“Sei bella e immensa, o Nord America!”

corsaHo dovuto vedere i parziali per crederci. 10,5 km in meno di 60 minuti. Un ultimo giro a 5.35. Un applauso per me: ce l’ho fatta, sono in piedi, sto bene e corro più che posso, perché per ogni km percorso lo sponsor della squadra versa 5 euro a Telethon.

Ho sorriso lungo tutto l’anello, perché sapevo dov’erano i miei supporters: chi mi ha preso i guanti lanciati al secondo giro perché ormai mi ero scaldata, il maratoneta di famiglia che mi ha tenuto il tempo “vai, vai, che ci siamo, sei sotto i 6 minuti a giro”, i colleghi apparsi inaspettatamente urlando “forza Klara” e “dai che stai andando bene” che mi hanno fatto alzare i pollici e continuare, e il più bel “forza sister” che una sorella ti riserva sorridendo con te, allungando la mano sua e quella del cognato più speciale del mondo per il “gimme five” dell’ultimo giro, fino ai bimbi che mi hanno seguito per tutti dieci giri gridando in coro “vai farfallina, ciao farfallina!” perché indossavo le antennine dei miei amici a quattro zampe, per scaramanzia e piccola vanteria natalizia.

Telethon è un’inebriante emozione, dura ventiquattro ore e nasce nel tendone dove la squadra si ritrova per scambiarsi il chip di rilevazione dei metri percorsi: 330 persone che ogni ora hanno preso il via per aggiungere km alla somma finale sono un respiro a pieni polmoni di volontà e forza d’animo.

ferriVolontà, parola magica. Un anno fa a quest’ora ero in stampelle, uscita dall’Ospedale dopo essermi tolta le giunture di titanio che hanno tenuto insieme per 24 mesi i quattro pezzi in cui si era frantumata la mia gamba: un avvitamento elicoidale sulla neve (che amo) e mi sono fumata 30 mesi di camminate, corse, ferrate, nuotate.

Lo scorso anno ho raccontato qui la fine della prima parte; la seconda doveva iniziare, perché senza ferri si ricomincia daccapo.

In primavera il cardiologo ha detto: attività aerobica. Ho iniziato con camminate serali. Poi camminate in salita e ritorni in discesa di corsa, lungo strade e sentieri adagiati tra le mie colline, tra vigne e alberi d’acacia, che hanno la bellezza e il profumo del paese delle fiabe.

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E poi, a luglio, ho ripreso in mano la magica tabella dello zio maratoneta che ho girato a mezzo mondo. E mentre mezzo mondo correva, io mi dovevo accontentare di accarezzare la mia zampa ferita e abusata (il corpo va usato, mi hanno detto, per capirne al contempo forza e fragilità), il mio “sgaret”, come una colt che si deve (di nuovo) imparare a maneggiare.

Ho barato e ho iniziato la tabella a 1/3 della scaletta, perché il cuore, la mente, le gambe, questa perfetta trinità che mi ha portato in cima a tanti monti, non aveva dimenticato e doveva solo essere risvegliata.

A ottobre ho concluso il programma e ho fatto la mia ora di fila, tra colline, saliscendi, con finali sempre controvento: mi sono attrezzata e ho cominciato a correre di notte, sotto le stelle, con luci e lucine che anticipavano Natale di due mesi e mi hanno ridato serenità e fiducia. Di notte c’è silenzio, le distanze sembrano ravvicinate, la propria forza è segnata dalla concentrazione, dal ritmo dei propri passi, dalla tramontana che sferza il viso.

Quindi, da valligiana, arrivare in città per Telethon è stato un gioco da ragazzi: in piano, in città, senza vento. Anche se con il risentimento del fuso orario completamente sballato, anche se dopo quindici giorni trascorsi nella più profonda America che esista, anche se con un’escursione termica di 20 gradi.

