…
La storica galoppata si concluse con cinque giornate d’anticipo: Inter-Napoli per entrare nella storia.
I miei erano in gita con i donatori di sangue del circolo: il pomeriggio io e mia sorella ascoltammo la partita e gioimmo. E registrammo (non ricordo se ci riuscimmo) con un primo VHS (marca Nordmende, quella me la ricordo ancora) il 90° Minuto per papà.
Gli anni che seguirono sono il ricordo delle gite fuori porta e mio padre con la radiolina che portava all’orecchio, di tanto in tanto e senza disturbare, per un fugace aggiornamento. E le domande di quelli che ci venivano incontro e che, poiché dotati di mogli proibizioniste che non consentivano l’uso della radiolina in pubblico, si avvicinavano per chiedere cosa faceva l’Udinese, cosa faceva il Milan, la Juve, ecc.
Quando chiedevano il risultato dell’Inter era fantastico: quello era un nostro fratello!
Appena si allontanava seguiva il mio appagato commento: “E’ dell’Inter come noi!”.
Ho fatto poi in tempo a crescere, a prendere la licenza media, il diploma scientifico e poi pure la laurea.
Ma nessuno scudetto.
Cominciò il walzer di allenatori, giocatori, tecnici. L’Inter fu messa in vendita.
Ho un ricordo nebuloso. Qualche nome di giocatore. Qualche allenatore, ma nulla più.
Finché nel 1995, al tramonto dell’era Pellegrini, Ligabue, al cospetto di Dio, chiese per tutti noi interisti: “Che tu sia un Angelo o un Diavolo, ho tre domande per te”. “Chi prende l’Inter?” era la prima domanda.
E la risposta arrivò colma di sogno: Massimo Moratti.
Moratti presidente: il figliolo come il padre, per inseguire campionati e coppe.
Passò Elio e le storie tese con la sua Ti amo campionato, nella quale si narrano gli episodi a favore della Juve (“ad esempio…”).
E Simoni, amatissimo da mio padre, che perse lo scudetto su un rigore negato a Ronaldo che fece segnare Del Piero.
Ci andammo vicino nel 2002. Terribilmente vicino.
Il 5 maggio 2002. Tre sul divano di casa: mio padre, io e il fidanzato che, da tifoso dell’Udinese, avevo convertito al culto dei colori del cielo e della notte.
Sul 3-2 per la Lazio mio padre se ne uscì di casa e rientrò tardi, ancora affranto dopo una passeggiata nei boschi. Io rimasi a vedere Ronaldo in lacrime. Immagine indelebile. Piansi incredula, inconsolabile.
Il mio fidanzato mi portò al Cinema Ferroviario a vedere “Sunday Bloody Sunday” di Paul Greengrass. Sembrava scelto con puntuale cura masochista. Riprese con telecamera a spalla, avevo la consapevolezza che la nausea derivasse da altro malessere, quando, riemergendo dal dramma narrato nel film, rivivevo la terribile scena del goal di Simeone. Nostro ex, che ci punì non si sa bene perché, con Materazzi che chiedeva la ragione di tanto accanimento, perchè proprio lui –quando era giocatore del Perugia – aveva consentito alla Lazio di scavalcare la Juve all’ultima giornata di campionato. Intanto, la Juve vinceva a Udine (cioè a casa mia) contro, come la definì Michele Serra nel lamento in memoria dell’Inter su Repubblica il giorno successivo, “un’arrendevole succursale bianconera”.
E per di più con uno smacco universitario: il prof. di diritto civile ci aveva per tempo professato a lezione la sua fede juventina e comunicato (quasi come un guanto di sfida) l’acquisto del biglietto per la partita Udinese-Juve per vedere la Juve vincere lo scudetto.
Sarà per quello che il diritto civile è ancora oggi la mia bestia nera…
Che altro ricordo? Anni di analisi. Mania di persecuzione, consapevolezza di avere ragione e di vedere gli altri sghignazzare.
L’ingresso all’Inter club dove non sai come sarai accettato la prima volta: perché donna e perché sei nuovo e potresti portare sfiga. Ma niente da fare. Non si vinceva, nemmeno nel pub della Guinnes e del Tucano.
Sì, certo, la UEFA: unico Cartizze stappato a livello europeo.

