Rumore bianco, Don DeLillo

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Qui non moriamo, facciamo acquisti. Ma la differenza è meno marcata di quanto si creda.

Mettete insieme i dialoghi di Carver, qualche lattina pop di Campell Soup, la verve cinica e pulp di Tarantino, l’ipocondria dilagante e galattica di Woody Allen ed ecco una porzione concentrata di “realismo isterico” americano.

Ringrazio il gruppo di lettura Scratchmade per avermi insegnato questa definizione della letteratura post-moderna statunitense.

Il romanzo esce nel 1985, con gli echi della POP art e del suo re indiscusso Wharol (che ho scoperto meritarsi pure una citazione in Underworld!).

Jack è un professore di studi hitleriani che (non sa il tedesco, ma) si aggira per il campus in toga e occhiali scuri e dismette l’autorevolezza che gli è richiesta solo quando, in pullover turchese, viene sorpreso alle casse del supermercato da Murray, un collega in cerca di affermazione, ex-inviato sportivo, che ora tiene un corso sugli incidenti d’auto e tanto assomiglia all’inquietante Jake Gyllenhaal di “Nightcrawler”.

Ad accompagnarlo al mall c’è sempre Babette: moglie vacua, dai contorni – psicologici e fisici – così indefiniti da essere apprezzata proprio per la sua «vastità», e la cui serena influenza su Jack inizia a scivolare sulla china amara della depressione e della frustrazione, nonostante gli impegni con letture a non vedenti e lezioni di postura.

Jack e Babette cumulano sei matrimoni e cinque figli, da gestire in un caleidoscopio di inclinazioni e caratteri diversi (la volontaria che si offre come vittima nelle simulazioni dei disastri, il genio che gioca a scacchi con un carcerato): meravigliosi adolescenti, che sembrano più adulti dei genitori e che anzi a questi incutono timori, inducendoli a molteplici quanto inutili sotterfugi.

Insieme, i protagonisti sono consumatori, voraci spettatori di disastri, ricordano in maniera capillare (e raccontano con piacere quasi pruriginoso) dov’erano quando moriva James Dean (e non siamo forse anche noi in grado di dire cosa stavamo facendo l’11 settembre?), affrontano con ostinata compostezza evacuazioni in massa per nubi tossiche che ricordano funghi atomici, interrogandosi sui sintomi da avvelenamento (il déjà-vu; l’aborto, che però “dovrebbe” essere preceduto quantomeno dalla gravidanza).

Per regolarità delle visite, sono devoti frequentatori dei mall; le corsie del supermercato sembrano i banchi di una chiesa: ci si va, ci si passa del tempo, e infine se ne esce appagati e coi carrelli pieni, come si uscirebbe con l’anima sazia dalla chiesa.

L’acquisto compulsivo, il consumismo spinto, danno margini di piacevole sicurezza.

Da soli, invece, sono individui vulnerabili: ci si può adattare (Jack), far fatica e cercare aiuto (Babette), vivere di mezzucci (Murray, quello del «meglio tu che io» quando Jack scopre di essere stato contaminato), evitare contatti (Winnie Richards che cammina rasente i muri), ma quando si è soli col proprio corpo, circoscritto ed esposto agli agenti esterni, si insinua il pensiero di una (necessaria) morte che cresce dentro, come un essere autonomo. Anzi, quando si è soli si corre, quasi per scappare da se stessi, come fa Jack nel campus.

DeLillo palpa la società americana nei punti dove più duole, come Jack palpa Babette che gli passa accanto generosa: mescolando messaggi radio, trasmissioni tv e pagine di tabloid, nei quali galleggia l’intimità familiare, a una narrazione convulsa (e a volte faticosa), racconta in maniera geniale ipocrisie, follie, black-out attraverso figure stereotipate, ma senza eroi. C’è solo un antagonista, che finisce per diventare vittima.

Aleggia invece la voce fuori campo di un cronista, capace di creare suspense e interrompere sul più bello con un “il mistero americano si infittisce”.

Il personaggio più riuscito è la folgorante suora tedesca:

– Lei non crede nel paradiso, una suora?
– Se non ci crede lei, perché io?
– Se lo facesse lei, forse ci crederei anch’io.
– Se lo facessi io, non dovrebbe crederci lei.

Riassunto concentrato (sullo stile di Fénéon Félix) dei pregiudizi ai quali siamo affezionati.

Se ne dovessero fare un film, vorrei la regia di Tarantino (c’è anche una pistolettata, tranquilli) e Waltz nel ruolo della suora: sono sicura che vincerebbe l’Oscar, sempre come non protagonista.

Unica nota negativa: la traduzione, non sempre brillante, di Mario Biondi. “People come in gun-shot, slashed” non si può tradurre con “dove arriva gente sparata, accoltellata”. “Sparata” non è lingua italiana, e non si discute.

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