Al McDonald’s di Dachau

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Il viaggio in Baviera è cominciato, cronologicamente, dalla fine.

Attraversato il Brennero, alla stazione di Innsbruck è salita una coppia inglese. Lei ha aperto un libro e ha cominciato a parlarne con il suo compagno di viaggio. “A train of powder”, di Rebecca West: il personale reportage del processo di Norimberga di una grande scrittrice inglese.

Norimberga è la fine, nella stessa regione in cui le cose hanno avuto inizio: la Baviera porta il sigillo della totale, assoluta e contagiosa follia. Norimberga è la tragica prova dell’ontologia del diritto: troppo spesso in ritardo sulla storia, e sui suoi drammatici errori. L’epilogo atteso, che non ripara: sigla finale, macchina processuale razionale, che prova a proporre un volto umano per tracciare un nuovo, possibile, migliore futuro.

A Monaco ci si può trascinare per le birrerie e concludere così il viaggio: ma, dall’HB all’Augustiner, è lì dentro che Hitler, la sua oratoria e la sua NSPD sono cresciute, cullate tra la birra e i bretzle, il pane bavarese a forma di cuore. Sulle scale che portano al piano superiore dell’HB tante foto, ma nessun segno di quel che è stato. Alle pareti affreschi di tutte le epoche. Un vuoto, però: il Terzo Reich sembra non essere stato concepito in quelle stanze male illuminate, che profumano di fritto e crauti. Eppure, l’idea cattiva prima ancora che l’azione, è passata serpeggiando tra le sedie di legno scuro, i candelabri abbassati a mo’ di lampadario, i boccali di chiara schiumosa, le assi scricchiolanti del pavimento; quell’idea malata, frustrata e invidiosa è strisciata sui muri giallastri degli stanzoni, alitando sulle grandi finestre, adagiandosi sui piatti che sbrodolano grasso per saziare la pancia, annebbiando le menti e alimentando l’odio e un’oscura e rabbiosa brama di potere, di controllo e poi di sterminio.

Non c’è nulla, nel clima festaiolo degenerato di rutti (che sono più italiani che stranieri), che ricordi quell’ombra. Ma quell’ombra noi la sappiamo, passa nelle coscienze: è proprio lì dentro che è stata preparata la spallata lenta e sistematica contro una democrazia bella, ma fragile. La Weimar del 1919, le donne che votano, il Bauhaus che raccoglie le menti migliori della tecnica che si va a sposare con l’arte.

Cerco la città deformata delle tele di Kirchner: puttane e fumo, colori violenti. Dal Ponte al Cavaliere azzurro: dai tempi della grandiosa Mostra di Venezia (settembre 1997 – gennaio 1998), dai miei diciotto anni nuovi e curiosi, leggo Trackl, ho Kandinsky appeso al muro della mia stanza e sento l’Espressionismo come la corrente che mi contorce l’animo come nessun’altra mai.

A Berlino, nel 1998, ho raggiunto la Die Brueke, in una dolce periferia, una villetta tra i boschi dei sobborghi. All’uscita ricordo di aver mangiato un panino con il wurstel, con il mio prof. di Lettere che mi ha accompagnata: il resto della classe era andata al centro commerciale più grande di Berlino. Io non potevo perdere l’incontro con quell’amore fatto di tela e vernice scoppiato dentro le stanze di Palazzo Grassi.

A Monaco, quindici anni dopo, cerco il Lenbachhaus, per completare il percorso: la sede del Cavaliere azzurro è chiusa, apre a orario ridotto, nel fine settimana. Cartelli incerti, il sito web non dice nulla in inglese. Dal tedesco percepisco che il palazzo riapre in Marzo. Mi serve un’altra primavera, per tornare da Klee, Macke, Muenter, Marc e Kandisnky.

E’ allora, la porta chiusa davanti ai miei grandi amori di tela, una guardia che parla un inglese incerto facendo la ronda attorno al palazzo, che realizzo quanto sia fredda, e inesorabile, Monaco. Apriamo un ombrello nuovo comprato in un DM e ce ne andiamo a cercare la via per Dachau.

All’Infopoint chiediamo i collegamenti per il KZ-Memorial: passando da un sorriso cordiale da ufficio turistico a uno sguardo serio, l’addetto si irrigidisce percettibilmente. Non ci guarda mentre ci consegna una piantina della città: si limita a chiederci se siamo in auto.

No, rispondo.

Allora c’è il treno. Il treno S2.

E passa al prossimo turista.

Non insisto. Sembra di disturbare: è un problema, l’eredità scomoda.

Ma pensiamo convinti che ogni abitante di Monaco dovrebbe saper indicare a memoria la strada per Dachau.

Dalla stazione di Dachau al KZ son quattro chilometri: prendiamo l’autobus, perché si è messo a piovere.

Il clima che ci accoglie è quello che migliaia di persone nude, ferme al freddo per ore nello slargo centrale, hanno provato per dodici inverni (marzo 1933 – aprile 1945): piove ghiaccio, fa rumore sull’ombrello, le foglie secche rimaste sugli alberi scricchiolano rattrappite. Fa rumore la ghiaia mentre arriviamo al cancello con la scritta beffarda “Arbeit Macht Frei”.

Ho spento allora la macchina fotografica. Il senso del pudore, in uno con il senso del dolore, mi passa attraverso gli occhi: nessun filtro, nessun obiettivo. E’ il mio viso che deve vedere di cosa è capace l’uomo.

La nostra visita a Monaco finisce così: ci rimane ancora un giorno, ma gireremo come cani randagi a sbirciare da dietro le vetrine, senza più voglia di comprare, ormai ammorbati da tanto male cancellato e troppo burro negli Knodel.

Dachau ci ha stancati il cuore e la mente: con un senso di impotenza, all’uscita del campo ci siamo fermati a sbirciare qualche pubblicazione nel negozio vicino al KZ.

Poi abbiamo ripreso la via verso la stazione. E’ stato allora, sull’autobus, che abbiamo deciso assieme: “andiamo a pranzo al McDonald’s”.

Agli americani dobbiamo veramente tanto.

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