Venuto al mondo – Mixed feelings nei Balcani

«Mixed feelings», mi diceva Petra, la mia amica nata nella allora Jugoslavia, che parla sloveno e serbo-croato, mentre salivamo a Kuća Cveća. «Mixed feelings», per esprimere quel che pensa oggi la generazione dei trentenni del generale Tito. Sentimenti misti, mescolati, contrastanti, emozioni di pancia, viscerali, che sono assieme mancanza o nausea, rifiuto o nostalgia malcelata.

I Balcani son così: un groviglio che ti entra dentro come un pugno, ti toglie il fiato. Un’apnea, un’assenza, un desiderio continuo.

C’erano attorno i rosai in fiore, sul finire dell’estate, c’erano le fiaccole lignee delle olimpiadi giovanili appese alle pareti della stanza del mausoleo. C’era, in lontananza, il palazzo della polizia con i segni della guerra. E uno stadio tutto nuovo: ci siamo fermate prima a guardare dalle grate, e poi sulle gradinate, a parlare di quanti anni aveva lei, quando tutto era cominciato. O quando il passato era finito e cominciò a mangiarsi il futuro. Era partita dagli stadi, la guerra.

Finito di stampare nel mese di ottobre del 1991: è stampigliato nella terza di copertina “Jugoslavia. Suicidio di uno Stato”, di Dino Frescobaldi. Quell’anno mia sorella frequentava l’anno integrativo delle magistrali e si era scelta come  tema la fine della Jugoslavia. Le avevano consigliato quel libro: il più aggiornato. La guerra doveva ancora venire: io sbirciavo. A 12 anni era presto per capire. Sarà per quello che poi, quando è toccato a me, facevo ricerche sulle guerre balcaniche del 1912-1913 e ascoltavo rapita il mio prof. di lettere che ci leggeva le pagine di “Balkan Express”.

E si sentiva, oltre il confine, lo sfaldamento, lo sfinimento, il rifiuto di un’appartenenza alimentata da un polmone artificiale, e il rancoroso desiderio della scissione: dal socialismo sventurato, dal resto di una nazione che aveva voglia di farsi male per finire.

Si andava a fare benzina, a comprare la carne. Si andava d’estate a visitare l’ospedale partigiano di Franja con mio nonno, che la guerra l’aveva fatta. Poi, per un periodo, si smise di andare: erano le voci della guerra che arrivavano fino a noi, appena a 12 km dal confine. Quando tornammo in Slovenia, dai dinari erano passati ai talleri. Dicevano “tolar”: e sembrava di sentir dire dollaro. Avevano scavalcato il muro, la cortina, erano in Occidente: di qua, con noi. A inseguire il miraggio dell’Europa unita.

La Croazia ci mise di più: le bombe slabbravano palazzi, la costa, le fortezze dell’Adriatico. E fece in tempo a maturare la schizofrenia di mettere al bando le “cinque streghe” croate, cinque scrittrici femministe, che denunciavano gli stupri di guerra delle milizie serbe per essere crimini contro le donne, fossero esse musulmane, cristiane, ebree. Streghe, le chiamò Letica in un articolo anonimo, perché non marchiavano come sistematico mezzo di guerra l’atrocità serba di ingravidare le donne di altre etnie. Ma come deve essere uno stupro? Si può dire etnico, si può dire religioso? Come se non fosse già tutto, e abbastanza, il gesto: non sia la religione a determinare la gravità di un crimine, ma la violenza sulla vittima che lo subisce, che mentre lo vive sulla sua persona non sa nemmeno se può più credere in un dio, qualunque esso sia.

La Bosnia, Sarajevo, invece, furono prostrate, inginocchiate, umiliate, devastate. «Lettera 1920» di Andrić schizzava quei giorni dalle pagine: cristiani, ortodossi, musulmani ed ebrei iniziavano a mangiarsi di odio, che veniva dalle viscere e chiedeva sangue e devastazione. «I ponti» erano tutti un unico ponte, quello di Mostar: due monconi annichiliti a cercarsi in un’arcata immaginaria. Un desiderio di congiunzione, una mutilata mancanza.

Ho comprato “As if I am not there. A novel about the Balkans” di Slavenka Drakulić con Petra, in una libreria sulla Kneza Mihaila, a Belgrado. E’ un libro del 1999, parla di questo: c’è S., una giovane maestra bosniaca, che viene stuprata dai serbi, presa e imprigionata in un campo femminile, seviziata. Quando riesce a salvarsi e scopre di essere incinta, è troppo tardi per abortire. Ha dentro il male, figlio di un dio cattivo, che lotta contro di lei per vivere e venire al mondo. Mentre lo sfogliavo, Petra si guardava in giro e diceva: «è una cosa curiosa, è quasi bella, che questo libro su una donna bosniaca sia qui, su uno scaffale in Serbia».

