Au milieu de Paris / Dentro Parigi

ImageParigi dev’essere nata a Place Dauphine: Breton notava che il triangolo sulla mappa, quell’apertura tra i palazzi in cui si adagiano le panchine e oggi le giovani coppie giocano a bocce sulla sabbia che rimane incollata alla punta delle scarpe, è nient’altro che la forma esatta di un pube femminile.
Poi Parigi è cresciuta: non più stilizzata, ma signora dalle sane rotondità, oggi dimora alla Gare d’Orsay, nella sala buia con una luce radente che scolpisce sulla tela “L’origine del Mondo” di Courbet, ascoltando le ore scandite dall’orologio del Caffè Campana, in cui Hugo Cabret si aggira di notte come custode. Custode della ville Lumière, culla di luci, di lumi del pensiero e dei fratelli Lumière.

Parigi è una femmina romantica che passeggia sulle rive della Senna, ma ruffianeggia dentro i bistrot, è miserabile agli angoli sozzi della metro, ma vanitosa sotto la cupola de La Fayette, è incipriata in una distesa morbida di calce bianca, ma lascia intravedere guepiere rosse in un ristorante all’ombra del mulino, aperto da un ex-macellaio, che di commercio di carne evidentemente sapeva il fatto suo.

Parigi è l’intermezzo muto di “Parla con lei”: due scienziati (Marie e Pierre Curie?) che si amano sperimentando. Ma lei, Parigi, è immensa. Lui non può che perdersi, e lei assorbire, accogliere e contenere.

Parigi ha sale da cinema in ogni strada, la metro è tappezzata di première, ma Méliès riposa al Père Lachaise in un terrazzamento nascosto, dimesso, con mucchi di foglie secche rimaste a marcire e il verde ramoso colato sulla lapide, che nessuno pulisce da tempo. E’ lo stesso giardino in cui la volgarità consumata del mito appiccica centinaia di chewing-gum sulle cortecce degli alberi attorno alla tomba di Morrison: un improvvisato “guardiano” di colore è appeso alla transenna e canta stonato bevendo vino da un sacchetto di plastica che ricorda una emotrasfusione, adeguandosi al contesto di graffiti grotteschi che imbruttiscono i marmi di sventurati parigini finiti vicino all’epigono dell’eccesso americano.

Il Lachaise è un posto in cui, una volta finiti, si è tutti ugualmente accessibili. Anche se qualcuno è più sporco.

Parigi è una grande donna, una grande madre: ha la grazia di una ballerina di Degas che si sistema il corpetto, il tratto deciso di una bevitrice di assenzio e l’espressione distorta di una Mademoiselle di Picasso. Il suo profumo, quello di tempere a olio, non si trova però nelle vie ciottolate di Montmartre, dove Van Ghog era ospite di Theo ma mancano gli eredi di Toulouse-Lautrec: nessun pittore di strada, spariti anche i mimi. Solo banchetti per il gioco delle tre carte falsato da controfigure fin troppo evidenti.

L’odore di Parigi, piuttosto, si respira negli atelier del “59 rue de Rivoli”: un palazzo abbandonato da una banca prima occupato da una banda di squart (squatter che fanno arte) e poi saggiamente ristrutturato dal Comune, che ha colto l’occasione lungimirante di rendere accessibile la terza galleria d’arte più visitata della capitale. Atelier di artisti, in cui si può chiacchierare e ridere per un’opera seriale che ha la forma di una Tour Eiffel che propone un “plaisir monumental”, pensiero che tutti fanno, ma che lì si materializza in morbida plastica colorata e ben confezionata, per asporto.

Il concertino al piano terreno, con il vino offerto dagli artisti, è la Parigi che non si trova né al troppo affollato D’Orsay – troppi quadri per stanza, troppe mandrie di pubblico all’assalto di delicati capolavori indifesi, di un Van Gogh che guarda arcigno e diffidente –, né all’egocentrico e forzatamente moderno Centre Pompidou, il cui ristorante con vista su Parigi offre a prezzi esorbitanti la peggior omelette che ho assaggiato in città.

Parigi è il miele delle arnie ai giardini del Lussemburgo, è la “pince à escargots” per cogliere il segreto – non più bavoso – immerso in un burro d’aglio che scioglie il palato.

E’ una mademoiselles di Coco con i capelli lunghi, labbra carnose di rosa bonbon, che sorride e mi fa le feste mentre impacchetta il mio eau de parfum di Chanel con il nastro tempestato di doppie C intersecate sul cappuccio a forma di Place de Vendome.

Parigi è una cioccolata e un croissant al burro al Café de Flore, il dehors lasciato alla calca dei turisti, per godersi la fioritura alle finestre del primo piano.  E immaginare l’ombra di Simone, Jean-Paul, Albert e forse una Lola, a pochi passi dalla Sorbona (ingiustamente chiusa ai visitatori) dalla quale uscivano a braccetto, magari a scambiarsi, come noi, il mughetto portafortuna del primo maggio.

Parigi poi si perde nella Metropolitaine, in una corsa sfrenata di cinque monelli gitani che inscenano lotte violente di pugni e calci e trionfi di ematomi sui tapis-roulant che collegano le linee: corrono à rebours, o approfittano della velocità per fare slalom tra i passeggeri, o ancora, distesi, si lasciano trasportare dal nastro dello scorrimano a pancia in giù, con le braccia tese a far l’avion. Pesti che si picchiano, si abbassano i pantaloni l’un con l’altro per dispetto, indossano lesti un bracciale appena rubato, urlano, frignano alla reazione di un parigino che si difende dal tentativo di borseggio e minaccia di portarli al “Commissariat”.

Lì è il confine della Parigi sognante dei turisti e la periferia delle Banlieues.

Parigi non è più un nobile dalla parrucca impomatata che si ostina a non guardare, per non vedere. Parigi è un budello multietnico: è la nuova, e più grande, Place Dauphine, nuova culla di un’origine globale.

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2 commenti on “Au milieu de Paris / Dentro Parigi”

  1. L. ha detto:

    Non dimentichi una passeggiata in avenue montaigne, mi raccomando 🙂


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