Ci siamo mangiati la rivoluzione

Hamburger_a_otto_stratiFino a poco tempo fa ho pensato che nei caffè, al mattino, ci fossero ancora troppe brioches: osservavo bar affollati dagli avventori del cappuccino accompagnato dal classico, fragrante, cornetto. Si sta ancora bene in Italia, nonostante la crisi.

Il Bel Paese, dove si mangia bene e si beve meglio, mi dicevo, non farà la rivoluzione, non scenderà in piazza coi forconi per dire basta agli sprechi e ai privilegi finché non ci sarà la fame: finché, insomma, le brioches non finiranno e da dentro il Palazzo qualcuno, con fare sprezzante e truffaldino, dirà al popolo prostrato “Hanno fame? Ma che mangino brioches!”. Allora, solo allora, pensavo convinta, finirà lo stillicidio quotidiano di squilibri e privilegi in questo Paese decadente, che non ama i suoi governati.

Poi ho capito che non sarà nemmeno così. Che quel che ho studiato, cioè che la storia ritorna ma non si ripete sempre allo stesso modo, è ineluttabilmente vero: così come non ci saranno nuovi Egizi a rifar le piramidi, non ci saranno nemmeno nuovi sanculotti a decollare regnanti, né tantomeno un nuovo vagone piombato da rimpatriare per realizzare i tre obiettivi “fuori dalla guerra, terra ai contadini, potere ai soviet”.

Non succederà di nuovo, una rivoluzione, perché nell’opulento Occidente manca la fame: le rivoluzioni degli affamati non sono più nostre. Non le possiamo più fare. Perché, in realtà, ci stanno togliendo la fame.

I fast food rigurgitano di gente sazia. I nuovi poveri ora mangiano: mangiano con un solo dollaro, un solo euro, e mangiano tanto. Ma mangiano male, diventano obesi. Ci si uccide lentamente di inedia alimentare. Cibo ce n’è e ce ne sarà per tutti: costerà poco, gonfierà la pancia, ingrosserà il ventre e le cosce.

Un po’ come nel cartone animato di “Wall-E ed Eva”. Dentro un’astronave che vaga nello spazio, ci sono gli eredi del genere umano: tutti son seduti su sedie comode, belli gonfi e pacifici, non alzano un dito e ricevono pietanze e bevande per rimpinguarsi e soddisfare il bisogno di sopravvivenza primario. Apatici e senza sentimenti: sazi, appagati, soddisfatti, non han più voglia di rivendicare coscienza e libertà, scelte e decisioni.

Così, se ogni giorno penso al privilegio di avere cibo nel piatto a colazione, pranzo e cena, ora penso anche a quanto la nostra coscienza, la nostra libertà e il nostro potere, come popolo sovrano, siano inversamente proporzionali alla privazione del benessere che ci agglutina i neuroni.

Non faremo mai più rivoluzioni, non riusciremo a ribellarci al sistema che mentre ci dà il cibo si alimenta e si arricchisce di privilegi e ingiustizie. Non urleremo, non scenderemo in piazza coi forconi: tutt’al più, comodamente seduti, irrimediabilmente assuefatti, riusciremo a fare un rutto in faccia a Vespa, pigiando il tasto del telecomando per cambiare canale

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