“Quando è scoppiata la guerra, eravamo tutti contenti” – “Fuori fuoco”, di Chiara Carminati

Schermata 2014-10-29 alle 00.35.52Mi è uscita dalle pagine come una folata di vento: tutta la vita chiusa dentro quelle carte ingiallite e consumate, raccontata da una bella grafia di qualcuno che ha annotato con religioso rispetto, riga per riga, giorni, mesi, anni e luoghi in cui si è dipanato in Friuli il percorso dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale.

L’Archivio di Stato si trova in un palazzo tra un liceo e un istituto industriale, nel quartiere del centro studi della città: davanti ci passano ogni giorno migliaia di studenti, che nulla sanno di quelle carte impolverate e colpevolmente ignorate dai più.

Ma un cenno di saluto, un pensiero, un gesto gentile, come togliersi il cappello, o abbassare il capo, questo dovremmo tutti farlo, passando davanti all’Archivio. Non per ricordare le gesta di orgoglio militare, ma per rispetto per quelle povere vite, per la loro sofferenza, per la paura impantanata nel Friuli devastato, per il dolore, le ferite, la morte vista e scampata, e quella che li ha stretti in una morsa e brutalizzati negli anni della Grande Guerra.

Il meno che possiamo fare è dedicare un po’ del nostro tempo grasso passato nell’inedia a ognuno di questi preziosi racconti.

Sfogliare le pagine è come scorrere la mano sui loro visi, per trovarne i tratti: il naso è greco, arricciato, regolare; la dentatura sana, discreta, guasta. Il colorito bruno, pallido, chiaro.

Sa scrivere? Sì. E leggere? Sì.

E’ bracciante, tagliapietre, contadino, studente seminariale, artigiano, muratore, negoziante.

Ma in quella pagina è soldato del Regno, “in territorio dichiarato in istato di guerra”: allora diventa fante, artigliere, qualche volta aviatore, raramente è cappellano. Ciascuno con la truppa, reggimento, battaglione: è nel genio a far trincee, prende meriti, compie imprese in spregio al nemico, o viene dichiarato disertore per non aver risposto alla chiamata alle armi con decisione della Corte militare, che poi il regio decreto del 2 settembre 1919, n. 1502, di condono e amnistia per i reati militari cancella, restituendo il congedo illimitato a chi si è salvato, anche se a modo suo.

Giovanni F., classe 1882, due volte andato in Argentina e due volte tornato, con un baule che ancora conservo: la prima per fare il militare, la seconda per sposare la ragazza conosciuta durante il servizio militare. Nel 1915 ha già due figli e chiamate alle armi nel 1903 come zappatore del genio militare, nel 1910 e nel 1912; ha lavorato in Germania nel 1905 ed è partito per l’Argentina nel 1906. “Buenos Ayres”, dice il ruolo matricolare. Chiamato il 18 febbraio 1914 per istruzione militare, è dispensato per aver partecipato al tiro a segno nazionale. Il 25 maggio 1915 ha un curriculum di vita che imbarazza qualsiasi titolo accademico: tiratore scelto, il suo vero merito è quello di avere attraversato il 1900 con saggezza e sguardo profondo sulla vita, fino ad arrivare a noi pronipoti, coi suoi meravigliosi 104 anni.

Pietro T., classe 1895, nel 1915 ha venti anni: dichiarato rivedibile, viene chiamato alla leva nel tumulto che precede la Guerra. Fa in tempo a concludere la sua formazione in ottobre, a tornare a casa per salutare, e a ripartire il 22 di novembre per presentarsi nel 58° Reggimento. Seguono svariati spostamenti: la fanteria si perde tra le montagne e si incaglia nel fango delle campagne allagate. Il foglio si ferma al febbraio 1917, al Deposito Convalescenza e tappa di Lonigo, forse ferito, forse malato, forse in forza per l’assistenza. Un timbro del 1919 dice che ha ricevuto e pagato, per il valore di lire 80, il pacco vestiario in natura.

La Geografia dei ricordi scatta istantanee sul monte Nero, sull’Isonzo, sul Natisone, sul monte Mia, per sprofondare a Caporetto. Kobarid, così vicino. Così uguale alle vallate nelle quali sono cresciuti.

Le righe dei volumi si perdono, non possono contenere tutto: non l’umore, non l’animo. E non tutto ci hanno detto i nonni: il pudore di un’esperienza atroce, di un dolore grandissimo per noi incomprensibile, è per sempre con loro sepolto. Graffia la mancanza, adesso che sono grande e saprei cosa, e come, chiedere. E quando fermarmi, rispettando l’incedere riservato della memoria.