Poi anche Belgrado ebbe la sua dose: Bilijana Srbilianović, che avrei visto anni dopo sul palcoscenico del Mittelfest di Cividale, raccontava la vita (di intellettuali e non) a Belgrado sulle pagine de La Repubblica, sotto le bombe intelligenti della NATO.

Mentre noi occidentali guardavamo al televisore il videogioco dei bersagli. E i servizi di Ennio Remondino davano voce, e qualche volta immagini, alla guerra che sbrodolava fuori dalle nostre coscienze: ogni volta pensavo che un cecchino l’avrebbe preso, stecchito.

Dentro “Venuto al mondo” c’è tutto questo. Ci sono i Balcani, c’è la guerra, c’è la forza irrazionale, il desiderio di vita e distruzione. Eros e Thanatos. C’è la ricca, bella donna occidentale che vuole tutto e tutto prende, senza nemmeno chiedere: riceve. E quasi non sa dire grazie. C’è l’occidente che si commuove alla televisione e poi torna a fare l’aperitivo. Ci sono gli intellettuali dei Balcani che non credevano alla guerra: e c’è l’odio che monta negli stadi. Ci sono i fotoreporter. C’è l’amore in un paese in pace che si sfilaccia dentro troppe cose, dentro al desiderio senza condizione di un figlio che non viene: ci sono provette, ormoni, medici, cliniche. Ci sono le scarpe da ginnastica con le luci, le donne che pagano per affittare uteri. C’è l’Occidente che compra tutto e paga sempre, in marchi. C’è la corsa al saccheggio cavalcando dentro un Est sempre più povero, sempre più indietro, sempre più umile e umiliato, che vende tutto per avere la possibilità di imitare la nostra vita. Poi ci sono gli stupri, i campi di concentramento femminili (e non so se la Mazzantini ha circolato quel che ha scritto la Drakulić, inventando Aska), la droga per sopravvivere al dolore e cercare la cosa bella. C’è la pietà. C’è il rimorso, il rimpianto. C’è il buco nero che tira tutto dentro, che inchioda al presente e si mangia il futuro: la guerra è morte; la mancanza di un figlio ti lascia sola con la tua, di morte. Poi ci sono i ricordi, dannatissimi e feroci ricordi: macerie per le strade e cocci scheggiati dentro il cuore. E poi ci sono amori diversi. Amori da grandi. Diverse possibilità per una necessaria riconciliazione nella sopravvivenza: le guerre finiscono, le persone vivono ancora.

Le pagine scritte danno il tempo di drenare le emozioni, di commuoversi, di lasciare che tutto scorra dentro e rapisca fino all’ultima pagina. Quelle cose lette, sentite, viste nei Balcani sono tutte lì dentro.

Ma la pellicola è fatta per chi ha letto il libro. Mancano troppe cose: e so che non tutte potevano starci. Manca Genova, mancano le foto delle pozzanghere, quelle dei piedi nella metropolitana che tappezzavano i muri della casa di Gemma e Diego. Mancano le telefonate senza parole di Diego. Mancano i capelli di Gemma che diventano via via più corti. Mancanze: sono le tracce balcaniche.

Ringrazio Castellitto per avermi risparmiato la clinica ucraina, per avermi risparmiato Anthe e la povera umiliazione di una madre che venderebbe suo figlio se il marito glielo consentisse. Lo ringrazio per non avermi fatto vedere le “Cupe vampe” della Biblioteca di Sarajevo. Per non avermi fatto vedere in faccia uno solo dei tiratori-sniper. Lo ringrazio per la fedeltà, senza personalismi, al libro e a sua moglie. Lo ringrazio per Gojko, bosniaco di quelli che ti lasciano attraversate. Tutto sommato, non mi sarebbe piaciuto un altro tipo di interpretazione. Il film vola basso, all’ombra di un libro riuscito. Poi Castellitto mi piace perché ha scelto la parte di Giuliano, buono e goffo, portatore di un amore diverso: però il rutto alla fine era di Pietro. Non di Gemma. Gemma ha già avuto tanto.

Nessun giudizio: «mixed feelings».

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4 commenti on “Venuto al mondo – Mixed feelings nei Balcani”

  1. dida ghini ha detto:

    “mixed feelings” rende benissimo.
    e tu, tu dovresti scrivere di più, ogni giorno, sempre.
    il film: da sola un pomeriggio, avevo un libro in borsa per mortificare tutti gli spot precedenti alla visione. a me la mazzantini non piace e castellitto nemmeno, dopo la sparata del concertone di un primo maggio mi hanno sempre dato l’idea de “la premiata ditta”. venuto al mondo libro è stato dirompente e mi ha fatta piangere. era impossibile trovar tutto nel film, ma quello che manca, per me, è più di quello che c’è.

    scrivi però. scrivi.

    dd.

  2. egginashorty ha detto:

    Ha ragione Dida. Dovresti scrivere di più! Grazie per questi piacevoli momento di lettura.


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