Guardare, già sazi, una finale di Champions (o del perché sono interista)

Schermata 2015-06-06 alle 14.20.11Necessario disclaimer preventivo: trattasi di sfottò.

Per gli amici juventini: sappiate che, comunque vada stasera, noi ci siamo arrivati prima!

***

Sull’onda dell’emozionante triplete del 2010, sentii l’esigenza di fissare i ricordi, ripercorrendo 30 anni di fede calcistica senza soluzione di continuità.

Oggi dedico il post a tutti gli interisti. E’ bello, sapete, essere sazi: aver raggiunto prima degli altri (in Italia) la storica triplete ci fa rosicare di meno. Anzi, ci lascia molto rilassati nel guardare la partita stasera: cosa che, va detto, ha molto dell’atteggiamento di superiorità così tipico dello juventino. Non c’eravamo abituati: perciò, è un piccolo godimento postumo anche questo!

Buona lettura, buona partita e buoni ricordi a noi!

***

È una dolce sera di Maggio. Il Maggio sportivamente più dolce che un interista abbia mai vissuto.
È miele, è iniezione di glucosio che gonfia le vene, ma senza rischio infarto, ché quello gli interisti lo provano ogni singolo secondo dei novanta minuti calcistici, quei novanta minuti delle partite che durano una vita e che non sai mai se basteranno. Perché con l’Inter non sei mai sicuro. È sorpresa, sofferenza, reazione, trionfo oppure abbattimento, struggimento, demolizione.
No, questa sera c’è solo il godimento puro del palato, movimento rallentato, sorriso beato, occhio lucido, schiocco di lingua.
E scelgo questa dolce, dolcissima, sera per sciogliere l’interrogativo che incuriosisce molti, i molti che mi hanno chiesto come mai io sia interista. A chi lo devo. Perché questa “fede” indistruttibile?
C’è un percorso netto che riesco a tracciare lucidamente per tappe.
1988/1989 – 2009/2010: una parabola ventennale che mi ha preso per mano bambina e mi ha accompagnato all’”età forte”, e che ha avuto come asse di riferimento i colori nerazzurri. C’è un momento preciso nel quale ho avuto la mia coscienza calcistica. Il momento nel quale il dono della fede interista è sbocciato in me.
1989: compivo dieci anni, di lì a poco i muri sarebbero caduti, e Ceaucescu morto ammazzato. Chi l’avrebbe detto allora, nel “piccolo compendio del -mio- universo”, che poi la Romania mi sarebbe entrata nel cuore e nella mente, esattamente venti anni dopo?
Ma allora, nel 1989, io ero una bimba vivace, in un paese di soli maschietti coetanei, che qualche volta lasciava le Barbie per andare a giocare al pallone nel prato oltre il torrente, se possibile saltellando tra i sassi, quando non cascando in acqua. Ero una bambina che una volta almeno rovinò le scarpe da ginnastica nuove nuove, per essere quindi sonoramente sgridata dalla mamma al ritorno da un match (pure vittorioso).
I pomeriggi allora erano i compiti, le letture dalla biblioteca di classe e fare a gara a chi leggeva più libri. Bim Bum Bam non lo vedevo, perché da me Mediaset non aveva ancora bucato lo scorcio di cielo tra le mie colline. Allora c’erano solo i canali Rai. La “Melevisione” fu inventata più tardi, ma l’invasione della troupe televisiva di Mr. B. arrivò comunque in tempo per farmi innamorare, come Yu, di Toshio, che invece era innamorato di Creamy. L’amore era difficile e impossibile già al tempo dei cartoni animati.
Ma il 1989 è stato, prima di tutto, l’indelebile anno dello scudetto dei record: quello del Trap. Il 13mo, storico, scudetto.
Mio padre quella stagione riprese la moda che usò con mia mamma all’epoca del loro fidanzamento. Uscivano per cinema e pizza. Allora l’ordine era invertito, perché si andava a dormire prima. Ogni sabato lui la corteggiava portandola al cinema e poi offrendole la pizza per infine (quanta pazienza ci vuole con le donne) accompagnarla a casa nella storica Cinquecento bianca. Essendo lei di famiglia juventina, per correggerle il “difetto” mio padre le insegnò la formazione delle stelle, quelle che aveva ammirato a Milano durante i suoi venti anni magrissimi e poveri. Oltremodo innamorata, lei vinse la ragione di famiglia per pronunciare, dall’alto della sua bella figura, la “Poesia in movimento”: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez e Corso.
Adesso anche io li conosco, quei versi della Grande Inter del Mago Herrera, ma prima di avere una coscienza storica, sperimentai la coscienza del presente.
Era il tempo della mia formazione, l’unica imparata a memoria e mai più scordata, come al catechismo l’Ave Maria e il Padre Nostro e quei Sette vizi capitali che come i Sette nani non ci sono mai tutti.
La domenica mattina si divertiva a insegnarmi i nomi di improbabili re fenici (tutta colpa della Mostra storica sui Fenici che i miei mi portarono a vedere a Palazzo Grassi a Venezia proprio nel 1988). Tra gli altri c’erano, in ordine cronologico, Assurnasirpal, Assurbanipal e Tiglatpileser: immagino mio padre ridesse per l’irrazionale sforzo al quale mi sottoponeva (e che io eseguivo per sentirmi dire che era tutto giusto, verificando poi dalla brochure della mostra). Il pomeriggio era invece il turno della formazione dell’Inter. Evidentemente, c’era qualcosa che doveva arrivare a una svolta, nel 1989. Nell’Inter e, di conseguenza, in me.
La insegnò a me, la formazione, non a mia madre (che aveva la sua, allora inarrivabile), non a mia sorella, di sei anni più grande, anche perchè probabilmente lei si sarebbe ribellata.
Io lo trovavo divertente. Perciò: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena.
Scanditi ogni domenica, quegli omini avevano un nome che corrispondeva a un numero che corrispondeva a un ruolo: non come adesso, perché la rosa dei giocatori e il cambio delle strategie dei moduli non consente più di assegnare un numero a un ruolo. Questa è l’epoca della relatività calcistica.
Quei nomi correvano sul prato verde con la voce di Paolo Valenti a fare da cornice al 90° Minuto e alla mia danza davanti allo schermo quando partiva lo stacchetto musicale, preludio dell’attesa della sintesi dei goal dell’Inter: quelli ovviamente erano gli ultimi della serie. Prima ci si doveva sorbire la zona retrocessione, la zona grigia di metà classifica, e, sofferenza atroce (per imitazione dello stato d’animo di papà) lo stuolo delle rivali bianconere (il nemico numero uno, tanto che papà prese a segnarsi su un foglietto gelosamente custodito gli episodi a favore della Juve), rossonere (Mr B. aveva comprato da due anni la rivale cittadina – il dio interista esiste, perché ha voluto, per mia somma fortuna, che Mr B. abbandonasse le iniziali mire sull’Inter), giallorosse (che pure simpaticamente approvo, anche perché hanno un inno speciale. Non è il nostro, ritmato, irresistibile, pieno di assolute ovvietà da bar sport, ma “Grazie Roma” di Venditti ha il suo perché).
Poi quell’anno li vidi davvero, i giocatori: nella trasferta a Udine, fuori dall’Hotel Boschetti. Un nugolo di interisti stava lì fuori ad aspettare che i nostri facessero una passeggiata la mattina delle partita.
Uscì il Trap. Io avevo foglio e penna, ma non ci arrivavo. Mio padre allora prese il cuore in mano, mise la mano sulla spalla di Trapattoni e gli disse: “Trap, per cortesia”. E lui ci guardò: me, mia sorella e mio papà, e firmò il foglietto. Una bella firma, leggibile, non il solito scarabocchio…
La casacca aveva come sponsor “Misura”, quella dei dolcificanti e della pasta integrale. Non è escluso che qualche volta, quell’anno, abbiamo mangiato la pasta integrale Misura e usato il dolcificante, non si sa bene per quale imprecisata esigenza dietetica…

***

L’interista in procinto di vincere raggiunge livelli di preoccupante scaramanzia. Quell’inverno mio padre notò una strana coincidenza: se non si tagliava la barba, l’Inter vinceva.
Diventò il rito domenicale: nonostante le proteste di mia madre, il giorno di riposo il rasoio era off limits.
Sennonché, domenica 12 febbraio 1989, il caso volle che ci fosse la celebrazione per S. Valentino, protettore della comunità (per fortuna che è il santo dell’amore: a pensarci col senno di poi, valutati i danni, pare una barzelletta).
Ospite d’onore era la maestra Marisa, la mia maestra elementare, molto amata in paese. Veniva per il Santo, perché aveva un figlio di nome Valentino.
Sicché, quel giorno non ci furono invece santi per mio padre: rasarsi fu ordine da eseguire senza possibilità di appello.
Con il malessere di chi è scaramantico e sa che sta disturbando gli dei che pretendono invece ossequiosi e ripetitivi riti, mio padre eseguì.
Ovviamente, Fiorentina-Inter fu l’unica partita della stagione che l’Inter perse: finì 4-3.
Immaginate la felicità in famiglia quando papà, al ritorno dalla festa, accese finalmente la radiolina (il televideo non c’era ancora) e sentì il risultato…
La storica galoppata si concluse con cinque giornate d’anticipo: Inter-Napoli per entrare nella storia.
I miei erano in gita con i donatori di sangue del circolo: il pomeriggio io e mia sorella ascoltammo la partita e gioimmo. E registrammo (non ricordo se ci riuscimmo) con un primo VHS (marca Nordmende, quella me la ricordo ancora) il 90° Minuto per papà.
Gli anni che seguirono sono il ricordo delle gite fuori porta e mio padre con la radiolina che portava all’orecchio, di tanto in tanto e senza disturbare, per un fugace aggiornamento. E le domande di quelli che ci venivano incontro e che, poiché dotati di mogli proibizioniste che non consentivano l’uso della radiolina in pubblico, si avvicinavano per chiedere cosa faceva l’Udinese, cosa faceva il Milan, la Juve, ecc.
Quando chiedevano il risultato dell’Inter era fantastico: quello era un nostro fratello!
Appena si allontanava seguiva il mio appagato commento: “E’ dell’Inter come noi!”.
Ho fatto poi in tempo a crescere, a prendere la licenza media, il diploma scientifico e poi pure la laurea.
Ma nessuno scudetto.
Cominciò il walzer di allenatori, giocatori, tecnici. L’Inter fu messa in vendita.
Ho un ricordo nebuloso. Qualche nome di giocatore. Qualche allenatore, ma nulla più.
Finché nel 1995, al tramonto dell’era Pellegrini, Ligabue, al cospetto di Dio, chiese per tutti noi interisti: “Che tu sia un Angelo o un Diavolo, ho tre domande per te”. “Chi prende l’Inter?” era la prima domanda.
E la risposta arrivò colma di sogno: Massimo Moratti.
Moratti presidente: il figliolo come il padre, per inseguire campionati e coppe.
Passò Elio e le storie tese con la sua Ti amo campionato, nella quale si narrano gli episodi a favore della Juve (“ad esempio…”).
E Simoni, amatissimo da mio padre, che perse lo scudetto su un rigore negato a Ronaldo che fece segnare Del Piero.
Ci andammo vicino nel 2002. Terribilmente vicino.
Il 5 maggio 2002. Tre sul divano di casa: mio padre, io e il fidanzato che, da tifoso dell’Udinese, avevo convertito al culto dei colori del cielo e della notte.
Sul 3-2 per la Lazio mio padre se ne uscì di casa e rientrò tardi, ancora affranto dopo una passeggiata nei boschi. Io rimasi a vedere Ronaldo in lacrime. Immagine indelebile. Piansi incredula, inconsolabile.
Il mio fidanzato mi portò al Cinema Ferroviario a vedere “Sunday Bloody Sunday” di Paul Greengrass. Sembrava scelto con puntuale cura masochista. Riprese con telecamera a spalla, avevo la consapevolezza che la nausea derivasse da altro malessere, quando, riemergendo dal dramma narrato nel film, rivivevo la terribile scena del goal di Simeone. Nostro ex, che ci punì non si sa bene perché, con Materazzi che chiedeva la ragione di tanto accanimento, perchè proprio lui –quando era giocatore del Perugia – aveva consentito alla Lazio di scavalcare la Juve all’ultima giornata di campionato. Intanto, la Juve vinceva a Udine (cioè a casa mia) contro, come la definì Michele Serra nel lamento in memoria dell’Inter su Repubblica il giorno successivo, “un’arrendevole succursale bianconera”.
E per di più con uno smacco universitario: il prof. di diritto civile ci aveva per tempo professato a lezione la sua fede juventina e comunicato (quasi come un guanto di sfida) l’acquisto del biglietto per la partita Udinese-Juve per vedere la Juve vincere lo scudetto.
Sarà per quello che il diritto civile è ancora oggi la mia bestia nera…
Che altro ricordo? Anni di analisi. Mania di persecuzione, consapevolezza di avere ragione e di vedere gli altri sghignazzare.
L’ingresso all’Inter club dove non sai come sarai accettato la prima volta: perché donna e perché sei nuovo e potresti portare sfiga. Ma niente da fare. Non si vinceva, nemmeno nel pub della Guinnes e del Tucano.
Sì, certo, la UEFA: unico Cartizze stappato a livello europeo.

***
Il mondo si è ricomposto una sera di giugno del 2006.
Studiavo per gli esami alla Scuola di Specializzazione a Padova. Un periodo intenso. Guido Rossi (che conoscevo per aver studiato qualcosa di suo a diritto commerciale ma non certo per la fede interista) si comportò come uno psichiatra che dice al suo paziente: “era tutto vero. C’era un complotto contro di te. Non sei malato. Non c’è nessuna mania di persecuzione. Ora alzati, cammina e vinci”.
Il 2006 è un altro anno di svolta: guarigione psicologica, scudetto ricucito là dove doveva stare, la media più alta alla SSPL, il Mondiale vinto con Materazzi, le prime prove come giurista, il fidanzato che avevo sognato (salvo poi svegliarmi dal sogno), la Juve in B e l’Inter a restare l’unica squadra mai retrocessa (questo elenco non è in rigoroso ordine d’importanza…).
Di lì a seguire è stato tutto in discesa: la felice scia degli scudetti, sempre al cardiopalma (18 Maggio 2008, Ibrahimovic che entra e ci salva a Parma).
Per arrivare allo storico 2010.
La cavalcata in Champions corona una stagione indimenticabile, dolcissima, romantica tanto da essere succosamente melensa.
Il divano questa volta è quello di casa di mia sorella.
Quando non si riesce a vedere la partita e capita di essere fuori assieme, c’è il telefonino con la radio. Lei lo ha voluto per una ragione precisa: se è fuori casa, deve poter sapere che cosa fa l’Inter.
Così capita che, in occasione dello shopping pasquale, siamo assieme a Cividale. Entriamo nel negozio di intimo, io vado a provare in cabina e lei, con elegante nonchalance, scosta la tendina e bisbiglia: Milito.
Ok, l’Inter è avanti. Siano lodati i cellulari muniti di auricolare che ci consentono di esultare a un solo sguardo anche mentre proviamo i vestiti, mantenendo intatta la nostra femminilità.
Intanto, arriva il Barça e l’Inter fa la partita storica: vince 3-1 a S. Siro. Quella sera il mio ex storico (quello convertito al culto interista) mi manda anche un mms da S. Siro con la foto della curva nord con la scritta “Madrid andiamoci insieme” (che diventa il mio sfondo nel desktop del portatile): l’ho stravolto al punto che continua a frequentare l’Inter club e a seguire la squadra fino a Milano. Ho fatto un buon lavoro, va detto.
Questo Maggio 2010 comincia in crescendo: Coppa Italia Roma-Inter (goal di Milito); Scudetto n. 18 Siena-Inter (goal di Milito) quando si temeva il peggio.
Fino al 22 Maggio 2010: Finale di Champions League al Bernabéu. La vigilia, il 21, è la giornata in cui perdo sei anni di vita tecnologica perché mi cade l’hard disk esterno, andando in pezzi.
Tabula rasa. Ma domani c’è la Champions, che allevia lo schock. Poi vedrò che fare: è un crescendo concitato di impevisti. E anche di possibilità!
Mia sorella sviluppa l’idea di fare il giro a Milano. Il dubbio è dilaniante: vederla con papà, colui che ci ha trasmesso il gene interista, o seguire il richiamo del cuore nerazzurro e raggiungere i nostri simili in piazza Duomo, per un’incredibile inondazione di emozioni straripanti?
La voglia di raggiungere gli amici milanesi che affettuosamente ci offrono ospitalità è senza misura. Quasi cediamo, siamo in zona stazione per i biglietti e poi, guardandoci negli occhi, vince, su tutto, la voglia di vederla assieme, assieme a papà, perché sennò non sarebbe storica e memorabile, quarantacinque anni dopo la sua ultima Coppa Campioni. Perché dobbiamo condividere e non importa dove, ma con chi. Come sempre e come tutto.
La location allora è quella standard: divano di mia sorella. Ma non c’è più scaramanzia.
Non ci sono riti. La bandiera la portiamo appresso dalla vittoria contro il Chelsea.
E poi in aumento fino alla serata della finale: rispolveriamo quella comprata da papà poco più che ventenne a S. Siro, quando non aveva abbastanza soldi per comprarsi il biglietto ed entrava allo stadio quando aprivano il cancello, per vedersi gli ultimi venti minuti della partita.
Anno 1965-1966: la vedi che è scritta a mano e poi stampata. Non come quelle di adesso, tutte perfette col design fatto al computer. E si comincia.
Inter-Bayern: Milito-Milito. Urlo, fischio, sfogo. Ci siamo bevuti l’Europa con due goal che sono uno più bello dell’altro. Abbiamo anche stretto i denti, ma sembrava incredibilmente facile…
Girotondo noi tre. Foto felice con la tripletta! Cartizze, Prosecco, oplà!
Siamo noi, siamo noi!
Il resto è noi due a fare da pilota (io) e copilota (mia sorella, con bandierone fuori dal finestrino) che allora sì possiamo andare a festeggiare con i nostri simili: strombazzando con l’Inno a tutto volume, è il battesimo interista della Yaris. Finché incontriamo altri simili e la gioia si mescola, si confonde e si moltiplica: come i baci di Catullo alla sua Lesbia, che questa sera sono per la nostra Pazza, Pazza Inter.
Questa dolcissima sera di Maggio vedo un ventennio di Inter che ha fatto un cerchio: un ciclo perfetto che si chiude. L’apoteosi raggiunta con un allenatore unico, intelligente, sprezzante, sicuro e semplicemente bellissimo. Che è stato nostro. Ne siamo innamorati: ci ubriacheremo di disperazione per il suo addio ma aspetteremo il prossimo, per dargli tutta la nostra fiducia.
Non ha importanza se arriverà il declino. La ruota gira. Ora abbiamo avuto tutto, abbiamo avuto il meglio. Tutto assieme. Quello che altri non hanno mai fatto.
Solo l’Inter, solo l’Inter.

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