Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine

Schermata 2015-05-04 alle 00.04.59Quando uno fa il giro del mondo finisce per prenderla, la febbre gialla: non conto più il numero di fine settimana trascorso fuori casa, e le pause pranzo rubate mangiando in scatole di plastica il riso e le verdure che mi cucino di notte.

So solo che, quando ho cominciato questo tour, sulle Dolomiti nevicava e non era ancora ufficialmente primavera.

E lì ho chiuso l’inverno con l’ultima ciaspolata al rifugio Scoiattoli di Cortina, posto dell’iniziazione della mia grande passione per le scarpinate da backpacker in montagna. Al cinema doveva ancora uscire Wilde, per dire.

Sono andata a cercare il mio alter ego, la Slivovice, a Praga (di cui tengo ancora al caldo la recensione, tra mille appunti e foto da sistemare), perché solo un distillato può contenere l’essenza di una donna di spirito.

E ho finito per mescolarmi pericolosamente con l’assenzio, scoprendo così che la città di K., coalizzata con il genio di David Cerny appeso per le strade, aveva scalzato in due giorni il primato di città del mio cuore detenuto da oltre un decennio dall’amatissima “rote Wien”.

Sono passata dai 0 gradi di Venceslao ai 30 di Satchmo a New Orleans, a sentire il profumo di una primavera incantata dai fili di perle sulle querce del Garden District e a sconfiggere l’alligatore delle bayou addentandolo nel po’boy innaffiato dal Sazerac dei locali jazz di Frenchmen street: mi sono inebriata del profumo di un’estate profonda e caraibica, quella che nel 2014 mi si è completamente negata.

Al ritorno, in lotta serratissima con il jet lag, non potevo che prendere la febbre gialla, catapultata in Asia: tempo di Far East Film Festival a Udinè (con l’accento, come lo pronunciano gli ospiti venuti dal lontano oriente), la manifestazione internazionale più esotica che si possa immaginare in una cittadina di confine.

Nove giorni di occhi a mandorla: 61 film in totale nell’elegante teatro cittadino.

Ne ho visti 25, alternando il lavoro (carico e particolarmente intricato in questo periodo) alle proiezioni.

Ma con la collaborazione del gruppo di amici cinefili, altrettanto febbricitanti, non ne abbiamo perso uno.

Uno squadrone di poco più di dieci persone, tutte capaci di vedere cinque proiezioni al giorno ed esserne entusiasta davanti al calice finale nell’enoteca allestita al teatro.

Oggi, primo giorno del post FEFF, un hangover cumulativo che dovrà essere smaltito lentamente, tornando presto alla normalità (più o meno i tre film giorno di Truffaut del suo motto: “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte”).

Spendo ancora poche parole per l’organizzazione: Sabrina Baracetti, presidente del Centro Espressioni Cinematografiche e Direttrice artistica del Festival, è colei che guida da diciassette edizioni uno degli eventi più importanti in Occidente sul cinema asiatico.

Ha certamente una grande squadra alle spalle, magistralmente condotta, e alleati di pari importanza (Thomas Bertacche della Tucker film su tutti).

A lei va ritualmente il palcoscenico per le presentazioni: sempre misurata, emozionata, appassionata e partecipe; cede lo spazio agli ospiti, parca nelle sue apparizioni, non prevale mai. Coinvolge invece il pubblico, rendendo il (giusto) ruolo di protagonista a chi con affetto dimostra negli anni fedeltà alla sua creatura.

Ho in mente il breve passo con cui indietreggia quando offre il microfono agli ospiti: un gesto di profonda stima e rispetto per i maestri, le celebrità e le promesse del futuro che vengono a Udine per proporre le loro opere.

A lei va la mia massima ammirazione e stima.

Ecco, ogni anno, quando finisce il FEFF, penso che dalla Baracetti vorrei sentire ancora qualcosa: è una persona dalla quale c’è molto da imparare.

***

Di seguito il mio elenco, per non dimenticarmi più di questa fantastica edizione.

