Guardare, già sazi, una finale di Champions (o del perché sono interista)

Schermata 2015-06-06 alle 14.20.11Necessario disclaimer preventivo: trattasi di sfottò.

Per gli amici juventini: sappiate che, comunque vada stasera, noi ci siamo arrivati prima!

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Sull’onda dell’emozionante triplete del 2010, sentii l’esigenza di fissare i ricordi, ripercorrendo 30 anni di fede calcistica senza soluzione di continuità.

Oggi dedico il post a tutti gli interisti. E’ bello, sapete, essere sazi: aver raggiunto prima degli altri (in Italia) la storica triplete ci fa rosicare di meno. Anzi, ci lascia molto rilassati nel guardare la partita stasera: cosa che, va detto, ha molto dell’atteggiamento di superiorità così tipico dello juventino. Non c’eravamo abituati: perciò, è un piccolo godimento postumo anche questo!

Buona lettura, buona partita e buoni ricordi a noi!

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È una dolce sera di Maggio. Il Maggio sportivamente più dolce che un interista abbia mai vissuto.
È miele, è iniezione di glucosio che gonfia le vene, ma senza rischio infarto, ché quello gli interisti lo provano ogni singolo secondo dei novanta minuti calcistici, quei novanta minuti delle partite che durano una vita e che non sai mai se basteranno. Perché con l’Inter non sei mai sicuro. È sorpresa, sofferenza, reazione, trionfo oppure abbattimento, struggimento, demolizione.
No, questa sera c’è solo il godimento puro del palato, movimento rallentato, sorriso beato, occhio lucido, schiocco di lingua.
E scelgo questa dolce, dolcissima, sera per sciogliere l’interrogativo che incuriosisce molti, i molti che mi hanno chiesto come mai io sia interista. A chi lo devo. Perché questa “fede” indistruttibile?
C’è un percorso netto che riesco a tracciare lucidamente per tappe.
1988/1989 – 2009/2010: una parabola ventennale che mi ha preso per mano bambina e mi ha accompagnato all’”età forte”, e che ha avuto come asse di riferimento i colori nerazzurri. C’è un momento preciso nel quale ho avuto la mia coscienza calcistica. Il momento nel quale il dono della fede interista è sbocciato in me.
1989: compivo dieci anni, di lì a poco i muri sarebbero caduti, e Ceaucescu morto ammazzato. Chi l’avrebbe detto allora, nel “piccolo compendio del -mio- universo”, che poi la Romania mi sarebbe entrata nel cuore e nella mente, esattamente venti anni dopo?
Ma allora, nel 1989, io ero una bimba vivace, in un paese di soli maschietti coetanei, che qualche volta lasciava le Barbie per andare a giocare al pallone nel prato oltre il torrente, se possibile saltellando tra i sassi, quando non cascando in acqua. Ero una bambina che una volta almeno rovinò le scarpe da ginnastica nuove nuove, per essere quindi sonoramente sgridata dalla mamma al ritorno da un match (pure vittorioso).
I pomeriggi allora erano i compiti, le letture dalla biblioteca di classe e fare a gara a chi leggeva più libri. Bim Bum Bam non lo vedevo, perché da me Mediaset non aveva ancora bucato lo scorcio di cielo tra le mie colline. Allora c’erano solo i canali Rai. La “Melevisione” fu inventata più tardi, ma l’invasione della troupe televisiva di Mr. B. arrivò comunque in tempo per farmi innamorare, come Yu, di Toshio, che invece era innamorato di Creamy. L’amore era difficile e impossibile già al tempo dei cartoni animati.
Ma il 1989 è stato, prima di tutto, l’indelebile anno dello scudetto dei record: quello del Trap. Il 13mo, storico, scudetto.