***
Il mondo si è ricomposto una sera di giugno del 2006.
Studiavo per gli esami alla Scuola di Specializzazione a Padova. Un periodo intenso. Guido Rossi (che conoscevo per aver studiato qualcosa di suo a diritto commerciale ma non certo per la fede interista) si comportò come uno psichiatra che dice al suo paziente: “era tutto vero. C’era un complotto contro di te. Non sei malato. Non c’è nessuna mania di persecuzione. Ora alzati, cammina e vinci”.
Il 2006 è un altro anno di svolta: guarigione psicologica, scudetto ricucito là dove doveva stare, la media più alta alla SSPL, il Mondiale vinto con Materazzi, le prime prove come giurista, il fidanzato che avevo sognato (salvo poi svegliarmi dal sogno), la Juve in B e l’Inter a restare l’unica squadra mai retrocessa (questo elenco non è in rigoroso ordine d’importanza…).
Di lì a seguire è stato tutto in discesa: la felice scia degli scudetti, sempre al cardiopalma (18 Maggio 2008, Ibrahimovic che entra e ci salva a Parma).
Per arrivare allo storico 2010.
La cavalcata in Champions corona una stagione indimenticabile, dolcissima, romantica tanto da essere succosamente melensa.
Il divano questa volta è quello di casa di mia sorella.
Quando non si riesce a vedere la partita e capita di essere fuori assieme, c’è il telefonino con la radio. Lei lo ha voluto per una ragione precisa: se è fuori casa, deve poter sapere che cosa fa l’Inter.
Così capita che, in occasione dello shopping pasquale, siamo assieme a Cividale. Entriamo nel negozio di intimo, io vado a provare in cabina e lei, con elegante nonchalance, scosta la tendina e bisbiglia: Milito.
Ok, l’Inter è avanti. Siano lodati i cellulari muniti di auricolare che ci consentono di esultare a un solo sguardo anche mentre proviamo i vestiti, mantenendo intatta la nostra femminilità.
Intanto, arriva il Barça e l’Inter fa la partita storica: vince 3-1 a S. Siro. Quella sera il mio ex storico (quello convertito al culto interista) mi manda anche un mms da S. Siro con la foto della curva nord con la scritta “Madrid andiamoci insieme” (che diventa il mio sfondo nel desktop del portatile): l’ho stravolto al punto che continua a frequentare l’Inter club e a seguire la squadra fino a Milano. Ho fatto un buon lavoro, va detto.
Questo Maggio 2010 comincia in crescendo: Coppa Italia Roma-Inter (goal di Milito); Scudetto n. 18 Siena-Inter (goal di Milito) quando si temeva il peggio.
Fino al 22 Maggio 2010: Finale di Champions League al Bernabéu. La vigilia, il 21, è la giornata in cui perdo sei anni di vita tecnologica perché mi cade l’hard disk esterno, andando in pezzi.
Tabula rasa. Ma domani c’è la Champions, che allevia lo schock. Poi vedrò che fare: è un crescendo concitato di impevisti. E anche di possibilità!
Mia sorella sviluppa l’idea di fare il giro a Milano. Il dubbio è dilaniante: vederla con papà, colui che ci ha trasmesso il gene interista, o seguire il richiamo del cuore nerazzurro e raggiungere i nostri simili in piazza Duomo, per un’incredibile inondazione di emozioni straripanti?
La voglia di raggiungere gli amici milanesi che affettuosamente ci offrono ospitalità è senza misura. Quasi cediamo, siamo in zona stazione per i biglietti e poi, guardandoci negli occhi, vince, su tutto, la voglia di vederla assieme, assieme a papà, perché sennò non sarebbe storica e memorabile, quarantacinque anni dopo la sua ultima Coppa Campioni. Perché dobbiamo condividere e non importa dove, ma con chi. Come sempre e come tutto.
La location allora è quella standard: divano di mia sorella. Ma non c’è più scaramanzia.
Non ci sono riti. La bandiera la portiamo appresso dalla vittoria contro il Chelsea.
E poi in aumento fino alla serata della finale: rispolveriamo quella comprata da papà poco più che ventenne a S. Siro, quando non aveva abbastanza soldi per comprarsi il biglietto ed entrava allo stadio quando aprivano il cancello, per vedersi gli ultimi venti minuti della partita.
Anno 1965-1966: la vedi che è scritta a mano e poi stampata. Non come quelle di adesso, tutte perfette col design fatto al computer. E si comincia.
Inter-Bayern: Milito-Milito. Urlo, fischio, sfogo. Ci siamo bevuti l’Europa con due goal che sono uno più bello dell’altro. Abbiamo anche stretto i denti, ma sembrava incredibilmente facile…
Girotondo noi tre. Foto felice con la tripletta! Cartizze, Prosecco, oplà!
Siamo noi, siamo noi!
Il resto è noi due a fare da pilota (io) e copilota (mia sorella, con bandierone fuori dal finestrino) che allora sì possiamo andare a festeggiare con i nostri simili: strombazzando con l’Inno a tutto volume, è il battesimo interista della Yaris. Finché incontriamo altri simili e la gioia si mescola, si confonde e si moltiplica: come i baci di Catullo alla sua Lesbia, che questa sera sono per la nostra Pazza, Pazza Inter.
Questa dolcissima sera di Maggio vedo un ventennio di Inter che ha fatto un cerchio: un ciclo perfetto che si chiude. L’apoteosi raggiunta con un allenatore unico, intelligente, sprezzante, sicuro e semplicemente bellissimo. Che è stato nostro. Ne siamo innamorati: ci ubriacheremo di disperazione per il suo addio ma aspetteremo il prossimo, per dargli tutta la nostra fiducia.
Non ha importanza se arriverà il declino. La ruota gira. Ora abbiamo avuto tutto, abbiamo avuto il meglio. Tutto assieme. Quello che altri non hanno mai fatto.
Solo l’Inter, solo l’Inter.