Dragon Blade – Hong Kong. Jackie Chan sul palco è elastico come lo è nei film. Vedere la leggenda dal vivo è stato un grande privilegio. Il blockbuster porta un messaggio di pace ante litteram. Brody fa il romano cattivo, Cusack il romano buono. Inno in latino da brividi. Voto 3/5

My ordinary love story – South Korea. Una sdolcinata angoscia: il fidanzato premuroso e sfigato che non ti aspetti abbia un debole per la macelleria umana. Voto 2/5

The last executioner – Thailand. Un Pierrepoint versione buddista che suona Elvis e uccide senza obiettare, perché il braccio della morte è “alla fine della cascata”. Voto 5/5

La la la at rock bottom – Japan. Licia e i Bee Hive mi piacevano. La musica offre la possibilità di una nuova vita. Voto 3/5

The gifted – The Philippines. Anne Curtis Smith è un idolo: nel film è bella, intelligente e stronza; ovvio che una così se la cava sempre con un semplice: “I’m sorry”.

“Intelligence is the new black. Smart is the new sexy” è diventato il motto del FEFF17. Voto 3/5

Women who flirt – China. Fare il maschiaccio è un problema: quando l’amico storico si innamora di te, lui pensa di essere gay. Finale con geniale omaggio a Ghost. voto 3/5

Confession – South Korea. L’assicuratore cerca sempre di fotterti. Troppi legami, durata di venti minuti in eccesso. Voto 2/5

The royal tailor – South Korea. Costumi fantastici, storia senza lieto fine, ma immensa. Notevole l’attore Go Soo. Voto 5/5

Kung Fu Jungle – Hong Kong/China. Botte da orbi con massima espressione delle arti marziali, ma trama prevedibile, per non dire assente. Voto 1/5

Rubbers – Singapore. Il preservativo è letale: dramma surreale con slanci divertenti. Voto 2/5

Sara – Hong Kong. La prostituzione minorile per le strade della Thailandia. Film importante, ma a tratti stucchevole. Voto 3/5

Make room – Japan. Alla claustrofobia giappo siamo abituati. Qui ci chiudono nella sala trucco di un set pornografico. Ma il confronto con “Be my baby” dell’edizione FEFF16 è in perdita: quello era geniale. Questo osa, ma non prende il volo. Voto 1/5

Café. Waiting. Love – Taiwan. Simpaticissima fiaba che frulla insieme caffè, uomini in bikini per una scommessa persa, un cavolfiore al guinzaglio, un angelo, la morte, un mafioso buono, l’amore. Mi ha convinta, da rivedere. Voto 4/5

How to win at checkers – Indonesia/USA/Thailand. Delicato sguardo su come si parte militari partecipando a una lotteria. Lo spaesamento viene dalla disinvoltura con cui il film approccia l’omosessualità e la transessualità. Film poetico, che offre uno sguardo affettuoso sui protagonisti. Voto 4/5

Cart – South Korea. Lo sciopero è un diritto sacrosanto. Voto 4/5.

My love, my bride – South Korea. “A piedi nudi nel parco” versione a mandorla. Voto 3/5.

The last reel – Cambodia. Film importante, che racconta in maniera rispettosa e senza pesantezza il dramma violento di un Paese che ha ingoiato attori, registi e artisti sgraditi a Pol Pot. Un buco nero nella filmografia cambogiana dal quale si sono salvati solo 30 film. Argomento del quale dovremmo tutti sapere un po’ di più. Voto 5/5

Gangnam blues – South Korea. Durissima tenere il filo delle gang coinvolte in questa storia anni Settanta. Delinquenti in abito elegante: Lee Min-ho va tenuto d’occhio. Voto 3/5

My brilliant life – Souht Korea. Storia insolita su un ragazzo malato di progeria: inesorabile nell’epilogo, eppure delicata e coinvolgente. Lacrime sul finale: film che merita successo. Voto 4/5

20, once again! – China. E anche con questo ho visto una Cina che non conoscevo: molto occidentale, dagli interni alle stradine di città. Commediola simpatica (chi non vorrebbe avere di nuovo venti anni?), ma non al livello di Woman who flirt. Voto 3/5

Port of call – Hong Kong. Un tizio confessa l’assassino di una sedicenne; il poliziotto non gli crede: vuole capire il motivo. Film truce (sangue, testa mozzata e feto inclusi). C’è chi è uscito dalla sala. Io ho chiuso gli occhi, ma un film senza suspense non regge solo con un cadavere macellato. Voto 1/5

