Si tratta di scegliere tra due vaffanculo – The Grand Budapest Hotel vs Boyhood

Tutto sta nello scegliere tra due “vaffanculo”.

Schermata 2015-02-16 alle 22.54.15 “What’s the meaning of this shit?” – The Grand Budapest Hotel

Adoro Schiele (ma non ho un quadro in camera come “Tutte le ragazze con una certa cultura”), e adoro Wes Anderson.

“The Grand Budapest Hotel” è un grande, immenso, volo di fantasia: una fiaba come un bon bon di pasta di zucchero. Profumata con la migliore colonia, curata, dettagliata, elegante, raffinata.

La pellicola mi è piaciuta così tanto che l’ho pure vista due volte.

Il cast è eccezionale: Norton, Fiennes, Murray, Keitel, Law, Dafoe, Brody, Wilkinson (ritrovarlo nei panni del buon Zero anziano mi ha confuso dopo essermi abituata al Dar Adal di “Homeland”). Sono tutti accorsi per un cameo, per un contributo al gioiellino immerso negli anni Trenta di una località di montagna che parrebbe tanto essere Svizzera ma che in realtà si trova nel cuore di una Mitteleuropa perduta (il nome dell’Hotel richiama lo splendore magiaro, una fetta di torta esterhazy, se non la nobile famiglia tutta).

C’è neve, ci sono saune rilassanti, cure, delicatezze e riposo. Humor mescolato a un noir d’autore. C’è un concierge devoto e premuroso. Un avvocato, la polizia, musei, dita tagliate, tele, arte.

C’è una follia che avanza e imperversa con modi ruvidi, volgari, irrispettosi, scuri, voraci e ingordi di denaro e che ammantandosi di un simbolo a doppio fulmine ricorda tanto l’orribile doppia S.

Ma è una tela spezzata a dare la cifra del male. E’ un quadro che, perdendo il confronto con l’inesistente Van Hoytl (preferito dal colto e raffinato Monsieur Gustave H.), rimane al Castello, per essere schiantato da Adrien Brody (“und Taxis”) perché Schiele con le sue inconfondibili pennellate nodose ha la colpa di aver dipinto una scena lesbo, che viene liquidata con un gesto iconoclasta e una bestemmia: “What’s the meaning of this shit?”.

Schermata 2015-02-16 alle 23.02.19

“Come on, man! Turn this shit off!”- Boyhood

Amo Linklater, e a Vienna e Parigi ci sono andata dopo aver accuratamente ripassato i suoi “Prima dell’alba” e “Prima del tramonto”.

Sarà destino che ora mi porti nel Sud dell’America facendo la magia con “Boyhood”: l’incantesimo è fatto di intimità, colonna sonora (le sue sono sempre speciali, ho cercato per anni “Come here” di Kath Bloom, e adesso ho già “Hero” sull’ipod), delicata empatia dello sguardo sulla vita, gli errori, le scelte, la comprensione, gli incoraggiamenti, le delusioni e le lotte che accomunano il percorso di tutti gli adolescenti dell’impero occidentale.

La professoressa che dice “floss” al giovane Mason che sta per partire per il college mi ha trafitta: citazione del “Sunscreen Speech” di cui non mi sarò accorta solo io. E non intendo quello di The Big Kahuna, ma quello vero di Mary Schmich sul Chicago Tribune, che guarda caso scoprii durante i miei mesi felici da expat PhD student in Olanda.

E nel film c’è tutto sull’istruzione americana (community college, in-state or out-of state tuition, veterans, perspective students, international!).

C’è Britney Spears, il Game Boy, il Mac, Harry Potter, Twilight. E pure un omaggio a “The mocking bird” che più Sud di così non c’è.

Ma sopra ogni cosa c’è quel “Come on, man! Turn this shit off!” sulla scena di un film dell’orrore.

Per un momento ho pensato a “The Blair Witch Project”: Hawke (fedelissimo a Linklater e in odore di un Oscar che sarebbe meritatissimo) torna a casa coi figli e ci trova l’amico sul divano davanti alla tv che restituisce immagini di uno scantinato sconnesso filmate da una telecamera a spalla e urla disperate di una donna che sta morendo ammazzata. Non sono sicura che sia una scena di quel film, ma considerati gli anni potrebbe anche esserlo. “Avanti, amico: spegni questa merda!” mi libera dal trauma orribile nel quale sono caduta dopo aver visto “The Blair Witch Project” al cinema.

Non sono andata nel bosco dietro casa per mesi. E non nego di ripensarci ogni volta che, attraversando un bosco o una pineta durante le mie camminate, mi capita di trovare rami disposti in forme che potrebbero sembrare figure: non le tocco.

***

Ecco, le due espressioni sono come due vaffanculo: violento e distruttivo il primo, deciso e protettivo il secondo.

Da un vaffanculo ignorante e cattivo urlato in un castello buio di un posto immaginario dell’est, terra alla quale sono peraltro emotivamente e geograficamente legata, a quello maturo e liberatorio dell’America, di sole e di musica.

E niente, si tratta di scegliere se ricevere o dare un vaffanculo; ma non è poi così difficile: la TV si spegne, i profili facebook si possono oscurare, perché c’è tutto un mondo colorato da vedere.

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