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Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine

Schermata 2015-05-04 alle 00.04.59Quando uno fa il giro del mondo finisce per prenderla, la febbre gialla: non conto più il numero di fine settimana trascorso fuori casa, e le pause pranzo rubate mangiando in scatole di plastica il riso e le verdure che mi cucino di notte.

So solo che, quando ho cominciato questo tour, sulle Dolomiti nevicava e non era ancora ufficialmente primavera.

E lì ho chiuso l’inverno con l’ultima ciaspolata al rifugio Scoiattoli di Cortina, posto dell’iniziazione della mia grande passione per le scarpinate da backpacker in montagna. Al cinema doveva ancora uscire Wilde, per dire.

Sono andata a cercare il mio alter ego, la Slivovice, a Praga (di cui tengo ancora al caldo la recensione, tra mille appunti e foto da sistemare), perché solo un distillato può contenere l’essenza di una donna di spirito.

E ho finito per mescolarmi pericolosamente con l’assenzio, scoprendo così che la città di K., coalizzata con il genio di David Cerny appeso per le strade, aveva scalzato in due giorni il primato di città del mio cuore detenuto da oltre un decennio dall’amatissima “rote Wien”.

Sono passata dai 0 gradi di Venceslao ai 30 di Satchmo a New Orleans, a sentire il profumo di una primavera incantata dai fili di perle sulle querce del Garden District e a sconfiggere l’alligatore delle bayou addentandolo nel po’boy innaffiato dal Sazerac dei locali jazz di Frenchmen street: mi sono inebriata del profumo di un’estate profonda e caraibica, quella che nel 2014 mi si è completamente negata.

Al ritorno, in lotta serratissima con il jet lag, non potevo che prendere la febbre gialla, catapultata in Asia: tempo di Far East Film Festival a Udinè (con l’accento, come lo pronunciano gli ospiti venuti dal lontano oriente), la manifestazione internazionale più esotica che si possa immaginare in una cittadina di confine.

Nove giorni di occhi a mandorla: 61 film in totale nell’elegante teatro cittadino.

Ne ho visti 25, alternando il lavoro (carico e particolarmente intricato in questo periodo) alle proiezioni.

Ma con la collaborazione del gruppo di amici cinefili, altrettanto febbricitanti, non ne abbiamo perso uno.

Uno squadrone di poco più di dieci persone, tutte capaci di vedere cinque proiezioni al giorno ed esserne entusiasta davanti al calice finale nell’enoteca allestita al teatro.

Oggi, primo giorno del post FEFF, un hangover cumulativo che dovrà essere smaltito lentamente, tornando presto alla normalità (più o meno i tre film giorno di Truffaut del suo motto: “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte”).

Spendo ancora poche parole per l’organizzazione: Sabrina Baracetti, presidente del Centro Espressioni Cinematografiche e Direttrice artistica del Festival, è colei che guida da diciassette edizioni uno degli eventi più importanti in Occidente sul cinema asiatico.

Ha certamente una grande squadra alle spalle, magistralmente condotta, e alleati di pari importanza (Thomas Bertacche della Tucker film su tutti).