The man with three coffins – South Korea. Film restaurato del 1989. Sfondi colorati in giallo, blu o rosso a seconda del flash back e del tema (come se il mondo fosse osservato dai vetri colorati raccolti per strada, ci svela in sala Darcy Paquet). La stessa attrice interpreta la moglie morta del protagonista, una prostituta che muore soffocata tra le convulsioni e un’infermiera (mi ricordava il Bunuel di “Quell’oscuro oggetto del desiderio”). Il protagonista invece ha problemi di erezione. Viaggio spirituale in paesaggi montani che sembrano la nostra Carnia con la Amariana innevata. Sonoro disturbante, danza sciamanica finale lungo le sponde di un lago. Splendida l’immagine del traghetto tra le onde che evaporano. Senza voto perché fuori concorso.

Siti – Indonesia. Neorealismo in bianco e nero. Film lento, duro e di imponderabile tristezza. Lascia un senso di nausea (in perfetto stile Moravia) per i lunghi piani sequenza e l’ineluttabilità dell’epilogo. Il film è anche ben fatto, ma la durezza è implacabile. Voto 2/5

Forget me not – Japan. Come vedere “South of the border, west of the Sun” di celluloide. Chi ama Haruki Murakami, e ammette qualcosa di paranormale, sa. Splendido l’omaggio ai “400 colpi” di Truffaut. Voto 5/5

The taking of Tiger Mountain – China/Hong Kong. Sono crollata per la stanchezza. Qualche proiettile al rallenty di troppo: non è il mio genere. Voto 2/5


Vento, Vukojebina e Slivovice

(foto Corbi da La Pecora Nera)

(foto Corbi da La Pecora Nera)

Notte da lupi: pioggia a rovesci e vento forte, che si infila fischiando tra le fessure dei muri e delle finestre di casa.

Un gatto solitario che cercava riparo si è impossessato della mia sedia a dondolo in terrazzo.

L’avrei lasciato fare, se non mi fosse scappato un urlo scomposto vedendo la creatura sconosciuta muoversi mentre le passavo accanto, cercando non so più cosa: è sparito volando per le scale, tuffato in giardino, per andare a nascondersi sotto chissà quale altro tetto.

Notte inquieta: è il vento, chiama forte.

Si dice che Rebecca West, durante i viaggi che le fornirono il materiale per la sua monumentale opera sui Balcani, sia stata affascinata dal termine vukojebina, che viene usato per indicare un posto remoto, desolato, impervio.

Letteralmente, la vukojebina è il riparo nel quale i lupi si ritirano per accoppiarsi.

E vukojebina è anche il nome che ha il mio rifugio per la notte, al riparo dal vento forte, dal mondo: un avamposto selvaggio, impervio e isolato, ma sicuro.

Mi devo svegliare prima dell’alba; ultimi segni sulle mappe, ultime note sui libri, ultimo sguardo agli appunti.

C’è un viaggio verso Est, per andare a incontrare l’altra mia identità: la Slivovice, che tutto comprende.

Perché per esser slave dentro si deve saper amare i lupi, aspettare con ansia il vento forte che soffia sul Ponte del Diavolo ed essere donne di spirito.


Si tratta di scegliere tra due vaffanculo – The Grand Budapest Hotel vs Boyhood

Tutto sta nello scegliere tra due “vaffanculo”.

Schermata 2015-02-16 alle 22.54.15 “What’s the meaning of this shit?” – The Grand Budapest Hotel

Adoro Schiele (ma non ho un quadro in camera come “Tutte le ragazze con una certa cultura”), e adoro Wes Anderson.

“The Grand Budapest Hotel” è un grande, immenso, volo di fantasia: una fiaba come un bon bon di pasta di zucchero. Profumata con la migliore colonia, curata, dettagliata, elegante, raffinata.

La pellicola mi è piaciuta così tanto che l’ho pure vista due volte.

