Al mio Maestro, per sempre devota

MaestroIl giorno del mio diciottesimo compleanno. Ultima ora, poi sarebbe stata la mia festa.

Ultimi giorni di scuola: 5 giugno. I contorni dei voti son già definiti: ho 9 in latino e italiano. Ho trovato il professore che capisce il mio stile, che apprezza le mie citazioni (da Proust a Nietzsche, dice, “le migliori che potevo fare”), che mi incoraggia a leggere e, ancora di più, a scrivere.

La lezione sta per finire, ma mi chiama e mi dice che per il giorno dopo devo preparare un commento su una poesia di Ezra Pound.

Ma come: proprio io, il giorno del mio compleanno? Io, poi, che con Pound ho nulla in comune, e lui lo sa?

Prendo coraggio e protesto: “Ma prof., oggi è il mio compleanno!”

In piedi vicino alla cattedra, sotto i baffi ride sornione. E’ il suo stile, gli occhi furbi dietro agli occhiali rotondi tradiscono una complicità che capirò solo più tardi: “Bene, tanti auguri. Vedrai che ti ricorderai per sempre questo compleanno”. E’ perentorio mentre mi allunga i versi fotocopiati su un foglio formato A3 (tanto è lunga la poesia!).

La campanella suona. Me ne vado a prendere il pullman quasi in lacrime, allontanandomi sconsolata anche dal fidanzatino di allora.

E’ così che è andata: tutto il pomeriggio a scoprire Ezra Pound, collazionando le informazioni dalle antologie di italiano e inglese, immaginando il poeta appeso a Pisa nella gabbia della vergogna. L’ho incrociato con Dante, sottolineando i passaggi con le citazioni più astruse e ricercate. Ho preparato il mio schema e ho ammesso, a pochi minuti dalla cena di compleanno alla quale mia madre mi chiamava, che la sua poesia era splendida. Per lo sforzo che richiedeva, per il labor limae, per il vortice di rimandi e perché era musica, in inglese.

L’aveva scelta per me, così come mi aveva avvicinata a Dostojevski e poi anche suggerito, in corridoio vicino a una fotocopiatrice, di leggere Guerra e Pace e tutti i russi che potevo. E ho potuto, anche dopo, tanti russi, fino ad andare a S. Pietroburgo a cercare le vie di Raskol’nikov, per pietà o per simpatia, perché anche io mi ero iscritta a Giurisprudenza.

Ho dentro tutte le cose che il Maestro mi ha insegnato, tutte le volte che mi ha premiata leggendo tratti dei miei temi alla classe, o chiedendomi se poteva tenere una fotocopia di un mio tema. Ricordo tutte le volte che mi ha spronata, provocando la mia curiosità, anche con un pizzico di sfida.

Dopo averci portato al diploma, se ne era andato in Brasile a insegnare, poi ancora la Siria, per cercarne la primavera. Un’anima insaziabile di sapere, e di scoperte. Gli avevo scritto delle mie prime fatiche universitarie. E qualche anno dopo, durante il dottorato, ero andata a trovarlo per mostrargli le mie piccole conquiste. Alla portinaia che non mi conosceva dissi solo il mio cognome, da annunciare in sala insegnanti: ricordo che la porta si era spalancata e mi era venuto incontro sorridendo, elegante e leggero come sempre.

Ci eravamo messi sugli scalini a chiacchierare: piazza Primo Maggio era illuminata. Era ancora una volta giugno, la scuola stava per chiudere: mi disse le sue svariate iniziative letterarie, i suoi studi, le ricerche. Per parte mia, abbozzai le mie novità, ancora in divenire, le piccole prove di giornalismo e di accademia: gli avevo portato una copia dei miei scritti, pieni di note bibliografiche.

Ammise di essere passato a Repubblica. E non si ricordava, o fingeva di non ricordare, di quando in classe ci diceva che il Corriere era migliore. E io, per sfida, mi tenevo stretta a Repubblica: avevo creduto, quel giorno, di aver vinto io.

E invece era l’ultima volta che lo avrei visto. E nel mondo delle lettere non vincono le persone: vincono le parole, che rimangono per sempre.

Stringo la pagina del necrologio sul tavolo, mi cede il capo, le lenti degli occhiali si riempiono di lacrime: il prof., il mio Maestro, è mancato.

La stringo, quella pagina, perché è troppo tardi per tutto: il funerale già stato. Lui, ora, è stato.

E’ stato il Maestro che ha segnato il passaggio dall’età acerba a quella adulta: testimone delle nostre asprezze, ci ha insinuato in letture e passioni, con il sincretismo che era il suo splendido, inebriante, caleidoscopico metodo.

Devo a lui ogni mio interesse, ogni mia curiosità, ogni mia sete di cercare, leggere e imparare, incrociare, aggiungere e poi condividere. Anche in lingue diverse, in posti diversi.

E, soprattutto, devo a lui la mia smania di scrivere. Anche se poco, ma sempre con la stessa, profonda, viscerale intensità.

La commozione dei ricordi è irrefrenabile, mi scalfisce con violenza.

Vorrei salutarlo un’ultima volta. E non posso più. Mai più. Dirgli ancora grazie, per tutto. Anche per Ezra Pound.

E voi, se potete, ma soprattutto se li avete, andate a trovare i vostri Maestri.

Io avrei dovuto di più. Che fosse ancora giovane, e nessuno immaginasse una dipartita così anticipata, non è una scusa: adesso è troppo tardi e dentro ho un grande rammarico e un grande vuoto.

In questi giorni, è buffo, sto leggendo un libro di Molesini che qua e là cita anche Dante.

Ancora una volta Dante, che, così come stava dentro Ezra Pound, sta dentro tutti; Dante nascosto dietro agli altri, e la curiosità di andarlo a cercare: quello è stato il suo splendido regalo per il mio diciottesimo compleanno, che resterà ancora con me.

Come solo le lettere, e le persone di lettere, possono: per sempre.

 

* la foto viene da un commento del Maestro a un mio tema (datato 24.5.1997 – III compito di Italiano del II quadrimestre) che richiedeva una riflessione sul cinema e sugli attori. Avevo scelto Massimo Troisi e Gong Li.

 

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One Comment on “Al mio Maestro, per sempre devota”

  1. dragoval ha detto:

    Anch’io devo tutto al mio professore di liceo, dunque posso capirti…..
    Esse est percipi ; lui ti ha vista in e per quello che sei, e tutto quello che lui ha fatto ed amato continua in ciò che tu scrivi, ami, e sei .
    Un saluto e molte grazie per essere passata dalle mie parti.


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