A lei va ritualmente il palcoscenico per le presentazioni: sempre misurata, emozionata, appassionata e partecipe; cede lo spazio agli ospiti, parca nelle sue apparizioni, non prevale mai. Coinvolge invece il pubblico, rendendo il (giusto) ruolo di protagonista a chi con affetto dimostra negli anni fedeltà alla sua creatura.

Ho in mente il breve passo con cui indietreggia quando offre il microfono agli ospiti: un gesto di profonda stima e rispetto per i maestri, le celebrità e le promesse del futuro che vengono a Udine per proporre le loro opere.

A lei va la mia massima ammirazione e stima.

Ecco, ogni anno, quando finisce il FEFF, penso che dalla Baracetti vorrei sentire ancora qualcosa: è una persona dalla quale c’è molto da imparare.

***

Di seguito il mio elenco, per non dimenticarmi più di questa fantastica edizione.

Dragon Blade – Hong Kong. Jackie Chan sul palco è elastico come lo è nei film. Vedere la leggenda dal vivo è stato un grande privilegio. Il blockbuster porta un messaggio di pace ante litteram. Brody fa il romano cattivo, Cusack il romano buono. Inno in latino da brividi. Voto 3/5

My ordinary love story – South Korea. Una sdolcinata angoscia: il fidanzato premuroso e sfigato che non ti aspetti abbia un debole per la macelleria umana. Voto 2/5

The last executioner – Thailand. Un Pierrepoint versione buddista che suona Elvis e uccide senza obiettare, perché il braccio della morte è “alla fine della cascata”. Voto 5/5

La la la at rock bottom – Japan. Licia e i Bee Hive mi piacevano. La musica offre la possibilità di una nuova vita. Voto 3/5

The gifted – The Philippines. Anne Curtis Smith è un idolo: nel film è bella, intelligente e stronza; ovvio che una così se la cava sempre con un semplice: “I’m sorry”.

“Intelligence is the new black. Smart is the new sexy” è diventato il motto del FEFF17. Voto 3/5

Women who flirt – China. Fare il maschiaccio è un problema: quando l’amico storico si innamora di te, lui pensa di essere gay. Finale con geniale omaggio a Ghost. voto 3/5

Confession – South Korea. L’assicuratore cerca sempre di fotterti. Troppi legami, durata di venti minuti in eccesso. Voto 2/5

The royal tailor – South Korea. Costumi fantastici, storia senza lieto fine, ma immensa. Notevole l’attore Go Soo. Voto 5/5

Kung Fu Jungle – Hong Kong/China. Botte da orbi con massima espressione delle arti marziali, ma trama prevedibile, per non dire assente. Voto 1/5

Rubbers – Singapore. Il preservativo è letale: dramma surreale con slanci divertenti. Voto 2/5

Sara – Hong Kong. La prostituzione minorile per le strade della Thailandia. Film importante, ma a tratti stucchevole. Voto 3/5

Make room – Japan. Alla claustrofobia giappo siamo abituati. Qui ci chiudono nella sala trucco di un set pornografico. Ma il confronto con “Be my baby” dell’edizione FEFF16 è in perdita: quello era geniale. Questo osa, ma non prende il volo. Voto 1/5

Café. Waiting. Love – Taiwan. Simpaticissima fiaba che frulla insieme caffè, uomini in bikini per una scommessa persa, un cavolfiore al guinzaglio, un angelo, la morte, un mafioso buono, l’amore. Mi ha convinta, da rivedere. Voto 4/5

How to win at checkers – Indonesia/USA/Thailand. Delicato sguardo su come si parte militari partecipando a una lotteria. Lo spaesamento viene dalla disinvoltura con cui il film approccia l’omosessualità e la transessualità. Film poetico, che offre uno sguardo affettuoso sui protagonisti. Voto 4/5

Cart – South Korea. Lo sciopero è un diritto sacrosanto. Voto 4/5.

My love, my bride – South Korea. “A piedi nudi nel parco” versione a mandorla. Voto 3/5.

