“Dietro le tapparelle chiuse / come un uccello acchiappato”

Image E’ arrivata clandestina. Dentro un furgone che ha attraversato mezza Europa dell’Est, è risalito dai Balcani, è passato per Trieste.

In una valigia aveva maglioni fatti a mano, qualche pantalone, le foto dei bambini, del marito, della madre, che avrà abbracciato stretta mentre accarezzava la testa dei figli che le chiedeva di accudire. Il timore di essere fermata alla dogana deve averle alterato per ore i tratti del viso, teso mentre compiva la sua Odissea stringendosi stretta la borsa con il compenso del vettore: zigomi mongoli, occhi neri, guance rosse di couperose dei lunghi freddi, capelli scuri tagliati corti con una forbice frettolosa.

Alle spalle una televisione accesa davanti al fuoco, che diceva, mostrava, che non bastava più quel che si aveva. G., pioniera, madre, moglie, è partita dalla Moldavia dieci anni fa, lasciandosi dietro campagna, neve, galline, conigli, campi, lavoro e fatica.

L’han convinta per il denaro: un lavoro, anche senza qualifiche. Iniziano tutti così: si dorme da chi è arrivato prima, su divani e materassi su cui son passati tanti prima di te. Poi si cerca e si trova, e si cambia: a far la badante, si sa che la vita non dura per sempre. Si rifà la valigia, ci si fa ospitare, si torna a cercare.

Passa un anno di intermittenze e G. trova una nuova famiglia, un’altra vita anziana da assistere. Famiglia di medici, di case, di eleganti raffinatezze e dunque di severi giudizi. Ma G. è brava: ha buona volontà e mestiere. G. inizia senza contratto. La cosa è al nero, perché G. è clandestina. La “signora” (figlia dell’anziana “badata”) si è comprata una vita per accompagnarne un’altra mentre prosegue inesorabilmente verso la fine. E’ un lavoro nel quale non si costruisce nulla: si attende, come davanti a una grande clessidra, che falsamente risparmia, ma sta solo centellinando il tempo.

Sono due bisogni, tragici, che s’incrociano. E, come tutti i rapporti nati dal dolore, la relazione non è di solo lavoro, ma di ansie casalinghe, di frustrazioni represse, di ricerche continue di prove di fiducia. Da una parte la “signora”, dall’altra G., che impara a conoscere i suoi diritti dai confronti con le altre badanti.

Un giorno alla richiesta di G. di assentarsi per alcuni giorni per rientrare in Moldavia, l’anziana badata, con un Alzheimer che ha eliminato ogni inibizione e pudore, brandisce una zucchina e dice: “Perché vuoi rientrare? Questa non ti basta?”.

La risata della “signora”, vuoi per smorzare l’imbarazzo creato dalla madre malata, vuoi per ripianare la tensione, non cancella l’umiliazione di G., che si vergogna come nuda per un naturale bisogno d’amore, che un cellulare non può soddisfare.

G. conosce un’altra donna, italiana, che aiuta la “signora” in piccoli servizi, e che si affeziona a G.: forse perché vede le sue figlie, di poco più giovani, dentro quel corpo trentenne. Così, l’italiana invita G. alla festa di laurea di una delle sue figlie: lo ha chiesto per G. alla “signora” e, nell’ora libera del tardo pomeriggio, G. si è messa il vestito buono ed è entrata con i parenti nella sala dove si incoronano giovani allori. L’han sentita ridere, l’han vista battere le mani alla proclamazione. E’ entrata nelle foto, per un momento in cui ha potuto esistere nella vita occidentale. Forse non ha visto se stessa, dentro la laureata, ma ha visto il futuro dei suoi figli con l’alloro. L’italiana le porta vestiti che le figlie non usano, che a loro volta han ricevuto da altri. E’ la solidarietà di chi ha meno: una seconda mano che diventa terza e che ancora aiuta. Un giorno le porta una trousse di Pupa di una figlia, con dentro tanti trucchi poco usati. Quasi un giocattolo, per chi è cresciuto in un tempo in cui nei negozi il regime passava solo un colore di ombretto, il rossetto fucsia e la tinta dei cappelli rossa. Sarà lei, l’italiana, quando la “signora” farà la domanda di regolarizzazione in occasione delle procedure massive, ad andare alla posta per G., senza nulla chiedere a nessuno: facendo la fila di notte tra cinesi, russi, indiani, l’italiana aspetta che aprano le porte dell’ufficio postale per avere la precedenza sugli altri stranieri. E così G. viene regolarizzata. Esiste, dunque: come nata, in Italia.