Mio padre quella stagione riprese la moda che usò con mia mamma all’epoca del loro fidanzamento. Uscivano per cinema e pizza. Allora l’ordine era invertito, perché si andava a dormire prima. Ogni sabato lui la corteggiava portandola al cinema e poi offrendole la pizza per infine (quanta pazienza ci vuole con le donne) accompagnarla a casa nella storica Cinquecento bianca. Essendo lei di famiglia juventina, per correggerle il “difetto” mio padre le insegnò la formazione delle stelle, quelle che aveva ammirato a Milano durante i suoi venti anni magrissimi e poveri. Oltremodo innamorata, lei vinse la ragione di famiglia per pronunciare, dall’alto della sua bella figura, la “Poesia in movimento”: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez e Corso.
Adesso anche io li conosco, quei versi della Grande Inter del Mago Herrera, ma prima di avere una coscienza storica, sperimentai la coscienza del presente.
Era il tempo della mia formazione, l’unica imparata a memoria e mai più scordata, come al catechismo l’Ave Maria e il Padre Nostro e quei Sette vizi capitali che come i Sette nani non ci sono mai tutti.
La domenica mattina si divertiva a insegnarmi i nomi di improbabili re fenici (tutta colpa della Mostra storica sui Fenici che i miei mi portarono a vedere a Palazzo Grassi a Venezia proprio nel 1988). Tra gli altri c’erano, in ordine cronologico, Assurnasirpal, Assurbanipal e Tiglatpileser: immagino mio padre ridesse per l’irrazionale sforzo al quale mi sottoponeva (e che io eseguivo per sentirmi dire che era tutto giusto, verificando poi dalla brochure della mostra). Il pomeriggio era invece il turno della formazione dell’Inter. Evidentemente, c’era qualcosa che doveva arrivare a una svolta, nel 1989. Nell’Inter e, di conseguenza, in me.
La insegnò a me, la formazione, non a mia madre (che aveva la sua, allora inarrivabile), non a mia sorella, di sei anni più grande, anche perchè probabilmente lei si sarebbe ribellata.
Io lo trovavo divertente. Perciò: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena.
Scanditi ogni domenica, quegli omini avevano un nome che corrispondeva a un numero che corrispondeva a un ruolo: non come adesso, perché la rosa dei giocatori e il cambio delle strategie dei moduli non consente più di assegnare un numero a un ruolo. Questa è l’epoca della relatività calcistica.
Quei nomi correvano sul prato verde con la voce di Paolo Valenti a fare da cornice al 90° Minuto e alla mia danza davanti allo schermo quando partiva lo stacchetto musicale, preludio dell’attesa della sintesi dei goal dell’Inter: quelli ovviamente erano gli ultimi della serie. Prima ci si doveva sorbire la zona retrocessione, la zona grigia di metà classifica, e, sofferenza atroce (per imitazione dello stato d’animo di papà) lo stuolo delle rivali bianconere (il nemico numero uno, tanto che papà prese a segnarsi su un foglietto gelosamente custodito gli episodi a favore della Juve), rossonere (Mr B. aveva comprato da due anni la rivale cittadina – il dio interista esiste, perché ha voluto, per mia somma fortuna, che Mr B. abbandonasse le iniziali mire sull’Inter), giallorosse (che pure simpaticamente approvo, anche perché hanno un inno speciale. Non è il nostro, ritmato, irresistibile, pieno di assolute ovvietà da bar sport, ma “Grazie Roma” di Venditti ha il suo perché).
Poi quell’anno li vidi davvero, i giocatori: nella trasferta a Udine, fuori dall’Hotel Boschetti. Un nugolo di interisti stava lì fuori ad aspettare che i nostri facessero una passeggiata la mattina delle partita.
Uscì il Trap. Io avevo foglio e penna, ma non ci arrivavo. Mio padre allora prese il cuore in mano, mise la mano sulla spalla di Trapattoni e gli disse: “Trap, per cortesia”. E lui ci guardò: me, mia sorella e mio papà, e firmò il foglietto. Una bella firma, leggibile, non il solito scarabocchio…
La casacca aveva come sponsor “Misura”, quella dei dolcificanti e della pasta integrale. Non è escluso che qualche volta, quell’anno, abbiamo mangiato la pasta integrale Misura e usato il dolcificante, non si sa bene per quale imprecisata esigenza dietetica…