Così finisce un altro anno. Nella to do list del 2014, sempre qui, mi ero segnata proprio l’America.

E tanto mi è piaciuta la prima volta, che ci sono tornata una seconda. E ora che non fa più paura, chissà quante altre seguiranno. E così ho visto, e ho vissuto, Nord e Sud. Città e campagna.

Bella, grandissima, inebriante, materna. Patria più di ogni altra nazione: stelle del cielo e grandi orizzonti, la bandiera sventola ovunque. Noi non ne siamo capaci. Orgoglio e appartenenza, una miscela di grandi ideali, altrettante immense contraddizioni, con una spruzzata di varietà, completezza, opportunità.

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Ho cominciato con la città della grande libertà, della grande mela. Porto e rifugio: musei strabilianti, da visitare (anche) alla sera, perché dal tetto di vetro si vedono le stelle. Una piccola nicchia europea, uno scorcio sulla pittura espressionista dentro un palazzo che sembra trasportato lì da Vienna. Infine, il mio cuore che si scioglie sulle tele di Warhol e si emoziona mescolando per cena la Campbell Soup.

Ho fatto il bis al Sud: colore, calore, cucina cajun, condimento creolo. L’Alabama è una Sweet Home dai cieli tersi, così come ce li hanno cantati: così attraenti che Von Braun ci ha studiato come mandare l’uomo nello spazio. Ho visto il LEM, quello vero, che fa impressione per quanto semplice, piccolo, sia: sulla Luna ci si arriva con i sogni, con la volontà e con tanto coraggio.

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E’ tutto vero: quel che si vede in tv, nei film, quel che si legge nei libri.

E’ tutto splendidamente vero, reale. Prima la Falling Water che esce dal libro di storia dell’arte, poi i pomodori verdi fritti che sono così buoni che è come assaggiare quelli di Idgie.

Ho visto tante cose e non tutte le voglio raccontare. Alcune hanno trovato posto nel cuore, impresse negli occhi, solo per me. Altre sono un caleidoscopio di immagini, di suoni e sapori. Di abbracci del mio uomo su un ritmo country (ho fatto come dice Robert Crawley: “Go to America. Find a cowboy in the Middle West and bring him back to shake us up a bit!”).

Una colazione fatta ascoltando la CNN, un pranzo a base di onion rings sul terrazzo con una leggera brezza il 6 di dicembre, una cena parlando in friulano da expats sorseggiando un Pinot della California: ho visto, parlato, conosciuto, ho comprato e cucinato, ho molto amato, molto assaporato.

Ho corso a 24 gradi in dicembre: ho corso nella città dov’è nato Carl Lewis, mio idolo da ragazzina, quando il prof. di ginnastica mi premiava in terza media con una targa personalizzata con su scritto “alla mia migliore atleta studente”, proprio come usa in America.

Ho ascoltato tutte le possibili variazioni di country, jazz, soul, gospel, canzoni di Natale, con cui tutti si sono cimentati (ah, Bruce Springsteen ascoltato in America è una cosa diversa, completamente, credetemi). Ho imparato a misurare distanze, bevande e temperatura in miglia, galloni, Fahrenheit.

Dall’Alabama mi son portata le contraddizioni, le lotte, le speranze di un periodo storico passato, ma così malvagio da essere ancora terribilmente vicino, ancora non compiutamente superato.

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Ma mi son portata soprattutto la forza: quella della volontà. Di tornarci.

Amiamo la tua pace, non la tua maschera.

Non è bello il tuo volto di guerriero.

Sei bella e immensa, o Nord America!

Vieni da umile culla, come una lavandaia, lungo i tuoi fiumi, bianca.

Radicata, incompresa,

la dolcezza è la tua pace di favo.

Amiamo i tuoi uomini dalle mani

rosse del fango dell’Oregon,

il tuo bambino negro

che ti portò la sua musica, nata

nel paese dell’avorio.

(P. Neruda)

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