Cavalieri di Vittorio Veneto, autorizzati a fregiarsi della Medaglia d’oro: chiosa in questo modo la pagina di ciascuno, consegnando alla storia il loro contributo alla Prima Guerra Mondiale.

Non sappiamo se e quanti hanno ucciso di prima mano. Certe cose si possono anche non chiedere, si rispetta il silenzio, che tiene dentro l’adrenalina dell’aut aut: quando è “o io o tu”, e non c’è commodus discessus possibile, fosse anche una fuga.

Bianca, che aspettava Giovanni e nel 1918 aveva poco più trent’anni, e Adele, che ne aveva solo 15 e forse non sapeva ancora che Pietro l’aveva adocchiata, raccontavano di una confusa e smarrita fuga sui carri, lasciando il paese, per mescolarsi nella fiumana delle truppe che riparavano da Caporetto, e poi di un ritorno in case occupate dagli austro-ungarici.

Bianca e Adele, per l’età e per le loro esperienze, sono le mie ideali Antonia (una madre)  e Jolanda (un’adolescente in fiore) dello splendido “Fuori fuoco” di Chiara Carminati, scrittrice udinese, che ci regala un romanzo prezioso, cristallino e accorato, uno scorcio sulla Grande Guerra nelle terre in cui correva il confine tra un Impero e un Regno che avrebbero potuto amarsi infinitamente se non si fossero sbranati fino al reciproco stremo.

Le pagine della Carminati sono una bella lettura: ricche di espressioni di disarmante semplicità, che dicono con parole di raffinata delicatezza la paura, lo sgomento, il dolore, la gioia, la sorpresa e l’impotenza nei confronti di una cosa così imprevedibile che è sfuggita al controllo, perché, in fondo, “quando è scoppiata la guerra, eravamo tutti contenti”, come recita il folgorante incipit del romanzo.

La Carminati ha uno stile che restituisce una rara purezza alle vicende e alle emozioni raccontate. La sua penna è impreziosita dal friulano, che compare in alcune espressioni irrinunciabili (Pajute!) e nei versi di una splendida canzone dei Mitili FLK, in cui una donna chiede al sole di salutare il suo amato lontano, e in cui si canta per portare l’allegria ai giovani disperati (ascoltatela qui).

I mariti e i padri partono, i fratelli si arruolano volontari, gli innamorati rubano un bacio, che promette da solo il ritorno e un mondo nuovo, nel quale si intravede la giovinezza pronta a sbocciare tra le macerie delle case bombardate.

Le donne rimangono, sguardi in tralice, le bimbe piangono in un cantuccio “come una povera cosa”. La storia che la Carminati prende per mano è la loro; nonne, mogli, figlie, nipoti, sorelle, amate: “perché la guerra la fanno gli uomini, ma la perdono le donne”. Persino l’asina è femmina. La guerra porta via, toglie e lascia solo la voglia di pace: che tutto finisca, che tutti ritornino.

C’è il mio Friuli: dall’Austria a Martignacco, da Martignacco a Udine, da Udine a Grado, da Grado a Cervignano, da Cervignano a Pozzuolo e poi ancora Udine e ancora Martignacco.

Martignacco è il paese eletto a residenza del Re, un piccolo uomo che viene a far da spettatore sul fronte d’attacco; Udine è un grande bazar in fermento, avamposto della guerra: anche Eleonora Duse recita nei teatri cittadini, mentre si aspetta con ansia l’intervento; Grado, nella pioggia di quell’ottobre che segna invece la peggiore e più drammatica disfatta dell’esercito italiano, “sembra un quadro che si scioglie nell’acqua”.

Ci sono, tra i capitoli, immagini fuori fuoco, i cui dettagli la Carminati ci chiede di immaginare, e che sono personali per ciascuno di noi: lei ha raccolto memorie, le ha rese vive con le sue parole, così dovremmo fare noi con quelle che abbiamo ricevuto dai nostri nonni e bisnonni. L’autrice ci offre una cornice, in cui adagiare con cura tutte quelle vite che ci sono arrivate nei racconti, quando non abbiamo potuto ascoltarle di prima persona.

“Fuori fuoco” è un libro che va letto con una disposizione d’animo serena e rispettosa: agli insegnanti, che hanno il mandato pedagogico di formare culturalmente il futuro, suggerisco di proporre quest’opera a scuola, così come di portare i ragazzi all’Archivio di Stato e nelle trincee a leggere le pagine e ad accarezzare le pietre, come fossero volti ai quali parlare e corpi da abbracciare, perché è questo l’unico modo che ci è oggi concesso di incontrare vite che meritano tutto il nostro accorato ricordo, il nostro amorevole rispetto.

“E a cjantâ si fas ligrie par chei zovins disperas” / “E a cantare si fa allegria per quei giovani disperati”.

Annunci


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...