***

L’interista in procinto di vincere raggiunge livelli di preoccupante scaramanzia. Quell’inverno mio padre notò una strana coincidenza: se non si tagliava la barba, l’Inter vinceva.
Diventò il rito domenicale: nonostante le proteste di mia madre, il giorno di riposo il rasoio era off limits.
Sennonché, domenica 12 febbraio 1989, il caso volle che ci fosse la celebrazione per S. Valentino, protettore della comunità (per fortuna che è il santo dell’amore: a pensarci col senno di poi, valutati i danni, pare una barzelletta).
Ospite d’onore era la maestra Marisa, la mia maestra elementare, molto amata in paese. Veniva per il Santo, perché aveva un figlio di nome Valentino.
Sicché, quel giorno non ci furono invece santi per mio padre: rasarsi fu ordine da eseguire senza possibilità di appello.
Con il malessere di chi è scaramantico e sa che sta disturbando gli dei che pretendono invece ossequiosi e ripetitivi riti, mio padre eseguì.
Ovviamente, Fiorentina-Inter fu l’unica partita della stagione che l’Inter perse: finì 4-3.
Immaginate la felicità in famiglia quando papà, al ritorno dalla festa, accese finalmente la radiolina (il televideo non c’era ancora) e sentì il risultato…
La storica galoppata si concluse con cinque giornate d’anticipo: Inter-Napoli per entrare nella storia.
I miei erano in gita con i donatori di sangue del circolo: il pomeriggio io e mia sorella ascoltammo la partita e gioimmo. E registrammo (non ricordo se ci riuscimmo) con un primo VHS (marca Nordmende, quella me la ricordo ancora) il 90° Minuto per papà.
Gli anni che seguirono sono il ricordo delle gite fuori porta e mio padre con la radiolina che portava all’orecchio, di tanto in tanto e senza disturbare, per un fugace aggiornamento. E le domande di quelli che ci venivano incontro e che, poiché dotati di mogli proibizioniste che non consentivano l’uso della radiolina in pubblico, si avvicinavano per chiedere cosa faceva l’Udinese, cosa faceva il Milan, la Juve, ecc.
Quando chiedevano il risultato dell’Inter era fantastico: quello era un nostro fratello!
Appena si allontanava seguiva il mio appagato commento: “E’ dell’Inter come noi!”.
Ho fatto poi in tempo a crescere, a prendere la licenza media, il diploma scientifico e poi pure la laurea.
Ma nessuno scudetto.
Cominciò il walzer di allenatori, giocatori, tecnici. L’Inter fu messa in vendita.
Ho un ricordo nebuloso. Qualche nome di giocatore. Qualche allenatore, ma nulla più.
Finché nel 1995, al tramonto dell’era Pellegrini, Ligabue, al cospetto di Dio, chiese per tutti noi interisti: “Che tu sia un Angelo o un Diavolo, ho tre domande per te”. “Chi prende l’Inter?” era la prima domanda.
E la risposta arrivò colma di sogno: Massimo Moratti.
Moratti presidente: il figliolo come il padre, per inseguire campionati e coppe.
Passò Elio e le storie tese con la sua Ti amo campionato, nella quale si narrano gli episodi a favore della Juve (“ad esempio…”).
E Simoni, amatissimo da mio padre, che perse lo scudetto su un rigore negato a Ronaldo che fece segnare Del Piero.
Ci andammo vicino nel 2002. Terribilmente vicino.
Il 5 maggio 2002. Tre sul divano di casa: mio padre, io e il fidanzato che, da tifoso dell’Udinese, avevo convertito al culto dei colori del cielo e della notte.
Sul 3-2 per la Lazio mio padre se ne uscì di casa e rientrò tardi, ancora affranto dopo una passeggiata nei boschi. Io rimasi a vedere Ronaldo in lacrime. Immagine indelebile. Piansi incredula, inconsolabile.
Il mio fidanzato mi portò al Cinema Ferroviario a vedere “Sunday Bloody Sunday” di Paul Greengrass. Sembrava scelto con puntuale cura masochista. Riprese con telecamera a spalla, avevo la consapevolezza che la nausea derivasse da altro malessere, quando, riemergendo dal dramma narrato nel film, rivivevo la terribile scena del goal di Simeone. Nostro ex, che ci punì non si sa bene perché, con Materazzi che chiedeva la ragione di tanto accanimento, perchè proprio lui –quando era giocatore del Perugia – aveva consentito alla Lazio di scavalcare la Juve all’ultima giornata di campionato. Intanto, la Juve vinceva a Udine (cioè a casa mia) contro, come la definì Michele Serra nel lamento in memoria dell’Inter su Repubblica il giorno successivo, “un’arrendevole succursale bianconera”.
E per di più con uno smacco universitario: il prof. di diritto civile ci aveva per tempo professato a lezione la sua fede juventina e comunicato (quasi come un guanto di sfida) l’acquisto del biglietto per la partita Udinese-Juve per vedere la Juve vincere lo scudetto.
Sarà per quello che il diritto civile è ancora oggi la mia bestia nera…
Che altro ricordo? Anni di analisi. Mania di persecuzione, consapevolezza di avere ragione e di vedere gli altri sghignazzare.
L’ingresso all’Inter club dove non sai come sarai accettato la prima volta: perché donna e perché sei nuovo e potresti portare sfiga. Ma niente da fare. Non si vinceva, nemmeno nel pub della Guinnes e del Tucano.
Sì, certo, la UEFA: unico Cartizze stappato a livello europeo.

