Dancing with Maria, regia di Ivan Gergolet

Schermata 2015-03-01 alle 17.41.43Se ascolti il ritmo della pioggia, non è sempre uguale.

Può essere veloce, o più lento. Tic, tic, tic-tic-tic.

La pioggia entra nella terra e le dà il ritmo.

Su quella terra, leggera come una piuma, si muove l’argentina Maria Fux, sperimentatrice, pioniera, avanguardista della danzaterapia, ancora oggi attiva docente all’età di 93 anni, pasionaria, ma solo per il fiore (pasionaria in spagnolo è termine che può indicare diversi fiori) che porta sullo chignon, unico indizio che tradisce le sue origini di ballerina classica, rigorosamente sgargiante e in tinta con l’abito: a contraddistinguerla, infatti, sono la delicatezza dei gesti, la scelta misurata delle parole e uno sguardo empatico, indulgente, sull’umanità che riempie il mondo.

All’altro capo dello stesso mondo, nell’atmosfera nostalgica della mitteleuropa che ancora aleggia su Trieste, c’è Martina Serban, oggi psicologa, da sempre danzatrice.

Me la ricordo con uno spesso cappotto di lana, i capelli color porpora sciolti sulle spalle, gli occhi di un turchese ipnotizzante, i movimenti delicati, un sorriso ampio: allora, quando eravamo adulti in potenza, i giorni trascorrevano noiosi tra i banchi del liceo, tra letture, versioni di latino e derivati. Passata metà della nostra vita, ritrovo sullo schermo la stessa chioma porpora e lo stesso sguardo turchese, che ora riconosco empatico come quello di Maria: è lei, Martina, la scintilla dello splendido documentario che è valso al regista Ivan Gergolet, suo marito, il premio Civitas Vitae nella selezione della 29.ma Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia.

Partendo dall’idea di conservare un ricordo dei loro giorni argentini mentre Martina frequentava l’“estudio” di Maria Fux a Buenos Aires, Ivan Gergolet regala alla moglie (e a noi) uno scrigno che contiene il prezioso e profondo insegnamento di Maria: ci accompagna in punta di piedi nelle stanze del laboratorio di danza, ci offre il caleidoscopio delle sue giornate, ricostruisce per noi la sua storia, ricercando tra super-8 e ritagli di giornali dimenticati le tappe di una donna eclettica e instancabile.

“Yo comienzo”, dice Maria, quasi impaziente, proprio all’inizio del film: sa che il tempo a disposizione si riduce sempre di più e vuole salutare con un buongiorno la vita che le ha offerto “molto, qualcosa, poco e niente”.

Maria introduce gli allievi alla consapevolezza del proprio corpo, al superamento dei propri limiti attraverso la percezione interiore della musica, del ritmo e del movimento.

Nel laboratorio di Maria non solo sono tutti benvenuti, ma tutti “vuelven”, tornano, perché tutti possono danzare: chi si muove in stampelle, chi non può vedere, chi ha in più quel cromosoma che lo dota di grande affettività, chi addirittura non può sentire la musica, ma può sperimentarne il ritmo attraverso il quale toccare armoniosamente l’aria, lo spazio, il tempo.

Non c’è la pretesa di guarire una patologia che la medicina ha scientificamente classificato: chi conosce i propri limiti impara però a dialogare interiormente, trovando così una forza e una nuova possibilità espressiva.

Su quel parquet del palazzo dell’Avenida Callao, Maria e Martina sono i due volti del Maestro e dell’Allievo: necessitano uno dell’altro, si arricchiscono reciprocamente, si completano a vicenda. Il film è una riuscita sintesi della poesia, dell’armonia che Maria Fux ha cercato, raggiunto e trasmesso a generazioni di danzatori che l’hanno incontrata.

“Immagina un filo che parte dalla tua testa, che ti fa alzare e camminare dritto su questa linea”, mi dicevano i fisioterapisti quando ho appoggiato le stampelle e ho cominciato a muovermi (di nuovo) da sola nello spazio. Quel filo non c’è nella realtà: la mente però lo vede con la forza che ha dentro, e quella forza solleva il corpo e lo invita al movimento. E il corpo va.

L’esperienza attraverso cui Gergolet ci porta, filtrata dai racconti degli allievi di Maria, è accompagnata dalle musiche intime di Luca Ciut, giovane compositore giuliano: il suo colpo di genio sta tutto nel costruire una delicata melodia su movimenti di riprese già complete, con lo scopo di accompagnare lo spettatore nella crescita che ha maturato chi le ha realmente vissute.

La splendida colonna sonora realizzata da Ciut (disponibile sul sito personale del musicista) dice quel che le parole spesso non riescono a raccontare.

Racconta Maria:

Nell’autunno del 1942, guardando un albero in autunno e una foglia cadere decisi di fare quel tipo di danza.

Ma quando cercai una musica adatta, non la trovai.

Allora chiesi alla foglia d’autunno: “Hai bisogno della musica per muoverti?”

La foglia rispose: “No, ho bisogno del vento”.

I nostri movimenti uniscono il tempo trascorso, quello attuale, il futuro: noi danziamo ogni giorno la vita, al ritmo del vento.

Disegnandolo sui suoi spartiti, Ciut lo sente, lo vede, lo ascolta e ne propone il delicato afflato.

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