Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine

Schermata 2015-05-04 alle 00.04.59Quando uno fa il giro del mondo finisce per prenderla, la febbre gialla: non conto più il numero di fine settimana trascorso fuori casa, e le pause pranzo rubate mangiando in scatole di plastica il riso e le verdure che mi cucino di notte.

So solo che, quando ho cominciato questo tour, sulle Dolomiti nevicava e non era ancora ufficialmente primavera.

E lì ho chiuso l’inverno con l’ultima ciaspolata al rifugio Scoiattoli di Cortina, posto dell’iniziazione della mia grande passione per le scarpinate da backpacker in montagna. Al cinema doveva ancora uscire Wilde, per dire.

Sono andata a cercare il mio alter ego, la Slivovice, a Praga (di cui tengo ancora al caldo la recensione, tra mille appunti e foto da sistemare), perché solo un distillato può contenere l’essenza di una donna di spirito.

E ho finito per mescolarmi pericolosamente con l’assenzio, scoprendo così che la città di K., coalizzata con il genio di David Cerny appeso per le strade, aveva scalzato in due giorni il primato di città del mio cuore detenuto da oltre un decennio dall’amatissima “rote Wien”.

Sono passata dai 0 gradi di Venceslao ai 30 di Satchmo a New Orleans, a sentire il profumo di una primavera incantata dai fili di perle sulle querce del Garden District e a sconfiggere l’alligatore delle bayou addentandolo nel po’boy innaffiato dal Sazerac dei locali jazz di Frenchmen street: mi sono inebriata del profumo di un’estate profonda e caraibica, quella che nel 2014 mi si è completamente negata.

Al ritorno, in lotta serratissima con il jet lag, non potevo che prendere la febbre gialla, catapultata in Asia: tempo di Far East Film Festival a Udinè (con l’accento, come lo pronunciano gli ospiti venuti dal lontano oriente), la manifestazione internazionale più esotica che si possa immaginare in una cittadina di confine.

Nove giorni di occhi a mandorla: 61 film in totale nell’elegante teatro cittadino.

Ne ho visti 25, alternando il lavoro (carico e particolarmente intricato in questo periodo) alle proiezioni.

Ma con la collaborazione del gruppo di amici cinefili, altrettanto febbricitanti, non ne abbiamo perso uno.

Uno squadrone di poco più di dieci persone, tutte capaci di vedere cinque proiezioni al giorno ed esserne entusiasta davanti al calice finale nell’enoteca allestita al teatro.

Oggi, primo giorno del post FEFF, un hangover cumulativo che dovrà essere smaltito lentamente, tornando presto alla normalità (più o meno i tre film giorno di Truffaut del suo motto: “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte”).

Spendo ancora poche parole per l’organizzazione: Sabrina Baracetti, presidente del Centro Espressioni Cinematografiche e Direttrice artistica del Festival, è colei che guida da diciassette edizioni uno degli eventi più importanti in Occidente sul cinema asiatico.

Ha certamente una grande squadra alle spalle, magistralmente condotta, e alleati di pari importanza (Thomas Bertacche della Tucker film su tutti).

A lei va ritualmente il palcoscenico per le presentazioni: sempre misurata, emozionata, appassionata e partecipe; cede lo spazio agli ospiti, parca nelle sue apparizioni, non prevale mai. Coinvolge invece il pubblico, rendendo il (giusto) ruolo di protagonista a chi con affetto dimostra negli anni fedeltà alla sua creatura.

Ho in mente il breve passo con cui indietreggia quando offre il microfono agli ospiti: un gesto di profonda stima e rispetto per i maestri, le celebrità e le promesse del futuro che vengono a Udine per proporre le loro opere.

A lei va la mia massima ammirazione e stima.

Ecco, ogni anno, quando finisce il FEFF, penso che dalla Baracetti vorrei sentire ancora qualcosa: è una persona dalla quale c’è molto da imparare.

***

Di seguito il mio elenco, per non dimenticarmi più di questa fantastica edizione.

Dragon Blade – Hong Kong. Jackie Chan sul palco è elastico come lo è nei film. Vedere la leggenda dal vivo è stato un grande privilegio. Il blockbuster porta un messaggio di pace ante litteram. Brody fa il romano cattivo, Cusack il romano buono. Inno in latino da brividi. Voto 3/5

My ordinary love story – South Korea. Una sdolcinata angoscia: il fidanzato premuroso e sfigato che non ti aspetti abbia un debole per la macelleria umana. Voto 2/5

The last executioner – Thailand. Un Pierrepoint versione buddista che suona Elvis e uccide senza obiettare, perché il braccio della morte è “alla fine della cascata”. Voto 5/5

La la la at rock bottom – Japan. Licia e i Bee Hive mi piacevano. La musica offre la possibilità di una nuova vita. Voto 3/5

The gifted – The Philippines. Anne Curtis Smith è un idolo: nel film è bella, intelligente e stronza; ovvio che una così se la cava sempre con un semplice: “I’m sorry”.