The last reel – Cambodia. Film importante, che racconta in maniera rispettosa e senza pesantezza il dramma violento di un Paese che ha ingoiato attori, registi e artisti sgraditi a Pol Pot. Un buco nero nella filmografia cambogiana dal quale si sono salvati solo 30 film. Argomento del quale dovremmo tutti sapere un po’ di più. Voto 5/5

Gangnam blues – South Korea. Durissima tenere il filo delle gang coinvolte in questa storia anni Settanta. Delinquenti in abito elegante: Lee Min-ho va tenuto d’occhio. Voto 3/5

My brilliant life – Souht Korea. Storia insolita su un ragazzo malato di progeria: inesorabile nell’epilogo, eppure delicata e coinvolgente. Lacrime sul finale: film che merita successo. Voto 4/5

20, once again! – China. E anche con questo ho visto una Cina che non conoscevo: molto occidentale, dagli interni alle stradine di città. Commediola simpatica (chi non vorrebbe avere di nuovo venti anni?), ma non al livello di Woman who flirt. Voto 3/5

Port of call – Hong Kong. Un tizio confessa l’assassino di una sedicenne; il poliziotto non gli crede: vuole capire il motivo. Film truce (sangue, testa mozzata e feto inclusi). C’è chi è uscito dalla sala. Io ho chiuso gli occhi, ma un film senza suspense non regge solo con un cadavere macellato. Voto 1/5

The man with three coffins – South Korea. Film restaurato del 1989. Sfondi colorati in giallo, blu o rosso a seconda del flash back e del tema (come se il mondo fosse osservato dai vetri colorati raccolti per strada, ci svela in sala Darcy Paquet). La stessa attrice interpreta la moglie morta del protagonista, una prostituta che muore soffocata tra le convulsioni e un’infermiera (mi ricordava il Bunuel di “Quell’oscuro oggetto del desiderio”). Il protagonista invece ha problemi di erezione. Viaggio spirituale in paesaggi montani che sembrano la nostra Carnia con la Amariana innevata. Sonoro disturbante, danza sciamanica finale lungo le sponde di un lago. Splendida l’immagine del traghetto tra le onde che evaporano. Senza voto perché fuori concorso.

Siti – Indonesia. Neorealismo in bianco e nero. Film lento, duro e di imponderabile tristezza. Lascia un senso di nausea (in perfetto stile Moravia) per i lunghi piani sequenza e l’ineluttabilità dell’epilogo. Il film è anche ben fatto, ma la durezza è implacabile. Voto 2/5

Forget me not – Japan. Come vedere “South of the border, west of the Sun” di celluloide. Chi ama Haruki Murakami, e ammette qualcosa di paranormale, sa. Splendido l’omaggio ai “400 colpi” di Truffaut. Voto 5/5

The taking of Tiger Mountain – China/Hong Kong. Sono crollata per la stanchezza. Qualche proiettile al rallenty di troppo: non è il mio genere. Voto 2/5


Vento, Vukojebina e Slivovice

(foto Corbi da La Pecora Nera)

(foto Corbi da La Pecora Nera)

Notte da lupi: pioggia a rovesci e vento forte, che si infila fischiando tra le fessure dei muri e delle finestre di casa.

Un gatto solitario che cercava riparo si è impossessato della mia sedia a dondolo in terrazzo.

L’avrei lasciato fare, se non mi fosse scappato un urlo scomposto vedendo la creatura sconosciuta muoversi mentre le passavo accanto, cercando non so più cosa: è sparito volando per le scale, tuffato in giardino, per andare a nascondersi sotto chissà quale altro tetto.

Notte inquieta: è il vento, chiama forte.

Si dice che Rebecca West, durante i viaggi che le fornirono il materiale per la sua monumentale opera sui Balcani, sia stata affascinata dal termine vukojebina, che viene usato per indicare un posto remoto, desolato, impervio.

Letteralmente, la vukojebina è il riparo nel quale i lupi si ritirano per accoppiarsi.

E vukojebina è anche il nome che ha il mio rifugio per la notte, al riparo dal vento forte, dal mondo: un avamposto selvaggio, impervio e isolato, ma sicuro.

Mi devo svegliare prima dell’alba; ultimi segni sulle mappe, ultime note sui libri, ultimo sguardo agli appunti.

C’è un viaggio verso Est, per andare a incontrare l’altra mia identità: la Slivovice, che tutto comprende.

Perché per esser slave dentro si deve saper amare i lupi, aspettare con ansia il vento forte che soffia sul Ponte del Diavolo ed essere donne di spirito.