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Il mondo si è ricomposto una sera di giugno del 2006.
Studiavo per gli esami alla Scuola di Specializzazione a Padova. Un periodo intenso. Guido Rossi (che conoscevo per aver studiato qualcosa di suo a diritto commerciale ma non certo per la fede interista) si comportò come uno psichiatra che dice al suo paziente: “era tutto vero. C’era un complotto contro di te. Non sei malato. Non c’è nessuna mania di persecuzione. Ora alzati, cammina e vinci”.
Il 2006 è un altro anno di svolta: guarigione psicologica, scudetto ricucito là dove doveva stare, la media più alta alla SSPL, il Mondiale vinto con Materazzi, le prime prove come giurista, il fidanzato che avevo sognato (salvo poi svegliarmi dal sogno), la Juve in B e l’Inter a restare l’unica squadra mai retrocessa (questo elenco non è in rigoroso ordine d’importanza…).
Di lì a seguire è stato tutto in discesa: la felice scia degli scudetti, sempre al cardiopalma (18 Maggio 2008, Ibrahimovic che entra e ci salva a Parma).
Per arrivare allo storico 2010.
La cavalcata in Champions corona una stagione indimenticabile, dolcissima, romantica tanto da essere succosamente melensa.
Il divano questa volta è quello di casa di mia sorella.
Quando non si riesce a vedere la partita e capita di essere fuori assieme, c’è il telefonino con la radio. Lei lo ha voluto per una ragione precisa: se è fuori casa, deve poter sapere che cosa fa l’Inter.
Così capita che, in occasione dello shopping pasquale, siamo assieme a Cividale. Entriamo nel negozio di intimo, io vado a provare in cabina e lei, con elegante nonchalance, scosta la tendina e bisbiglia: Milito.
Ok, l’Inter è avanti. Siano lodati i cellulari muniti di auricolare che ci consentono di esultare a un solo sguardo anche mentre proviamo i vestiti, mantenendo intatta la nostra femminilità.
Intanto, arriva il Barça e l’Inter fa la partita storica: vince 3-1 a S. Siro. Quella sera il mio ex storico (quello convertito al culto interista) mi manda anche un mms da S. Siro con la foto della curva nord con la scritta “Madrid andiamoci insieme” (che diventa il mio sfondo nel desktop del portatile): l’ho stravolto al punto che continua a frequentare l’Inter club e a seguire la squadra fino a Milano. Ho fatto un buon lavoro, va detto.
Questo Maggio 2010 comincia in crescendo: Coppa Italia Roma-Inter (goal di Milito); Scudetto n. 18 Siena-Inter (goal di Milito) quando si temeva il peggio.
Fino al 22 Maggio 2010: Finale di Champions League al Bernabéu. La vigilia, il 21, è la giornata in cui perdo sei anni di vita tecnologica perché mi cade l’hard disk esterno, andando in pezzi.
