Cronache Mitteleuropee #1 – “PPeP” – Alla ricerca delle lucciole

Image Buio in sala. Il pubblico attorno alla scena. In mezzo a noi un tavolo, due sedie, due lampade e, ai due lati della diagonale scenica, Pasolini e Handke.

Gli “Scritti corsari” e l’“Epopea”, due opere che si fronteggiano, in una distanza che questa sera è solo cronologica, in un ideale dialogo che dà continuità, rinnova e conserva lo stimolo e la profonda intuizione di Pasolini sulla situazione politica italiana.

Al Mittelfest di Cividale del Friuli va in scena “PPeP”, per la regia di Andrea Collavino: un’ideale prosecuzione di uno degli articoli più drammaticamente naturalisti, politicamente realisti, linguisticamente puristi del più grande intellettuale friulano, che riceve risposta da Peter Handke.

L’assunto di partenza è noto: il 1° febbraio 1975, con un articolo sul Corriere della Sera, Pasolini denuncia che le lucciole son scomparse. Il tragico dramma, il «genocidio», è avvenuto nella più completa inedia del mondo intellettuale: simbolo di purezza, di naturalezza, di ricerca d’amore tra l’erba delle campagne, le lucciole se l’è portate via il fascismo trionfante. Ma non si tratta del fascismo storico, la denuncia è ora per gli italiani tutti: «sono diventati in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale». Pasolini è testimone lucido e disperatamente veggente del «comportamento coatto del potere dei consumi», che riesce a «ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione».

«Le lucciole sono ora nient’altro che un ricordo, abbastanza straziante, del passato».

Pasolini (interpretato da Emanuele Carucci Viterni) è recitato con fervore, quasi esagerata la veemenza delle parole: l’interpretazione tradisce un poco il modo di fare del Pasolini di cui conserviamo il ricordo. Scriveva con il vetriolo, il suo era un grido di inchiostro, una carta che si stropicciava sotto il graffio di parole di denuncia accorata e violenta. Ma Pasolini non parlava così: l’architettura logica dei suoi scritti era regolare. Così i suoi interventi. Una voce misurata, una presenza composta, un’argomentazione infallibile: pacata, perché sicura di essere nel vero, nel giusto.

In molti han risposto a Pasolini, cercando di riscoprire le lucciole. In molti han trasformato la sua denuncia d’inerzia intellettuale in appello alla ricerca. In molti son tornati nelle campagne, trovando conforto nella perdurante esistenza delle lucciole.

Ma la metafora, la magistrale rappresentazione della crisi dei costumi, della politica, del Paese tutto, è dolorosamente reale. Declinata attraverso un simbolo spontaneo di inerme naturalezza, la tragica scomparsa è irreversibile, nonostante i tentativi, pur ammirevoli e poeticamente suggestivi, di chi è venuto «dopo la scomparsa delle lucciole».

Ci ha provato Peter Handke (interpretato da Johnny Lodi): nella notte tra il 29 e il 30 maggio del 1989, tra Gradisca e Cormons, nella campagna attraversata dalla ferrovia che lega Trieste all’Austria, Handke assiste alla magica epopea delle lucciole. Si compongono ordinate nelle fratture dell’asfalto, quasi come segnali di piste di volo, prese nelle mani illuminano le impronte digitali, pulsano e sono un mistero che rincuora: «mentre in lontananza, illuminato, scivolava via il treno per Trieste, dinanzi al quale le lucciole sembravano tremare ancora più intensamente, mi veniva in mente un Dio che mi restituiva, dopo una giornata grigia e pesante, un’immagine ideale, questa piccola, cara immagine luminosa che nella vastità della notte esplodeva in una miriade di piccole luci, di folletti luminosi appena nati, che si libravano incerti in un tremulo carosello nella pianura friulana».

Splendida l’interpretazione di Lodi: voce adeguata, che lascia sdrucciolare il languore del commosso incontro con gli esserini di luce.

Più tardi anche Georges Didi-Huberman, in un articolo su La Repubblica del 16 settembre 2009 dal titolo “Le lucciole di Pasolini non sono scomparse”, prova a confutare Pasolini. Le lucciole ci sono: sulle colline del Pincio, a Villa Medici, nella Roma che ha prima accolto Pasolini che fuggiva dal Friuli e poi l’ha brutalmente assassinato.

Ma nulla vince l’inesorabile sentenza: siamo condannati a cercarle, a godere della danza notturna; ma di giorno le lucciole, nascoste, ci catapultano senza fine nella pochezza dei nostri tempi.

Lo spettacolo si chiude con il canto dei grilli e le due lampade che danno luci intermittenti, quasi chiamandosi, come le lucciole.

E’ il richiamo intellettuale del pensiero. Pasolini chiama, e Handke ha risposto: bisogna tornare là, spogli di sovrastrutture e porcherie degradate, bisogna tornare a cercare dove le lucciole ancora vivono, pulsano, si amano.

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