Monte Joanes – avamposto innevato di nordest

Da bambina ero convinta che il Monte Joanes prendesse il nome dal mio nonno bis Giovanni, perché lui aveva superato i 100 anni.
Noi bis-nipoti attorno a lui percepivamo a malapena la magia della sua vita, ma ne sentivamo l’autorevolezza e provavamo rispetto per un uomo giusto e buono.
Oggi il Monte Joanes, ultimo avamposto del confine a nordest, è per me il Monte dei ricordi. Da lì si vede la mia valle, e il disegno più ampio del Friuli che si mescola con la Slovenia e arriva fino all’Austria.
Il mio è un abbraccio fatto di sguardi, immersi nel silenzio della neve, serpeggianti su sentieri nascosti tra i pini e confusi nel diorama di tracce di caprioli e lepri. 100 anni fa per Giovanni, allora mio coetaneo, era l’istantanea di un impero che stava andando follemente verso un’incomprensibile volontà di autodistruzione.


Di neve e di ghiaccio: brindate sereni!

neveSulla dura cresta di un rialzo di neve

verso la tua bianca, segreta casa,

procediamo in silenzio,

così tranquilli, tutti e due.

Più dolce di ogni canto che ho intonato

è per me questo sogno che si avvera:

il vibrare dei rami che sfioriamo

e il suono lieve dei tuoi speroni.

– Anna Achmatova, gennaio 1917 –

C’è tutto in questa fine d’anno: la neve, un cowboy coi suoi speroni, l’est vicino.

I rami che mi sfiorano quando attraverso correndo i sentieri di campagna; il vento che passa dalla porta di Postumia; il suo sibilo che intona la jazz suite di Shostakovich.

Dolci al pan di zenzero, regali americani, storie di guerra e fame. Ricette per la cena del veglione. Dettagli che son più importanti dell’insieme.

Una nuova tranquillità interiore, che è forza e consapevolezza.

E’ affetto, ed è fermezza.

Ho le scarpe da ginnastica ai piedi per l’ultima corsa del 2014: il sole è radente e le montagne son bianche come pandoro davanti a me.

Applaudo al 2014 per scaldarmi le mani dentro i guanti, due salti, faccio partire il cronometro e vado.

Quanto a voi, alla mezzanotte ricordatevi di brindare, qualunque cosa pensiate di questo anno che muore: siate leggeri, avrete bevuto un buon sorso. Alla vostra, alla mia.

Ci rivediamo di là: buon 2015 a tutti!


Oh Happy Day – La Slivovice corre a Praga.

Schermata 2014-12-19 alle 21.12.46In ufficio il collega addetto alla musica mette play su “Oh Happy Day”.
Giorno di paga.
Giorno di tredicesima.
Giorno di festa con gingerbread e magnum di bolle, con i complimenti di tutti.

Ho impastato e decorato biscotti notturni, usando stampini americani e profumando la casa di zenzero, cannella, noce moscata e chiodi di garofano.

Ho imparato a fare la ghiaccia reale: di notte, nulla sembra così facile come decorare biscotti fragranti che sanno di altri mondi.

Nella cucina calda, dopo aver dato la pastiglia alla lavastoviglie perché non le venga il mal di testa a forza di terrine, teglie e mestoli, cucchiai.

Un Natale che arriva leggero e al giusto ritmo, finalmente senza affanno: regali di Natale già tutti comprati. In America.
E tornata a casa, dopo aver aperto la busta dell’Agenzia delle Entrate che mi manda un bel rimborso atteso da due anni, vuoi non festeggiare con 10 km di corsa?

Serve per rilassarmi e perché è cominciato il conto alla rovescia. Da oggi è deciso: ho il mio pettorale per la mezza maratona di Praga.
Stasera faccio anche l’albero di Natale, promesso: con le mie belle matrioske; del resto, sono una ragazza della Mitteleuropa.

E non vedo l’ora, cercando Kafka, rapita dalla magia raccontata da Ripellino, correndo lungo la Moldava e ascoltando col cuore gli archi struggenti di Smetana, di chiedere a Kundera una volta per tutte: «versami un’altra slivovice ».


“Quando è scoppiata la guerra, eravamo tutti contenti” – “Fuori fuoco”, di Chiara Carminati

Schermata 2014-10-29 alle 00.35.52Mi è uscita dalle pagine come una folata di vento: tutta la vita chiusa dentro quelle carte ingiallite e consumate, raccontata da una bella grafia di qualcuno che ha annotato con religioso rispetto, riga per riga, giorni, mesi, anni e luoghi in cui si è dipanato in Friuli il percorso dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale.