Tabula rasa. Ma domani c’è la Champions, che allevia lo schock. Poi vedrò che fare: è un crescendo concitato di impevisti. E anche di possibilità!
Mia sorella sviluppa l’idea di fare il giro a Milano. Il dubbio è dilaniante: vederla con papà, colui che ci ha trasmesso il gene interista, o seguire il richiamo del cuore nerazzurro e raggiungere i nostri simili in piazza Duomo, per un’incredibile inondazione di emozioni straripanti?
La voglia di raggiungere gli amici milanesi che affettuosamente ci offrono ospitalità è senza misura. Quasi cediamo, siamo in zona stazione per i biglietti e poi, guardandoci negli occhi, vince, su tutto, la voglia di vederla assieme, assieme a papà, perché sennò non sarebbe storica e memorabile, quarantacinque anni dopo la sua ultima Coppa Campioni. Perché dobbiamo condividere e non importa dove, ma con chi. Come sempre e come tutto.
La location allora è quella standard: divano di mia sorella. Ma non c’è più scaramanzia.
Non ci sono riti. La bandiera la portiamo appresso dalla vittoria contro il Chelsea.
E poi in aumento fino alla serata della finale: rispolveriamo quella comprata da papà poco più che ventenne a S. Siro, quando non aveva abbastanza soldi per comprarsi il biglietto ed entrava allo stadio quando aprivano il cancello, per vedersi gli ultimi venti minuti della partita.
Anno 1965-1966: la vedi che è scritta a mano e poi stampata. Non come quelle di adesso, tutte perfette col design fatto al computer. E si comincia.
Inter-Bayern: Milito-Milito. Urlo, fischio, sfogo. Ci siamo bevuti l’Europa con due goal che sono uno più bello dell’altro. Abbiamo anche stretto i denti, ma sembrava incredibilmente facile…
Girotondo noi tre. Foto felice con la tripletta! Cartizze, Prosecco, oplà!
Siamo noi, siamo noi!
Il resto è noi due a fare da pilota (io) e copilota (mia sorella, con bandierone fuori dal finestrino) che allora sì possiamo andare a festeggiare con i nostri simili: strombazzando con l’Inno a tutto volume, è il battesimo interista della Yaris. Finché incontriamo altri simili e la gioia si mescola, si confonde e si moltiplica: come i baci di Catullo alla sua Lesbia, che questa sera sono per la nostra Pazza, Pazza Inter.
Questa dolcissima sera di Maggio vedo un ventennio di Inter che ha fatto un cerchio: un ciclo perfetto che si chiude. L’apoteosi raggiunta con un allenatore unico, intelligente, sprezzante, sicuro e semplicemente bellissimo. Che è stato nostro. Ne siamo innamorati: ci ubriacheremo di disperazione per il suo addio ma aspetteremo il prossimo, per dargli tutta la nostra fiducia.
Non ha importanza se arriverà il declino. La ruota gira. Ora abbiamo avuto tutto, abbiamo avuto il meglio. Tutto assieme. Quello che altri non hanno mai fatto.
Solo l’Inter, solo l’Inter.