Il cast è eccezionale: Norton, Fiennes, Murray, Keitel, Law, Dafoe, Brody, Wilkinson (ritrovarlo nei panni del buon Zero anziano mi ha confuso dopo essermi abituata al Dar Adal di “Homeland”). Sono tutti accorsi per un cameo, per un contributo al gioiellino immerso negli anni Trenta di una località di montagna che parrebbe tanto essere Svizzera ma che in realtà si trova nel cuore di una Mitteleuropa perduta (il nome dell’Hotel richiama lo splendore magiaro, una fetta di torta esterhazy, se non la nobile famiglia tutta).

C’è neve, ci sono saune rilassanti, cure, delicatezze e riposo. Humor mescolato a un noir d’autore. C’è un concierge devoto e premuroso. Un avvocato, la polizia, musei, dita tagliate, tele, arte.

C’è una follia che avanza e imperversa con modi ruvidi, volgari, irrispettosi, scuri, voraci e ingordi di denaro e che ammantandosi di un simbolo a doppio fulmine ricorda tanto l’orribile doppia S.

Ma è una tela spezzata a dare la cifra del male. E’ un quadro che, perdendo il confronto con l’inesistente Van Hoytl (preferito dal colto e raffinato Monsieur Gustave H.), rimane al Castello, per essere schiantato da Adrien Brody (“und Taxis”) perché Schiele con le sue inconfondibili pennellate nodose ha la colpa di aver dipinto una scena lesbo, che viene liquidata con un gesto iconoclasta e una bestemmia: “What’s the meaning of this shit?”.

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“Come on, man! Turn this shit off!”- Boyhood

Amo Linklater, e a Vienna e Parigi ci sono andata dopo aver accuratamente ripassato i suoi “Prima dell’alba” e “Prima del tramonto”.

Sarà destino che ora mi porti nel Sud dell’America facendo la magia con “Boyhood”: l’incantesimo è fatto di intimità, colonna sonora (le sue sono sempre speciali, ho cercato per anni “Come here” di Kath Bloom, e adesso ho già “Hero” sull’ipod), delicata empatia dello sguardo sulla vita, gli errori, le scelte, la comprensione, gli incoraggiamenti, le delusioni e le lotte che accomunano il percorso di tutti gli adolescenti dell’impero occidentale.

La professoressa che dice “floss” al giovane Mason che sta per partire per il college mi ha trafitta: citazione del “Sunscreen Speech” di cui non mi sarò accorta solo io. E non intendo quello di The Big Kahuna, ma quello vero di Mary Schmich sul Chicago Tribune, che guarda caso scoprii durante i miei mesi felici da expat PhD student in Olanda.

E nel film c’è tutto sull’istruzione americana (community college, in-state or out-of state tuition, veterans, perspective students, international!).

C’è Britney Spears, il Game Boy, il Mac, Harry Potter, Twilight. E pure un omaggio a “The mocking bird” che più Sud di così non c’è.

Ma sopra ogni cosa c’è quel “Come on, man! Turn this shit off!” sulla scena di un film dell’orrore.

Per un momento ho pensato a “The Blair Witch Project”: Hawke (fedelissimo a Linklater e in odore di un Oscar che sarebbe meritatissimo) torna a casa coi figli e ci trova l’amico sul divano davanti alla tv che restituisce immagini di uno scantinato sconnesso filmate da una telecamera a spalla e urla disperate di una donna che sta morendo ammazzata. Non sono sicura che sia una scena di quel film, ma considerati gli anni potrebbe anche esserlo. “Avanti, amico: spegni questa merda!” mi libera dal trauma orribile nel quale sono caduta dopo aver visto “The Blair Witch Project” al cinema.

Non sono andata nel bosco dietro casa per mesi. E non nego di ripensarci ogni volta che, attraversando un bosco o una pineta durante le mie camminate, mi capita di trovare rami disposti in forme che potrebbero sembrare figure: non le tocco.

***

Ecco, le due espressioni sono come due vaffanculo: violento e distruttivo il primo, deciso e protettivo il secondo.

Da un vaffanculo ignorante e cattivo urlato in un castello buio di un posto immaginario dell’est, terra alla quale sono peraltro emotivamente e geograficamente legata, a quello maturo e liberatorio dell’America, di sole e di musica.

E niente, si tratta di scegliere se ricevere o dare un vaffanculo; ma non è poi così difficile: la TV si spegne, i profili facebook si possono oscurare, perché c’è tutto un mondo colorato da vedere.


