Il cane è «un po’ come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia»

Schermata 2014-11-06 alle 16.55.13«Vivere senza un cane era come vivere senza una capsula dell’amore ad azione continua impiantata sotto pelle» (A. Politkovskaja)

«Vedi: tu Bendicò, sei un po’ come loro, come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia» (G. Tomasi di Lampedusa)

L’arrivo

E’ arrivata in gennaio.

Io ero con mio padre a fare scuola guida. Rientrati a casa, mia madre stesa sul divano in salotto sorrideva.

Alzata la coperta, ne era uscita una virgola nera scodinzolante, con un occhio azzurro e l’altro marrone con una pennellata di azzurro. Con le orecchie ancora a mezz’asta, era un peluche che si infilava già sotto il tavolino del salotto per giocare.

Chi aveva suonato al campanello sapeva di quanto fossimo ancora traumatizzati perché l’ultima era stata investita ancora cucciola: da allora, tutto si era fatto psicologicamente difficile nel volere un altro amico.

“Fate così, provate a tenerla. Se davvero non la volete o non siete pronti, me la riportate. La madre è molto docile. E’ solo un po’ vivace: un incrocio tra un husky e un pastore tedesco, ma è molto affettuosa. L’ho chiamata Fogliolina”.

Riportarla indietro? Ma figuriamoci! Era già la nostra Bella: il nome di tutte le femmine della dinastia che l’hanno preceduta.

Istantanee

Bella, Bellucci, Pelos, Coce, Naso, Nasi, Nasino, Topo, Topolino, Topasso, Schifozzi (quest’ultimo quando si impantanava e si presentava felice di mescolare con te i mille odori raccolti per mimetizzarsi): ha avuto mille nomi e sempre lo stesso grande cuore con cui rispondere ai richiami.

Ha manifestato da subito un carattere affettuosamente invadente: ha cominciato timidamente strappando a delicati morsi tutti i boccioli delle rose che la primavera alle porte annunciava. Ha poi divelto in modo deciso rosai, svuotato vasi, dissotterrato bulbi di tulipani, ridotto in pezzi annaffiatoi, sottovasi, spruzzatori. Ha espresso la propria vocazione archeologica con un’ampia attività di scavi, intensificata nelle occasioni in cui ci assentavamo da casa per qualche ora.

Mia madre ha ceduto di fronte all’ostinata furia e si è rassegnata a tre primavere senza fiori, riempiendo di ghiaia le aiuole e mettendo nella rimessa i suoi vasi per i tempi migliori.

Qualche volta c’era da restare in contemplazione: «ogni tanto il cane rivolgeva a lui gli occhi innocenti come per chiedergli una lode per il lavoro compiuto; quattordici garofani spezzati, mezza siepe divelta, una canaletta ostruita. Sembrava davvero un cristiano» (3).

In cambio, ha seppellito, inconsapevolmente lungimirante, noci e castagne: e così abbiamo assistito al miracolo di piccole piantine di alberi di noce nascere l’anno successivo dalla sua riserva sotterranea.

Il primo incontro con l’acqua: io nel torrente fino alle ginocchia, con un legnetto a pelo d’acqua per invitarla a fidarsi e seguirmi nuotando, il suo sangue husky che emergeva a contatto con la molecola di due parti di idrogeno e una di ossigeno, inclusa la rincorsa incuriosita dei primi fiocchi di neve.

Per amore della propria indipendenza, aveva imparato ad aprire le porte: ritta sulle zampe posteriori, quelle anteriori tese sulla maniglia; premeva e poi indietreggiava: apriva lo spiraglio, si rimetteva a quattro zampe e completava aiutandosi con una zampina. Peccato che non abbia mai imparato a chiuderle, specie d’inverno. Qualcuno ha pure creduto che, nel caso trovasse chiuso a chiave, fosse capace di suonare il campanello: ma questo fa parte del folklore e del mito creatosi attorno a una creatura di leggendaria energia, di enorme brio, di simpatica intelligenza, dotata di infinite risorse.

Si è lasciata lavare ogni sera le zampe nella vasca del bagno di servizio: prima le anteriori, poi ritta sul bordo attendeva che il rito si completasse. Attendeva mio padre prima di entrare in casa: anche se sapeva farlo da sola, alla sera era lei che seguiva mio padre. Come servisse a contarci: “bene, adesso siamo tutti dentro: potete chiudere la porta”.