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EXPO 2015 #2 – La mia EXPO

Ecco i padiglioni visitati ad Expo 2015, in ordine rigorosamente sparso. Potete cominciare il percorso da qualsiasi entrata: ricordatevi che la Terra è rotonda, quindi non c’è un inizio né una fine.

slovakia1) Slovacchia – Il mondo in tasca

Lungo viaggio, colazione in autogrill: impossibile rinunciare al trdelník dolce, caldo e profumato cucinato fuori dal padiglione mentre scatto qualche foto alle gigantografie delle teste di Franz Xaver Messerschmidt. Il primo padiglione, scelto a caso, mi dà immediatamente la dimensione della ricchezza artistica e creativa che aleggerà per tutto il sito espositivo. La Slovacchia si merita il primo “wow” e capisco che il livello è, da subito, elevatissimo. Un uovo d’oro, un uccello realizzato con gli strumenti di lavoro dei contadini, un albero di flauti. Sembra la biennale d’arte.

Tenete a mente questo padiglione quando, a forza di foto, avrete il telefonino scarico: ci sono delle poltroncine accanto a un pilone dell’energia dove potrete ricaricare gli strumenti mentre riposate.

2) Russia – Crescere per il mondo. Coltivare per il futurorussia elementi

E’ praticamente impossibile resistere alla tentazione del selfie a naso in su puntando al megaspecchio che tende verso il cielo.

Fatevi mettere il timbro all’ingresso e poi pronti al viaggio: si passa attraverso una pesante tenda che sembra quella di un cinema ed eccovi due megaschermi e una musica grandiosa che accompagna la proiezione degli elementi della grande Madre Russia.

Il primo padiglione è fatto di fotografie retroilluminate di tutte le erbe spontanee che crescono in Russia: se vi avvicinate, troverete anche il nome in latino, e in ciò risiede il messaggio universale, a tutti intelligibile, che ci viene dalla storia, da una lingua che è stata veicolo di civiltà.

russiaAl centro del primo salone trovate beute, becco bunsen, alambicchi in una luce chimica, reazioni in corso: ci stiamo avvicinando al grande Dmitrij Ivanovič Mendeleev. Sarà perché me lo chiese il commissario esterno all’esame di terza media, ma io il papà della tavola degli elementi me lo ricordo e lo rispetto.

Al piano superiore un omaggio artistico alle donne: le ragazze nel campo di Kazimir Malevich echeggiano tra le opere esposte, omaggio a una immensa potenzialità rurale, che si candida a essere granaio del mondo.

USA3) Stati Uniti – American Food 2.0: Uniti per Nutrire il Pianeta

Vi diranno che il padiglione USA è deludente. E’ perché non hanno sintonizzato la modalità ricettiva del messaggio su un Paese che unisce la potenza alla semplicità facendole trasmettere al Presidente Obama, che vi riceve appena salite le scale, comunicandovi la prontezza dell’America nell’accettare la sfida per la sicurezza alimentare in tutto il mondo.

Siete entrati in un granaio, dove una bella hostess si avvicina e vi fa notare l’orto verticale: 42 tipi di ortaggi ricoprono su pannelli in movimento la superficie esterna del padiglione. Hanno portato i semi dagli Stati Uniti, mi spiega, li hanno coltivati in uno spazio apposito a 20 km da Milano, poi li hanno posizionati in verticale: li raccolgono ogni giorno, li cambiano ogni 30.

Ecco: a questo punto è chiaro che senza ascoltare le guide a disposizione non si può capire il senso di tutti gli stand. Concedete il vostro tempo a chi si è lungamente preparato per questo padiglione che coniuga trasparenza, colture e modernità.

Il percorso video al piano terra è rapido, semplice, per tutti: vi prende poco tempo, piacerà anche ai piccoli. Gli americani sanno che il tempo di tutti è prezioso: quindi sono rapidi e immediati nella sintesi.

Poi non perdete l’occasione di passare allo spazio dedicato alla Food Truck Nation: hanno la lobster roll a 16 euro. Aragosta, dico. Se è troppo, concedetevi almeno un brownie.

Schermata 2015-06-02 alle 17.48.494) Cluster Zone aride – Eritrea, Gibuti, Giordania, Liberia, Mali, Mauritania, Palestina, Senegal, Somalia.

Cluster in cui è immediata la percezione delle capacità e possibilità ridotte di investimento.

Si lotta contro la desertificazione: in Giordania la sabbia diventa arte che riempie bottigliette di vetro, creando forme e paesaggi di incredibile precisione.