Monte Joanes – avamposto innevato di nordest

Da bambina ero convinta che il Monte Joanes prendesse il nome dal mio nonno bis Giovanni, perché lui aveva superato i 100 anni.
Noi bis-nipoti attorno a lui percepivamo a malapena la magia della sua vita, ma ne sentivamo l’autorevolezza e provavamo rispetto per un uomo giusto e buono.
Oggi il Monte Joanes, ultimo avamposto del confine a nordest, è per me il Monte dei ricordi. Da lì si vede la mia valle, e il disegno più ampio del Friuli che si mescola con la Slovenia e arriva fino all’Austria.
Il mio è un abbraccio fatto di sguardi, immersi nel silenzio della neve, serpeggianti su sentieri nascosti tra i pini e confusi nel diorama di tracce di caprioli e lepri. 100 anni fa per Giovanni, allora mio coetaneo, era l’istantanea di un impero che stava andando follemente verso un’incomprensibile volontà di autodistruzione.


Di neve e di ghiaccio: brindate sereni!

neveSulla dura cresta di un rialzo di neve

verso la tua bianca, segreta casa,

procediamo in silenzio,

così tranquilli, tutti e due.

Più dolce di ogni canto che ho intonato

è per me questo sogno che si avvera:

il vibrare dei rami che sfioriamo

e il suono lieve dei tuoi speroni.

– Anna Achmatova, gennaio 1917 –

C’è tutto in questa fine d’anno: la neve, un cowboy coi suoi speroni, l’est vicino.

I rami che mi sfiorano quando attraverso correndo i sentieri di campagna; il vento che passa dalla porta di Postumia; il suo sibilo che intona la jazz suite di Shostakovich.

Dolci al pan di zenzero, regali americani, storie di guerra e fame. Ricette per la cena del veglione. Dettagli che son più importanti dell’insieme.

Una nuova tranquillità interiore, che è forza e consapevolezza.

E’ affetto, ed è fermezza.

Ho le scarpe da ginnastica ai piedi per l’ultima corsa del 2014: il sole è radente e le montagne son bianche come pandoro davanti a me.

Applaudo al 2014 per scaldarmi le mani dentro i guanti, due salti, faccio partire il cronometro e vado.

Quanto a voi, alla mezzanotte ricordatevi di brindare, qualunque cosa pensiate di questo anno che muore: siate leggeri, avrete bevuto un buon sorso. Alla vostra, alla mia.

Ci rivediamo di là: buon 2015 a tutti!


Oh Happy Day – La Slivovice corre a Praga.

Schermata 2014-12-19 alle 21.12.46In ufficio il collega addetto alla musica mette play su “Oh Happy Day”.
Giorno di paga.
Giorno di tredicesima.
Giorno di festa con gingerbread e magnum di bolle, con i complimenti di tutti.

Ho impastato e decorato biscotti notturni, usando stampini americani e profumando la casa di zenzero, cannella, noce moscata e chiodi di garofano.

Ho imparato a fare la ghiaccia reale: di notte, nulla sembra così facile come decorare biscotti fragranti che sanno di altri mondi.

Nella cucina calda, dopo aver dato la pastiglia alla lavastoviglie perché non le venga il mal di testa a forza di terrine, teglie e mestoli, cucchiai.

Un Natale che arriva leggero e al giusto ritmo, finalmente senza affanno: regali di Natale già tutti comprati. In America.
E tornata a casa, dopo aver aperto la busta dell’Agenzia delle Entrate che mi manda un bel rimborso atteso da due anni, vuoi non festeggiare con 10 km di corsa?

Serve per rilassarmi e perché è cominciato il conto alla rovescia. Da oggi è deciso: ho il mio pettorale per la mezza maratona di Praga.
Stasera faccio anche l’albero di Natale, promesso: con le mie belle matrioske; del resto, sono una ragazza della Mitteleuropa.

E non vedo l’ora, cercando Kafka, rapita dalla magia raccontata da Ripellino, correndo lungo la Moldava e ascoltando col cuore gli archi struggenti di Smetana, di chiedere a Kundera una volta per tutte: «versami un’altra slivovice ».