Mi ha svegliata ogni mattina, ha sofferto in silenzio i periodi in cui sono stata lontana e ha dormito con me consolandomi quando il mio cuore è stato frantumato dalla vita: “Tutti ti piantano, tutti si stancano di te, il cane non smette mai di amarti” (4).

Diciassette anni, fanno metà della mia vita.

I suoi simili

Wendy era l’amica del cuore: menzionarla a voce alta significava o correre verso il guinzaglio fino all’orto, perché là incontrava la boxer coetanea per rincorse e bagni felici, oppure affacciarsi alla finestra per vederla passare. Wendy se n’è andata giovane, ma Bella non l’ha mai dimenticata: se sentiva il suo nome, andava ancora a guardare giù dalla finestra, aspettandola passare.

Altri invece li aveva presi di mira per i suoi esercizi da segugio: ci precedeva su un sentiero e si metteva in ferma; si girava a guardarci come per ammonirci “vado avanti io, voi fate piano”. Cento, anche duecento metri di avvicinamento lento alla preda: poi, quando riteneva che fosse il momento giusto, partiva come una scheggia per catapultarsi sulla rete del giardino di Candy, Chico ed Eva. I setter, sorpresi, si inalberavano mentre lei faceva la sorpresona: “sono qui, provate a prendermi! Gnegnegnegne!”. Poi ritornava allegra a cercare noi: “Grandi! Gliela abbiamo fatta sotto il naso anche stavolta!”.

Dei cani da caccia invece aveva timore: un mercoledì all’alba era uscita dalla cuccia e si era messa a piangere disperata chiedendo di entrare in casa. Accontentata, si era nascosta sotto il mio letto. E così via ogni mercoledì e domenica: erano i giorni della caccia; i cani arrivavano nelle auto e partivano con i padroni per la battuta. Lei, nonostante il giardino protetto e nonostante noi, si sentiva in pericolo: forse temeva venissero a cercarla. Abbiamo adattato il nostro ritmo ai suoi timori: le sere d’estate precedenti le battute di caccia Bella dormiva sotto il letto. E così dormivamo pure noi. D’inverno, invece, sempre in casa.

Appoggiata sul mio cuore

Gli ultimi tempi era diventata leggera come una piuma: smagrita e fragile, quasi del tutto sorda e con gli occhi opachi, le restava il solo piacere di ricevere carezze sul musetto, che premeva ancora con forza contro la mano.

I giorni in cui abbiamo maturato l’unica decisione possibile, sofferta e devastante, andavo al lavoro rimuginando sulla strofa di Vecchioni che fa

“Il mio cane che è steso sul tavolo
e mi guarda e lo sente che è l’ultima,
l’ultima volta insieme”

e ho pensato: “che sia a casa, non su un tavolo freddo, ma tra le mie braccia, al caldo e protetta, sentendo il mio cuore che batte vicino a lei, per lei”.

L’ultima sera ha vegliato e si è lungamente lamentata, forse sapendo che era l’ultima notte che stava con noi: forse le dispiaceva lasciare questo branco che era sconsolato e triste da troppi giorni.

Poi, quando arriva il momento, non bisogna avere paura: non fa male al corpo, fa male solo alla nostra anima, ma a loro non fa nulla. E’ giusto risparmiare alle creature ogni dolore, alleviandolo e incanalandolo nella nostra intima sofferenza, che abbiamo più strumenti per drenarlo.

L’ho presa in braccio e mi sono messa sul divano, e lei mi ha appoggiato come sempre il capo sul cuore: era il nostro momento di intimità, in cui si distendeva, sentiva il battito della persona cara, tirava un sospiro di sollievo e riposava. A volte si appoggiava abbandonando di peso il muso, quasi volesse affondarlo nel petto.

Ha guardato il salotto, ha ricevuto una carezza e un bacio sul capo dai miei, e da me un lungo e amorevole abbraccio e un bacio infinito sulla fronte.