“Intelligence is the new black. Smart is the new sexy” è diventato il motto del FEFF17. Voto 3/5

Women who flirt – China. Fare il maschiaccio è un problema: quando l’amico storico si innamora di te, lui pensa di essere gay. Finale con geniale omaggio a Ghost. voto 3/5

Confession – South Korea. L’assicuratore cerca sempre di fotterti. Troppi legami, durata di venti minuti in eccesso. Voto 2/5

The royal tailor – South Korea. Costumi fantastici, storia senza lieto fine, ma immensa. Notevole l’attore Go Soo. Voto 5/5

Kung Fu Jungle – Hong Kong/China. Botte da orbi con massima espressione delle arti marziali, ma trama prevedibile, per non dire assente. Voto 1/5

Rubbers – Singapore. Il preservativo è letale: dramma surreale con slanci divertenti. Voto 2/5

Sara – Hong Kong. La prostituzione minorile per le strade della Thailandia. Film importante, ma a tratti stucchevole. Voto 3/5

Make room – Japan. Alla claustrofobia giappo siamo abituati. Qui ci chiudono nella sala trucco di un set pornografico. Ma il confronto con “Be my baby” dell’edizione FEFF16 è in perdita: quello era geniale. Questo osa, ma non prende il volo. Voto 1/5

Café. Waiting. Love – Taiwan. Simpaticissima fiaba che frulla insieme caffè, uomini in bikini per una scommessa persa, un cavolfiore al guinzaglio, un angelo, la morte, un mafioso buono, l’amore. Mi ha convinta, da rivedere. Voto 4/5

How to win at checkers – Indonesia/USA/Thailand. Delicato sguardo su come si parte militari partecipando a una lotteria. Lo spaesamento viene dalla disinvoltura con cui il film approccia l’omosessualità e la transessualità. Film poetico, che offre uno sguardo affettuoso sui protagonisti. Voto 4/5

Cart – South Korea. Lo sciopero è un diritto sacrosanto. Voto 4/5.

My love, my bride – South Korea. “A piedi nudi nel parco” versione a mandorla. Voto 3/5.

The last reel – Cambodia. Film importante, che racconta in maniera rispettosa e senza pesantezza il dramma violento di un Paese che ha ingoiato attori, registi e artisti sgraditi a Pol Pot. Un buco nero nella filmografia cambogiana dal quale si sono salvati solo 30 film. Argomento del quale dovremmo tutti sapere un po’ di più. Voto 5/5

Gangnam blues – South Korea. Durissima tenere il filo delle gang coinvolte in questa storia anni Settanta. Delinquenti in abito elegante: Lee Min-ho va tenuto d’occhio. Voto 3/5

My brilliant life – Souht Korea. Storia insolita su un ragazzo malato di progeria: inesorabile nell’epilogo, eppure delicata e coinvolgente. Lacrime sul finale: film che merita successo. Voto 4/5

20, once again! – China. E anche con questo ho visto una Cina che non conoscevo: molto occidentale, dagli interni alle stradine di città. Commediola simpatica (chi non vorrebbe avere di nuovo venti anni?), ma non al livello di Woman who flirt. Voto 3/5

Port of call – Hong Kong. Un tizio confessa l’assassino di una sedicenne; il poliziotto non gli crede: vuole capire il motivo. Film truce (sangue, testa mozzata e feto inclusi). C’è chi è uscito dalla sala. Io ho chiuso gli occhi, ma un film senza suspense non regge solo con un cadavere macellato. Voto 1/5

The man with three coffins – South Korea. Film restaurato del 1989. Sfondi colorati in giallo, blu o rosso a seconda del flash back e del tema (come se il mondo fosse osservato dai vetri colorati raccolti per strada, ci svela in sala Darcy Paquet). La stessa attrice interpreta la moglie morta del protagonista, una prostituta che muore soffocata tra le convulsioni e un’infermiera (mi ricordava il Bunuel di “Quell’oscuro oggetto del desiderio”). Il protagonista invece ha problemi di erezione. Viaggio spirituale in paesaggi montani che sembrano la nostra Carnia con la Amariana innevata. Sonoro disturbante, danza sciamanica finale lungo le sponde di un lago. Splendida l’immagine del traghetto tra le onde che evaporano. Senza voto perché fuori concorso.

Siti – Indonesia. Neorealismo in bianco e nero. Film lento, duro e di imponderabile tristezza. Lascia un senso di nausea (in perfetto stile Moravia) per i lunghi piani sequenza e l’ineluttabilità dell’epilogo. Il film è anche ben fatto, ma la durezza è implacabile. Voto 2/5

Forget me not – Japan. Come vedere “South of the border, west of the Sun” di celluloide. Chi ama Haruki Murakami, e ammette qualcosa di paranormale, sa. Splendido l’omaggio ai “400 colpi” di Truffaut. Voto 5/5

The taking of Tiger Mountain – China/Hong Kong. Sono crollata per la stanchezza. Qualche proiettile al rallenty di troppo: non è il mio genere. Voto 2/5

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3 commenti on “Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine”

  1. L. ha detto:

    Poteva avvisare, le avrei offerto volentieri un liquorino 🙂

    • kslivovice ha detto:

      In verità, ho fatto in modo di non perdere il famoso amaro offerto dalle sorelle Nonino mentre aspettavamo la proclamazione del vincitore!
      Ma lei non c’era? Come ha potuto perdere una kermesse così coinvolgente?


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