Il cane è «un po’ come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia»

Schermata 2014-11-06 alle 16.55.13«Vivere senza un cane era come vivere senza una capsula dell’amore ad azione continua impiantata sotto pelle» (A. Politkovskaja)

«Vedi: tu Bendicò, sei un po’ come loro, come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia» (G. Tomasi di Lampedusa)

L’arrivo

E’ arrivata in gennaio.

Io ero con mio padre a fare scuola guida. Rientrati a casa, mia madre stesa sul divano in salotto sorrideva.

Alzata la coperta, ne era uscita una virgola nera scodinzolante, con un occhio azzurro e l’altro marrone con una pennellata di azzurro. Con le orecchie ancora a mezz’asta, era un peluche che si infilava già sotto il tavolino del salotto per giocare.

Chi aveva suonato al campanello sapeva di quanto fossimo ancora traumatizzati perché l’ultima era stata investita ancora cucciola: da allora, tutto si era fatto psicologicamente difficile nel volere un altro amico.

“Fate così, provate a tenerla. Se davvero non la volete o non siete pronti, me la riportate. La madre è molto docile. E’ solo un po’ vivace: un incrocio tra un husky e un pastore tedesco, ma è molto affettuosa. L’ho chiamata Fogliolina”.

Riportarla indietro? Ma figuriamoci! Era già la nostra Bella: il nome di tutte le femmine della dinastia che l’hanno preceduta.

Istantanee

Bella, Bellucci, Pelos, Coce, Naso, Nasi, Nasino, Topo, Topolino, Topasso, Schifozzi (quest’ultimo quando si impantanava e si presentava felice di mescolare con te i mille odori raccolti per mimetizzarsi): ha avuto mille nomi e sempre lo stesso grande cuore con cui rispondere ai richiami.

Ha manifestato da subito un carattere affettuosamente invadente: ha cominciato timidamente strappando a delicati morsi tutti i boccioli delle rose che la primavera alle porte annunciava. Ha poi divelto in modo deciso rosai, svuotato vasi, dissotterrato bulbi di tulipani, ridotto in pezzi annaffiatoi, sottovasi, spruzzatori. Ha espresso la propria vocazione archeologica con un’ampia attività di scavi, intensificata nelle occasioni in cui ci assentavamo da casa per qualche ora.

Mia madre ha ceduto di fronte all’ostinata furia e si è rassegnata a tre primavere senza fiori, riempiendo di ghiaia le aiuole e mettendo nella rimessa i suoi vasi per i tempi migliori.

Qualche volta c’era da restare in contemplazione: «ogni tanto il cane rivolgeva a lui gli occhi innocenti come per chiedergli una lode per il lavoro compiuto; quattordici garofani spezzati, mezza siepe divelta, una canaletta ostruita. Sembrava davvero un cristiano» (3).

In cambio, ha seppellito, inconsapevolmente lungimirante, noci e castagne: e così abbiamo assistito al miracolo di piccole piantine di alberi di noce nascere l’anno successivo dalla sua riserva sotterranea.

Il primo incontro con l’acqua: io nel torrente fino alle ginocchia, con un legnetto a pelo d’acqua per invitarla a fidarsi e seguirmi nuotando, il suo sangue husky che emergeva a contatto con la molecola di due parti di idrogeno e una di ossigeno, inclusa la rincorsa incuriosita dei primi fiocchi di neve.

Per amore della propria indipendenza, aveva imparato ad aprire le porte: ritta sulle zampe posteriori, quelle anteriori tese sulla maniglia; premeva e poi indietreggiava: apriva lo spiraglio, si rimetteva a quattro zampe e completava aiutandosi con una zampina. Peccato che non abbia mai imparato a chiuderle, specie d’inverno. Qualcuno ha pure creduto che, nel caso trovasse chiuso a chiave, fosse capace di suonare il campanello: ma questo fa parte del folklore e del mito creatosi attorno a una creatura di leggendaria energia, di enorme brio, di simpatica intelligenza, dotata di infinite risorse.