La Palestina offre l’olio e un panorama su tutte le tre grandi religioni che possono convivere: i simboli sono raffigurati da ulivi intagliati che hanno le radici nella stessa, identica, terra.

In Senegal si possono acquistare i prodotti della Sooretul: una startup di Dakar che vende prodotti tradizionali sfruttando le potenzialità del web.

L’Eritrea mostra un aratro a buoi attuale: rispetto al trattore dell’area della New Holland Agricolture è timido, ma ha la resistenza data dall’apprezzamento di anche una sola goccia d’acqua.

C’è lavoro da fare, anche nei padiglioni: questi Paesi vogliono esserci, partecipare, mettendoci volontà e saggia tenacia.

5) Cluster Isole mare e cibo – Caricom (Barbados, Belize, Dominica, Grenada, Guyana, Saint Vincent e Grenadine, Saint Lucia, Suriname), Comore, Corea del Nord, Guinea Bissau, Madagascar, Maldive

Parliamo di luoghi di una bellezza struggente: le foto non rendono del tutto giustizia a questi Paesi dalle condizioni eterogenee. Oggettistica e prodotti locali fanno da contorno a un mondo dall’alimentazione essenziale e sana.

6) Giappone – Diversità armoniosaSchermata 2015-06-02 alle 17.50.32

Mettetevi in coda e abbiate pazienza: il segreto è che si va più veloci di quanto dica il minaccioso messaggio sui minuti di coda all’ingresso. Affronterete un percorso a tappe in cui sarete guidati alla perfezione e che vi stupirà con effetti speciali prima di portarvi alla sintesi: il Giappone è tecnologia e tradizione e vi presenta il ristorante del futuro, in cui pietanze che rispettano il ciclo delle stagioni terrestri sono presentate in maniera efficiente e innovativa, conservando però la purezza dei prodotti.

Schermata 2015-06-02 alle 17.02.32Alla fine lo spettacolino cantato potrebbe far pensare a un intrattenimento da parco giochi: no, siete in Giappone e vi trovate davanti a una coppia in perfetto stile manga. Manca il karaoke, poi sarebbe perfetto.

Alla conclusione della visita trovate il ristorante oppure il fast food: deliziosa la tempura sul riso accompagnata dalla zuppa di miso. Piatto abbondante: l’opzione combo con una birra porta il conto a 25 euro. Data l’elevata qualità, la rapidità del servizio, il personale che vi spiega cosa state mangiando e la gentilezza di tutto lo staff, saranno soldi ben spesi.

uk7) Regno Unito – Coltivato in Gran Bretagna, condiviso globalmente

Sarete l’Ape Maya, vivrete l’esperienza di volare tra un prato di margherite e papaveri (sapientemente realizzato ad altezza dei vostri occhi, così vedrete cosa vede un’ape che vola rasoterra) e sarete guidati dentro un alveare.

Il padiglione inglese sceglie un tema unico e lo rende con una struttura architettonica che alla sera si illumina ed è ancora più sorprendente: le api, ecosistema organizzato e instancabile, si stanno estinguendo.

Vi sentirete per un momento Fabre, l’entomologo da cui trasse ispirazione Darwin ma che rifiutò le teorie evoluzioniste di quest’ultimo: gli inglesi mettono in campo brillantezza, estro e genio architettonico e ci catturano con un’idea unica, che riflette un mondo intero.

8) Francia – Produrre e nutrire diversamentefrancia

Una sorta di labirinto vi porta a una grotta, nella quale sono conservati i tesori alimentari di un Paese che della cultura culinaria ha saputo fare la propria bandiera. Mettetevi con il naso all’insù e aprite bene le narici: sarete accolti dal caldo profumo di un panificio con baguette appena sfornate. Continuate con il naso all’insù: la Francia, colline ondulate e morbida eleganza, vi mostra tutti i prodotti esponendoli in un percorso che esprime la ricerca di autosufficienza, nuovi modelli alimentari, quantità e qualità.