L’Archivio di Stato si trova in un palazzo tra un liceo e un istituto industriale, nel quartiere del centro studi della città: davanti ci passano ogni giorno migliaia di studenti, che nulla sanno di quelle carte impolverate e colpevolmente ignorate dai più.

Ma un cenno di saluto, un pensiero, un gesto gentile, come togliersi il cappello, o abbassare il capo, questo dovremmo tutti farlo, passando davanti all’Archivio. Non per ricordare le gesta di orgoglio militare, ma per rispetto per quelle povere vite, per la loro sofferenza, per la paura impantanata nel Friuli devastato, per il dolore, le ferite, la morte vista e scampata, e quella che li ha stretti in una morsa e brutalizzati negli anni della Grande Guerra.

Il meno che possiamo fare è dedicare un po’ del nostro tempo grasso passato nell’inedia a ognuno di questi preziosi racconti.

Sfogliare le pagine è come scorrere la mano sui loro visi, per trovarne i tratti: il naso è greco, arricciato, regolare; la dentatura sana, discreta, guasta. Il colorito bruno, pallido, chiaro.

Sa scrivere? Sì. E leggere? Sì.

E’ bracciante, tagliapietre, contadino, studente seminariale, artigiano, muratore, negoziante.

Ma in quella pagina è soldato del Regno, “in territorio dichiarato in istato di guerra”: allora diventa fante, artigliere, qualche volta aviatore, raramente è cappellano. Ciascuno con la truppa, reggimento, battaglione: è nel genio a far trincee, prende meriti, compie imprese in spregio al nemico, o viene dichiarato disertore per non aver risposto alla chiamata alle armi con decisione della Corte militare, che poi il regio decreto del 2 settembre 1919, n. 1502, di condono e amnistia per i reati militari cancella, restituendo il congedo illimitato a chi si è salvato, anche se a modo suo.

Giovanni F., classe 1882, due volte andato in Argentina e due volte tornato, con un baule che ancora conservo: la prima per fare il militare, la seconda per sposare la ragazza conosciuta durante il servizio militare. Nel 1915 ha già due figli e chiamate alle armi nel 1903 come zappatore del genio militare, nel 1910 e nel 1912; ha lavorato in Germania nel 1905 ed è partito per l’Argentina nel 1906. “Buenos Ayres”, dice il ruolo matricolare. Chiamato il 18 febbraio 1914 per istruzione militare, è dispensato per aver partecipato al tiro a segno nazionale. Il 25 maggio 1915 ha un curriculum di vita che imbarazza qualsiasi titolo accademico: tiratore scelto, il suo vero merito è quello di avere attraversato il 1900 con saggezza e sguardo profondo sulla vita, fino ad arrivare a noi pronipoti, coi suoi meravigliosi 104 anni.

Pietro T., classe 1895, nel 1915 ha venti anni: dichiarato rivedibile, viene chiamato alla leva nel tumulto che precede la Guerra. Fa in tempo a concludere la sua formazione in ottobre, a tornare a casa per salutare, e a ripartire il 22 di novembre per presentarsi nel 58° Reggimento. Seguono svariati spostamenti: la fanteria si perde tra le montagne e si incaglia nel fango delle campagne allagate. Il foglio si ferma al febbraio 1917, al Deposito Convalescenza e tappa di Lonigo, forse ferito, forse malato, forse in forza per l’assistenza. Un timbro del 1919 dice che ha ricevuto e pagato, per il valore di lire 80, il pacco vestiario in natura.

La Geografia dei ricordi scatta istantanee sul monte Nero, sull’Isonzo, sul Natisone, sul monte Mia, per sprofondare a Caporetto. Kobarid, così vicino. Così uguale alle vallate nelle quali sono cresciuti.

Le righe dei volumi si perdono, non possono contenere tutto: non l’umore, non l’animo. E non tutto ci hanno detto i nonni: il pudore di un’esperienza atroce, di un dolore grandissimo per noi incomprensibile, è per sempre con loro sepolto. Graffia la mancanza, adesso che sono grande e saprei cosa, e come, chiedere. E quando fermarmi, rispettando l’incedere riservato della memoria.

Cavalieri di Vittorio Veneto, autorizzati a fregiarsi della Medaglia d’oro: chiosa in questo modo la pagina di ciascuno, consegnando alla storia il loro contributo alla Prima Guerra Mondiale.

Non sappiamo se e quanti hanno ucciso di prima mano. Certe cose si possono anche non chiedere, si rispetta il silenzio, che tiene dentro l’adrenalina dell’aut aut: quando è “o io o tu”, e non c’è commodus discessus possibile, fosse anche una fuga.

