“Ci son tutti i motivi per credere / che forse il prossimo anno sarà migliore di quello passato”

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I felt very still and very empty, the way the eye of a tornado must feel,

moving fully along in the middle of the surrounding hullabaloo.

(S. Plath, The Bell Jar)

Ci sono canzoni che ascolto solo in certi periodi dell’anno: tappe mensili che alleggeriscono la pesantezza dell’anno che cresce, cresce, cresce fino a scoppiare a dicembre.

Ad agosto “Nightswimming”, perché c’è quel “September is coming soon”, che alita un carpe diem caldo fatto di acque cristalline, di spiagge e di corpi nudi.

E poi “questa domenica in settembre non sarebbe pesata così”, con l’eskimo che non ho mai avuto (e nemmeno il tascapane, se devo dirla tutta), perché i proletari, quelli veri, non ce li hanno i soldi per comprarsi i cimeli del comunismo e delle rivolte Sessantottine. Gli adolescenti proletari dei miei tempi compravano lo zaino Invicta, che nei grandi magazzini costava meno.

In ottobre i Broken bells, poi Mr. November con i The National, e quindi arriva lui, di-cem-bre.

Lo potrei pure decorare con i fiori dei Mazzy Star, sbocciati dopo dodici mesi dalla semina e altrettanta cura, ma dicembre non è mai stato lungo e stanco come quest’anno.

“A long december”: ogni anno, stesso periodo, stesso stanco languore, qualche svogliata carezza e bisogno di più tenerezza.

Ho programmato, fatto e superato l’intervento per rimuovere le placche di titanio che mi hanno tenuto insieme i cocci di tibia e perone per due anni. Altre debolezze, fragilità del corpo che arrivano al traguardo di un anno precario, stiracchiato e incerto. E ancora stampelle, e ancora salti su un piede, e ancora punture di eparina: ho ricominciato a guidare a Natale.

Con lo spettro dell’immobilità, ho fatto tutto in tempo come una micidiale macchina da guerra: regali e spese. Ho acquistato durante le pause pranzo di novembre; ho strisciato on-line; ho tracciato, controllato e ricevuto pacchi. Per altri, e per me.

Mi sono concessa quattro giorni di malattia dopo il ricovero e il resto è stato lavoro, durissimo e denso sul fine anno.

Alla sera ho impastato, infornato, impacchettato biscotti per tutti: niente mixer, niente stampi. Alla fantasia non si mettono perimetri. Ho messo le mani nella farina, ho infilato le dita nell’umido dei tuorli, ho stretto i palmi per ammorbidire il burro. Una settimana di frolle e un week-end di intagli e carta da forno. Ho disegnato etichette, sforbiciato e cucito auguri.

E poi ancora la vigilia a cucinare vellutate di cannellini, vassoi di hummus e terrine di falafel: mezzanotte etnica, perché il porcellum quest’anno è incostituzionale e lo zampone lo lasciamo ai dentini di Dudù.

Ora ho la casa che sa di biscotti, calda del fuoco delle legna e degli affetti mancati per troppo tempo, mi passo il mascara hypnose sulle ciglia, l’ombretto smokey, qualche goccia del profumo di mademoiselle Coco. Una gonna ampia e gli stivali, perché la mia caviglia, la mia ferita, dev’essere ancora nascosta e non sopporta scarpe strette. E ho un iphone tutto nuovo e arrivato direttamente dal Paese stelle e strisce, tappa inserita nella “to do list” del 2014.

Quest’anno lo chiudo così, con una volontà più forte delle cose che mi vengono contro. E niente e nessuno che può “mettere in discussione la mia autostima”, ultimo sicuro baluardo di un periodo storico sbagliato e psicologicamente violento.

And it’s been a long December and there’s reason to believe
Maybe this year will be better than the last
I can’t remember all the times I tried to tell myself
To hold on to these moments as they pass
[…] It’s been so long since I’ve seen the Ocean
I guess I should …

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