Al veterinario ha fatto capire che l’iniezione dell’anestetico alla zampina la infastidiva, allora il medico le ha fatto una puntuta inframuscolare: così ci è voluto un momento più lungo per lei per prendere sonno e per noi un attimo per salutarla ancora; ci ha guardato ancora una volta, avevamo tutti una mano sul suo cuore e sul suo corpicino stanco, poi si è lasciata andare in un sonno profondo.

A questa fase è seguita l’iniezione definitiva: un cocktail che prima interviene sul cervello, impedendo qualsiasi percezione di dolore e ogni riflesso, quindi sul cuore.

Alla fine, era come dormisse.

Abbiamo riflettuto un momento: l’ho tenuta stretta a me ancora un attimo infinito e indimenticabile.

Mandi Bella

Poi abbiamo composto le sue spoglie, adagiandola sotto un albero perché l’ombra la ripari dal sole, col musino rivolto alla casa, perché ci guardi e vegli su di noi come ha sempre fatto: vedetta instancabile, protettrice ferma con gli estranei fuori dal cancello, dolcissima coccolona una volta che gli sconosciuti erano ammessi, anche temporaneamente, al branco.

Io e mio padre, con le mani sporche di terra, tra le lacrime in un prato già inzuppato di pioggia, le abbiamo spiegato che da lì poteva vederci e l’abbiamo salutata con il nostro “Mandi Bella” (manus dei, mano di dio, che dio la protegga).

Siamo rientrati sconsolati: perché si piange, si piange tanto, per più giorni, anche in pubblico, magari fingendo un raffreddore di stagione.

Quando capita di pensarci non si smette. Si piange per qualcosa che si è scelto, e si è assaliti dal dubbio: potevamo fare di più? E’ stato un bene? E’ stato giusto?

Viene in mente ogni ricordo, perché li sapremmo riconoscere tra mille, anche a occhi chiusi: ogni mossa e ogni piccolo rito che abbiamo insieme elaborato, ogni guaito, ogni mugolio e ogni sguardo. Ma c’è una cosa che rimarrà con me sempre: il profumo della sua zampa, nell’esatto momento in cui me la porge e io la accarezzo e bacio, che mi restituisce un miscuglio di terra, di pioggia, di erba, di muschio, di foglie, di sabbia, di acqua e di polvere. Una zampa che è il nostro mondo, e ci dice i percorsi fatti assieme.

Cercare Bella

Il momento più straziante è stato gestire la tristezza di un altro amico: ospite da noi mentre mia sorella è in viaggio, Broy, un Golden Retriever che ha poco più di un anno, ha conosciuto Bella da piccolo, accettando con delicata cortesia e particolare cura la sua condizione di cane anziano, ammalato, che non può più giocare ma che scodinzola per salutare. La sera prima della sua partenza, appoggiandosi a terra, Bella si era rovesciata su di lui, e lui l’aveva sbaciucchiata con amorevole comprensione.

Una scena dolce, che il giorno dopo ha avuto un’intensità commovente: Broy ha aspettato in un’altra stanza, ha urlato chiedendo di partecipare anche lui. Si è disperato mentre portavamo Bella al suo riposo, e la sera si è inchiodato alla porta e ha pianto e abbaiato fino a mezzanotte. Andava in giardino, guaiva alle stelle, richiamando lei, poi tornava da noi, che sconvolti cercavamo di consolarlo, chiedendogli di smettere perché così ci strappava il cuore. Stava dicendo: “Signori, è tardi, piove, è buio e Bella non è qui. Andiamo a cercare la nostra amica, per favore. In fretta”.

Stessa scena il giorno successivo: mattina, pomeriggio e sera pianti strazianti e richiami disperati.

E avanti così: forse quello che dice Broy a noi rattrappiti nel vuoto, dentro un’apnea di singhiozzi, è di uscire a cercare Bella, la nostra Bella. Ora è presto, ora si deve lasciar sedimentare la memoria, ma là fuori ci deve essere una Bella da cercare e amare ancora, ricambiando tutto l’affetto ricevuto dalla Bella dall’occhio azzurro, tutto l’amore che le parole degli uomini non sanno dire.

(1) (4) A. Politkovskaja, Un cane malato in una grande città.

(2) (3) G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo.

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2 commenti on “Il cane è «un po’ come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia»”

  1. dida ghini ha detto:

    piango anch’io.

  2. egginashorty ha detto:

    ho pianto cla! I nostri pelosi sono speciali.


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