Si è lasciata lavare ogni sera le zampe nella vasca del bagno di servizio: prima le anteriori, poi ritta sul bordo attendeva che il rito si completasse. Attendeva mio padre prima di entrare in casa: anche se sapeva farlo da sola, alla sera era lei che seguiva mio padre. Come servisse a contarci: “bene, adesso siamo tutti dentro: potete chiudere la porta”.

Mi ha svegliata ogni mattina, ha sofferto in silenzio i periodi in cui sono stata lontana e ha dormito con me consolandomi quando il mio cuore è stato frantumato dalla vita: “Tutti ti piantano, tutti si stancano di te, il cane non smette mai di amarti” (4).

Diciassette anni, fanno metà della mia vita.

I suoi simili

Wendy era l’amica del cuore: menzionarla a voce alta significava o correre verso il guinzaglio fino all’orto, perché là incontrava la boxer coetanea per rincorse e bagni felici, oppure affacciarsi alla finestra per vederla passare. Wendy se n’è andata giovane, ma Bella non l’ha mai dimenticata: se sentiva il suo nome, andava ancora a guardare giù dalla finestra, aspettandola passare.

Altri invece li aveva presi di mira per i suoi esercizi da segugio: ci precedeva su un sentiero e si metteva in ferma; si girava a guardarci come per ammonirci “vado avanti io, voi fate piano”. Cento, anche duecento metri di avvicinamento lento alla preda: poi, quando riteneva che fosse il momento giusto, partiva come una scheggia per catapultarsi sulla rete del giardino di Candy, Chico ed Eva. I setter, sorpresi, si inalberavano mentre lei faceva la sorpresona: “sono qui, provate a prendermi! Gnegnegnegne!”. Poi ritornava allegra a cercare noi: “Grandi! Gliela abbiamo fatta sotto il naso anche stavolta!”.

Dei cani da caccia invece aveva timore: un mercoledì all’alba era uscita dalla cuccia e si era messa a piangere disperata chiedendo di entrare in casa. Accontentata, si era nascosta sotto il mio letto. E così via ogni mercoledì e domenica: erano i giorni della caccia; i cani arrivavano nelle auto e partivano con i padroni per la battuta. Lei, nonostante il giardino protetto e nonostante noi, si sentiva in pericolo: forse temeva venissero a cercarla. Abbiamo adattato il nostro ritmo ai suoi timori: le sere d’estate precedenti le battute di caccia Bella dormiva sotto il letto. E così dormivamo pure noi. D’inverno, invece, sempre in casa.

Appoggiata sul mio cuore

Gli ultimi tempi era diventata leggera come una piuma: smagrita e fragile, quasi del tutto sorda e con gli occhi opachi, le restava il solo piacere di ricevere carezze sul musetto, che premeva ancora con forza contro la mano.

I giorni in cui abbiamo maturato l’unica decisione possibile, sofferta e devastante, andavo al lavoro rimuginando sulla strofa di Vecchioni che fa

“Il mio cane che è steso sul tavolo
e mi guarda e lo sente che è l’ultima,
l’ultima volta insieme”

e ho pensato: “che sia a casa, non su un tavolo freddo, ma tra le mie braccia, al caldo e protetta, sentendo il mio cuore che batte vicino a lei, per lei”.

L’ultima sera ha vegliato e si è lungamente lamentata, forse sapendo che era l’ultima notte che stava con noi: forse le dispiaceva lasciare questo branco che era sconsolato e triste da troppi giorni.

Poi, quando arriva il momento, non bisogna avere paura: non fa male al corpo, fa male solo alla nostra anima, ma a loro non fa nulla. E’ giusto risparmiare alle creature ogni dolore, alleviandolo e incanalandolo nella nostra intima sofferenza, che abbiamo più strumenti per drenarlo.

L’ho presa in braccio e mi sono messa sul divano, e lei mi ha appoggiato come sempre il capo sul cuore: era il nostro momento di intimità, in cui si distendeva, sentiva il battito della persona cara, tirava un sospiro di sollievo e riposava. A volte si appoggiava abbandonando di peso il muso, quasi volesse affondarlo nel petto.

Ha guardato il salotto, ha ricevuto una carezza e un bacio sul capo dai miei, e da me un lungo e amorevole abbraccio e un bacio infinito sulla fronte.

