Andare a votare per amore

Quella volta mia madre era nei seggi, come scrutatrice.

Nel seggio itinerante del mio paese; non ricordo quale fosse la sede, perché è cambiata tante volte: una vecchia scuola, una latteria, poi una canonica, poi una casa privata presa in affitto dal Comune. Fino a quando hanno incorporato il seggio a quello del capoluogo: ormai, si votava senza più segreto dei risultati.

In un altro seggio vicino, di quelli da una decina di votanti, fu decisivo un referendum: una valanga di sì. Solo un no, che salvò l’anonimato degli altri. Ma chi quel no aveva votato, sapeva cosa avevano votato gli altri. Alle elezioni successive, un po’ per salvare l’anonimato del voto (ragione formale) e un po’ per ridurre i costi di gestione di un seggio (ragione di sostanza), il Comune accorpò al Capoluogo diversi seggi, annacquando i risultati, a volte veramente unici, della consultazione: nel mio paese, almeno una volta, si votò per amore. Mi spiego.

Dunque, dicevo che mia madre quella volta era scrutatrice. Era già una giovane mamma: ricordo di essere stata con papà a trovarla al seggio, quando ancora ero piccola e la staccionata di legno che divide il pubblico dalle cabine e dalle scartoffie dei seggi mi arrivava sì e no alla testa.

Erano cose da grandi, e a me piaceva andare a osservare quel traffico di persone coinvolte: tutti che si salutavano, votassero o meno la stessa coalizione.

Già, perché quella volta la partita era semplice: DC da una parte, PC dall’altra. I Socialisti a far da arbitro, corrotto (l’equivalente del cornuto calcistico, insomma), in mezzo.

Che poi, spettatrice di varie discussioni politiche in casa, ricordo di aver scritto per anni, a scuola “d.C.”, per dire “dopo Cristo”, facendo sempre molta attenzione a non usare la maiuscola per la “d.”, che sennò la sigla si poteva confondere con quella della Democrazia Cristiana.

Nella mia famiglia, del resto, mio bisnonno votò fino a cent’anni. Quando iniziò a votare lui, le donne non votavano ancora, il PC non era ancora stato fondato, la DC nemmeno: eppure, non cambiò mai coalizione. Riuscì a votare sempre per lo stesso partito. Cose che noi ci sogniamo.

Dunque, votare, partecipare. Poi il seggio del mio paese era un termometro importante: lo scrutinio si faceva in fretta. E quelli che erano i risultati del nostro seggio venivano matematicamente, e in maniera proporzionale, riflessi su scala nazionale. Certo, tutto questo finché il seggio non fu annacquato in quello del Capoluogo, come dicevo.

Dunque, quella volta mia mamma era nei seggi.

Durante lo scrutinio, in genere mio papà andava a sentire e prendere nota dei risultati. Faceva da delegato di lista. Quelli che cioè andavano a controllare, per una delle liste in lizza, che le operazioni di scrutinio avvenissero regolarmente. E poi per curiosità.

Ma, come usa dire, “curiosity kills the cat”.

Finite le operazioni di voto, il Presidente toglieva i sigilli all’urna ed estraeva, una a una, le schede. Quindi, leggeva a voce alta il voto espresso. Il segretario e uno scrutatore prendevano nota sui verbali. Un altro scrutatore, vicino al Presidente, verificava che tutto fosse corretto e poi riponeva la scheda, aperta, su un tavolo, in mucchietti divisi per partito, schede nulle e schede bianche.

Il Presidente scandiva a voce alta, per tutto il tempo.

Su una scheda si fermò un attimo. Sembrava indeciso. Poi sorrise, e disse: “Questa è nulla. Qui c’è un messaggio per Bianca”. Bianca, mia madre.

Un messaggio? Su una scheda elettorale?

Stava scritto, bello in grande e ben marcato con la matita copiativa, in stampatello su tutta la scheda, proprio così: “BIANCA O VUEI FA L’AMOR CUN TE”.

In Friulano, che vuol dire: “Bianca, voglio fare l’amore con te”.

Gli scrutatori si fecero una bella risata. Mia madre, pudica, arrossì e guardò mio padre.

Mio padre, che a un primo momento non capiva l’ilarità, si vide rivolgere gli sguardi divertiti, ammiccanti, di Presidente e scrutatori.

“Ce isal scrit?”, “Cosa c’è scritto?”.

“Eh. Qualcuno qui esprime passione per tua moglie… sarai mica tu?”

“Ma io non ho bisogno di una scheda elettorale! Ma chi diavolo è questo?” protestò, guardando mia madre. Il paese contava un centinaio di elettori, nei tempi d’oro.

“Ma cosa ne so io! Figuriamoci”, si difese mia madre, imbarazzata.

Dopo un momento d’ilarità, qualche dubbio, e qualche vaga ipotesi sull’adulatore segreto, che aveva buttato un voto per dire la passione che lo rodeva, proprio lì, nell’intimità del seggio, le operazioni di voto dovevano proseguire.

L’episodio fu liquidato, e verbalizzato, come “scheda nulla”, e quella confessione forte e definitiva, senza altra possibilità di interpretazione, chiara e limpida più di ogni altra espressione di voto, finì nel mucchietto delle schede nulle. Insieme ai perditempo che avevano scarabocchiato senza fantasia, messo croci ovunque, scritto nomi e disegnato altrettante cose amene. Ma via, quell’intenzione di voto era chiara: quell’elettore aveva votato l’amore, espresso nella giovane bellezza di mia madre. Al di là di vincoli e finalmente libero di dirlo: “nel segreto della cabina elettorale, l’amore ti vede, il marito no”. Una bella reinterpretazione, di portata immediata, di quel motto post-bellico che spaventava gli elettori. E poi, che originalità: invece dei soliti scalmanati disegni di falli, o della, ormai non più originale, ripetizione di turpiloqui contro i politici.

Quello era probabilmente l’unico voto sincero, umilmente devoto, segreto e, finalmente, libero. Il voto d’amore: una volta per tutte, nel mio paese.

Ricordo che mio padre, quella sera, era parecchio indispettito. E lo fu per molti altri giorni ancora. Si interrogò svariate volte su chi poteva essere quello sfrontato provocatore.

Mentre sono sicura che mia madre, giovane mamma davvero bella, non sapeva davvero chi fosse il segreto spasimante. Ma non dubito che, almeno un poco, quella dichiarazione risvegliò un sano narcisismo di donna poco più che trentenne.

L’episodi scolorì nel ricordo, ma ancora oggi mia madre parla dell’episodio con una punta di orgoglio, anche nel dire la cocente curiosità che mio padre non riuscì mai a soddisfare. E che per diverso tempo ritornava, di tanto in tanto, a galla.

L’elettore dell’amore rimase invece senza nome: continuò nell’anonimato il suo sogno proibito. Finalmente liberato, grazie a quella possibilità che lo Stato gli aveva concesso: il segreto dell’urna elettorale, veicolo per mettere agli atti, quasi gridare pubblicamente, la smania repressa e l’unico suo vero credo.

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3 commenti on “Andare a votare per amore”

  1. raffaele ha detto:

    C V F L CT

  2. egginashorty ha detto:

    è sempre così bello leggerti, cara Klara.
    E Bianca è così bella!
    Grazie per questi intensi momenti di lettura 🙂


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