Bianca, che aspettava Giovanni e nel 1918 aveva poco più trent’anni, e Adele, che ne aveva solo 15 e forse non sapeva ancora che Pietro l’aveva adocchiata, raccontavano di una confusa e smarrita fuga sui carri, lasciando il paese, per mescolarsi nella fiumana delle truppe che riparavano da Caporetto, e poi di un ritorno in case occupate dagli austro-ungarici.

Bianca e Adele, per l’età e per le loro esperienze, sono le mie ideali Antonia (una madre)  e Jolanda (un’adolescente in fiore) dello splendido “Fuori fuoco” di Chiara Carminati, scrittrice udinese, che ci regala un romanzo prezioso, cristallino e accorato, uno scorcio sulla Grande Guerra nelle terre in cui correva il confine tra un Impero e un Regno che avrebbero potuto amarsi infinitamente se non si fossero sbranati fino al reciproco stremo.

Le pagine della Carminati sono una bella lettura: ricche di espressioni di disarmante semplicità, che dicono con parole di raffinata delicatezza la paura, lo sgomento, il dolore, la gioia, la sorpresa e l’impotenza nei confronti di una cosa così imprevedibile che è sfuggita al controllo, perché, in fondo, “quando è scoppiata la guerra, eravamo tutti contenti”, come recita il folgorante incipit del romanzo.

La Carminati ha uno stile che restituisce una rara purezza alle vicende e alle emozioni raccontate. La sua penna è impreziosita dal friulano, che compare in alcune espressioni irrinunciabili (Pajute!) e nei versi di una splendida canzone dei Mitili FLK, in cui una donna chiede al sole di salutare il suo amato lontano, e in cui si canta per portare l’allegria ai giovani disperati (ascoltatela qui).

I mariti e i padri partono, i fratelli si arruolano volontari, gli innamorati rubano un bacio, che promette da solo il ritorno e un mondo nuovo, nel quale si intravede la giovinezza pronta a sbocciare tra le macerie delle case bombardate.

Le donne rimangono, sguardi in tralice, le bimbe piangono in un cantuccio “come una povera cosa”. La storia che la Carminati prende per mano è la loro; nonne, mogli, figlie, nipoti, sorelle, amate: “perché la guerra la fanno gli uomini, ma la perdono le donne”. Persino l’asina è femmina. La guerra porta via, toglie e lascia solo la voglia di pace: che tutto finisca, che tutti ritornino.

C’è il mio Friuli: dall’Austria a Martignacco, da Martignacco a Udine, da Udine a Grado, da Grado a Cervignano, da Cervignano a Pozzuolo e poi ancora Udine e ancora Martignacco.

Martignacco è il paese eletto a residenza del Re, un piccolo uomo che viene a far da spettatore sul fronte d’attacco; Udine è un grande bazar in fermento, avamposto della guerra: anche Eleonora Duse recita nei teatri cittadini, mentre si aspetta con ansia l’intervento; Grado, nella pioggia di quell’ottobre che segna invece la peggiore e più drammatica disfatta dell’esercito italiano, “sembra un quadro che si scioglie nell’acqua”.

Ci sono, tra i capitoli, immagini fuori fuoco, i cui dettagli la Carminati ci chiede di immaginare, e che sono personali per ciascuno di noi: lei ha raccolto memorie, le ha rese vive con le sue parole, così dovremmo fare noi con quelle che abbiamo ricevuto dai nostri nonni e bisnonni. L’autrice ci offre una cornice, in cui adagiare con cura tutte quelle vite che ci sono arrivate nei racconti, quando non abbiamo potuto ascoltarle di prima persona.

“Fuori fuoco” è un libro che va letto con una disposizione d’animo serena e rispettosa: agli insegnanti, che hanno il mandato pedagogico di formare culturalmente il futuro, suggerisco di proporre quest’opera a scuola, così come di portare i ragazzi all’Archivio di Stato e nelle trincee a leggere le pagine e ad accarezzare le pietre, come fossero volti ai quali parlare e corpi da abbracciare, perché è questo l’unico modo che ci è oggi concesso di incontrare vite che meritano tutto il nostro accorato ricordo, il nostro amorevole rispetto.

“E a cjantâ si fas ligrie par chei zovins disperas” / “E a cantare si fa allegria per quei giovani disperati”.