Passano altri anni. E G. decide che è ora di tornare: 10 sono una fetta grande, su 40. La comunicazione apre lunghe discussioni con la “signora”, che nutre amore e odio per G.: è oggetto suo, sua creatura. L’apprezza e la disprezza assieme. Ma G., che ha covato in silenzio il suo sogno, non cede. Prepara anzi anche il post G.: suggerisce, con spirito connazionale, una 56enne moldava rimasta senza lavoro.

Ma la “signora” è infelice. Difficile sostituire 10 anni di fiducia, di rapporti, anche usurati, di necessità e dipendenza. La nuova badante, N., arriva. “Quella nuova non va bene”, dice però la “signora”. “Non sa cucinare a mia madre anziana. Non sa fare”.

N. trova il coraggio e con calma risponde “Ma lei mi offende a dirmi così. Io so fare”.

L’italiana che era diventata amica di G. conosce così anche N. E pensa sia brava, solo un po’ timida. Deve prender confidenza con l’anziana: sono passati appena tre giorni.

Ma la “signora” se l’è legata al dito. Un capriccio di chi può gestire le vite. Un’irragionevole vendetta nei confronti di G., per l’abbandono subito, in cui però a rimetterci è N., ancora ignara. La “signora” cerca e trova un’altra aiutante, senza nemmeno averla provata. E decide che N. può essere messa da parte.

Così succede che N., delusa fino alle lacrime, fa la valigia ed esce dicendo che “in fondo, anche G. mi diceva che qui non era contenta”. La “signora” reagisce con un “vedremo se starà meglio dov’è ora”, quasi ad augurare un male che non ripaga di nulla: è solo riscatto superbo e vanteria dei privilegiati.

L’italiana racconta alla figlia l’episodio: esempio di bruttezza dei sentimenti, di vite abusate e sterilizzate, dentro case senza affetti, a dare affetto a chi ha bisogno di cure.

A quel punto mi son messa a piangere. Pensando al sorriso di G. sulle foto della mia laurea e a N., che non ho conosciuto, ma che chiudendo la porta lascia dietro a sé un rumore come di un foglio accartocciato, inutile.

 

La Signora conta le malattie,

e io i suoi anni.

Lei chiede consolazioni

e io almeno un po’ di gioia

di veder attraverso la sua finestra

la lontananza azzurra…

Ma la signora ha paura del sole

e non prova pietà per me

che sempre sono dietro le tapparelle chiuse

come un uccello acchiappato.

La Signora ha paura dei sussurrii

ed io custodisco il silenzio.

Io mi prendo cura della sua vecchiaia,

lei ripete sempre

che le rimane poco da vivere,

ma non le fa male niente!

Solo che la sua anima non è tranquilla

perché è rimasta da sola.

Lei è intrappolata da longevità,

e in questo c’è anche la mia colpa,

perché la tratto bene,

come se fossi la sua figlia.

Dice che non ha più forza di vivere

ed io non voglio aiutarla!

E dice anche che sono furbissima:

non voglio perdere il mio lavoro!

Ma io mi comporto da saggia,

non giudico le sue parole.

Tutti mi lodano per la mitezza,

ma che vita è questa?

Lei trattiene la mia giovinezza,

io cullo la sua vecchiaia.

[Tetyana Kochetygova, poetessa e badante

Da F. Vietti, L. Portis, L. Ferrero, A. Pavan, “Il paese delle badanti”, Seieditrice, 2012]

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4 commenti on ““Dietro le tapparelle chiuse / come un uccello acchiappato””

  1. L. ha detto:

    E’ un incrocio pericoloso, quello.

  2. L. ha detto:

    Intendo quello tra l’umanità e il bisogno


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