Al veterinario ha fatto capire che l’iniezione dell’anestetico alla zampina la infastidiva, allora il medico le ha fatto una puntuta inframuscolare: così ci è voluto un momento più lungo per lei per prendere sonno e per noi un attimo per salutarla ancora; ci ha guardato ancora una volta, avevamo tutti una mano sul suo cuore e sul suo corpicino stanco, poi si è lasciata andare in un sonno profondo.

A questa fase è seguita l’iniezione definitiva: un cocktail che prima interviene sul cervello, impedendo qualsiasi percezione di dolore e ogni riflesso, quindi sul cuore.

Alla fine, era come dormisse.

Abbiamo riflettuto un momento: l’ho tenuta stretta a me ancora un attimo infinito e indimenticabile.

Mandi Bella

Poi abbiamo composto le sue spoglie, adagiandola sotto un albero perché l’ombra la ripari dal sole, col musino rivolto alla casa, perché ci guardi e vegli su di noi come ha sempre fatto: vedetta instancabile, protettrice ferma con gli estranei fuori dal cancello, dolcissima coccolona una volta che gli sconosciuti erano ammessi, anche temporaneamente, al branco.

Io e mio padre, con le mani sporche di terra, tra le lacrime in un prato già inzuppato di pioggia, le abbiamo spiegato che da lì poteva vederci e l’abbiamo salutata con il nostro “Mandi Bella” (manus dei, mano di dio, che dio la protegga).

Siamo rientrati sconsolati: perché si piange, si piange tanto, per più giorni, anche in pubblico, magari fingendo un raffreddore di stagione.

Quando capita di pensarci non si smette. Si piange per qualcosa che si è scelto, e si è assaliti dal dubbio: potevamo fare di più? E’ stato un bene? E’ stato giusto?

Viene in mente ogni ricordo, perché li sapremmo riconoscere tra mille, anche a occhi chiusi: ogni mossa e ogni piccolo rito che abbiamo insieme elaborato, ogni guaito, ogni mugolio e ogni sguardo. Ma c’è una cosa che rimarrà con me sempre: il profumo della sua zampa, nell’esatto momento in cui me la porge e io la accarezzo e bacio, che mi restituisce un miscuglio di terra, di pioggia, di erba, di muschio, di foglie, di sabbia, di acqua e di polvere. Una zampa che è il nostro mondo, e ci dice i percorsi fatti assieme.

Cercare Bella

Il momento più straziante è stato gestire la tristezza di un altro amico: ospite da noi mentre mia sorella è in viaggio, Broy, un Golden Retriever che ha poco più di un anno, ha conosciuto Bella da piccolo, accettando con delicata cortesia e particolare cura la sua condizione di cane anziano, ammalato, che non può più giocare ma che scodinzola per salutare. La sera prima della sua partenza, appoggiandosi a terra, Bella si era rovesciata su di lui, e lui l’aveva sbaciucchiata con amorevole comprensione.

Una scena dolce, che il giorno dopo ha avuto un’intensità commovente: Broy ha aspettato in un’altra stanza, ha urlato chiedendo di partecipare anche lui. Si è disperato mentre portavamo Bella al suo riposo, e la sera si è inchiodato alla porta e ha pianto e abbaiato fino a mezzanotte. Andava in giardino, guaiva alle stelle, richiamando lei, poi tornava da noi, che sconvolti cercavamo di consolarlo, chiedendogli di smettere perché così ci strappava il cuore. Stava dicendo: “Signori, è tardi, piove, è buio e Bella non è qui. Andiamo a cercare la nostra amica, per favore. In fretta”.

Stessa scena il giorno successivo: mattina, pomeriggio e sera pianti strazianti e richiami disperati.

E avanti così: forse quello che dice Broy a noi rattrappiti nel vuoto, dentro un’apnea di singhiozzi, è di uscire a cercare Bella, la nostra Bella. Ora è presto, ora si deve lasciar sedimentare la memoria, ma là fuori ci deve essere una Bella da cercare e amare ancora, ricambiando tutto l’affetto ricevuto dalla Bella dall’occhio azzurro, tutto l’amore che le parole degli uomini non sanno dire.

(1) (4) A. Politkovskaja, Un cane malato in una grande città.

(2) (3) G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo.