“Il racconto dei racconti – Tale of tales” (regia di Matteo Garrone): ognuno c’è per l’ossa e per la pelle.

Schermata 2015-05-18 alle 23.52.47La sceneggiatura era già scritta: cruda, crudele, spietata. Come solo le fiabe sanno essere. Le fiabe originali, intendo, non le versioni edulcorate della Disney (che pure adoriamo, specie sotto Natale).
Garrone, per recuperare dall’oblio “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, ci ha messo la magia, quella del cinema: costumi, fotografia, scenografia, musica e regia impeccabili. La sua è una pellicola di grande impatto visivo, di rara eleganza, che non ha nulla da invidiare – per la resa reale degli elementi di fantasia – alle colossali trasposizioni tolkeniane di Jackson.

Ma qui è la storia del nostro passato: è il richiamo alle origini, a letture perdute, che scava dentro una lingua dimenticata, elaborata, oggi per noi incomprensibile e quindi tradotta, che sarebbe da leggere a voce alta per essere meglio colta – forse anche minimamente compresa – nelle sue ricchissime sfumature.

Re, regine, orchi e draghi marini, streghe, foreste, funamboli e mangiafuoco, gemelli, cuori strappati dal petto, tornei per avere in moglie una principessa, latte miracoloso, pelle scorticata per insegnare a noi una morale che annaspa tra pulsioni, crudeltà, voglie: le sequenze da brivido e le lunghe battute d’arresto rendono, grazie a una regia eccezionale, crudamente reale la fiaba. La telecamera ci tira dentro la scena: siamo noi a correre rasente i muri del labirinto dietro ad Elias, a vedere Viola che ci viene incontro per scappare dall’Orco, a camminare dietro alla vecchia scorticata.

Ho più volte chiuso gli occhi, più volte distolto lo sguardo, più volte son rimasta a bocca aperta, io bambina: stupita, spaventata, meravigliata, disgustata. Per vedere “Il racconto dei racconti” bisogna abbassare la guardia e lasciarsi portare dentro un mondo in cui le passioni si incoraggiano, si dissetano, mettendo in gioco la pelle, fino a scalfirla.

Il film è ricco di elementi evocativi, poderoso nelle citazioni, nei rimandi, ricamando un incastro che confluisce tutto dentro la stupenda fortezza di Castel del Monte. Ma le mura dei castelli hanno brecce vulnerabili: come la pelle, corazza sottile e fragile, motivo costante dei tre racconti, che gioca con le donne, mettendo alla prova l’umana presunzione, vanità, tracotanza.

La pelle tradisce il patrimonio genetico del drago marino vissuto al riparo dalla luce e che sulla terra genera figli albini come Jonah ed Elias; è specchio implacabile del tempo che passa per Dora; è infine scherzo della natura reso oggetto di un torneo in cui la superbia reale tracima in tragedia, ma anche in occasione di riscatto, per Viola.

E’ il nostro perimetro: ci limita dentro un confine, tradisce quel che siamo, svela la nostra origine costretta nel tempo e nello spazio. A momenti chiediamo il buio, per nasconderla, oppure la rinneghiamo, per averne una nuova; vogliamo sapere da dove viene, a chi appartiene, per controllare noi soli la natura. Ma più forte della pelle, e del suo colore, è la sua totale assenza: “non si può separare ciò che è inseparabile”, ciò che proviene dalla stessa acqua, dallo stesso essere marino che si è spiaggiato e ha dato il suo cuore mandando, per una sconosciuta magia, le sue schegge per il mondo.

Film da non perdere: voto 5/5

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