Nella bottega in fondo potrete assaggiare quel che avete visto nel percorso. Io ho ceduto ai macarons: di varie dimensioni e prezzi, io ho speso 10 euro per un cestino da 6, ma sono “quelli veri”, diffidate delle imitazioni!

Schermata 2015-06-02 alle 18.17.139) Paesi Bassi – Condividere, crescere, vivere

Alla sera, quando gli altri stand chiudono e avete voglia di festa (il clima è quello di un festival globale), fermatevi in Olanda.

Per averci vissuto e per aver passato il periodo di ricerca, studio, lavoro più felice della mia vita (non pensate alle droghe! In Olanda si vive bene anche senza!), tutto quel che è olandese a me piace a prescindere e lo trovo originale: qui si punta alla qualità della vita.

All’ingresso Troverete due mucche immerse con le zampe nell’acqua: una terra che lotta con l’acqua sa che, per poter sopravvivere, lo sforzo collettivo è la soluzione per il futuro.

Il prato, tipico della terra “piatta”, fa da base a un luna park con ruota panoramica: si passa tempo assieme, si cresce assieme, insieme si migliora la vita.

Potete bere una birra, assaggiare il formaggio gouda che viene offerto in assaggio con salsine al tartufo, piccante o dolce e portarvi a casa i mitici stroopwafel.

A me ha messo una gioiosa nostalgia dei bei tempi all’Aja e della grande festa per il compleanno arancione della regina.

giumenta10) Kazakhstan – La terra dell’opportunità

Che Astana avesse preso il volo dopo un grande slancio lo sapevo già, grazie a un amico politologo, ma che questo sia lo stand più bello in assoluto è stata proprio una sorpresa.Schermata 2015-06-02 alle 18.20.21

E’ imperdibile, nonostante la coda, anzi, nonostante gli italiani in coda, che riescono a dare il peggio di sé in maniera imbarazzante nel violare le regole dell’attesa e indispettendo i rigorosi kazaki.

Farete un viaggio nel nono Paese più grande al mondo per estensione: dalla storia al futuro, il percorso guidato si snoda fluido in un unico brivido emotivo.

Vi faranno assaggiare il latte di giumenta: acido e quasi frizzante al palato, dalle proprietà incredibilmente benefiche.

Sul filmato in 3D non vi rovino la sorpresa: vi dico solo che io mi sono commossa, per la bellezza, ricchezza e lo splendore di questo Paese.

Ricco anche il ristorante in uscita: per chi può e vuole, c’è anche il caviale del pregiatissimo storione beluga.

Viene voglia di andarci e visitare il Kazakhstan in occasione di Expo 2017, che sarà realizzato proprio ad Astana.

11) Corea del Sud – Sei ciò che mangicorea padiglione

I koreani sono potenti. E spietati: aver visto tanti loro film al Far East Film Festival mi ha preparata all’esposizione di Milano.

Subito la proiezione di un uomo pingue ai raggi x che cammina pesante (sensi di colpa alle stelle) e poi quella di un bambino che scava in terra e ci guarda, quasi a dire: hai finito tutto, sì? Non rimane nulla?

Si passa poi alla tecnologia estrema, avveniristica, che non dimentica la tradizione e le rende omaggio: lo spettacolo di luci celebra il “vaso luna”, un tradizionale vaso di ceramica che ricorda la forma della luna piena utilizzato per la conservazione degli alimenti.

La Corea insegna ad ascoltare il proprio corpo, a notare i segnali che ci manda, a rispettare i tempi, ad avere la pazienza per la necessaria fermentazione e quindi la conservazione dei cibi e del patrimonio alimentare.corea

Al termine il negozio è elegantissimo e con prezzi accessibili per i prodotti pregiati.

Potete poi scegliere tra un ristorante oppure un fast food: assaggiate quantomeno le alghe secche e bevete il drink fresco all’aloe, promosso al primo posto del mio personalissimo podio di migliore bevanda di Expo 2015.

12) Cina – Terra di speranza, cibo per la vita

cinaL’arrivo al padiglione è guidato da una breve e gradevole passeggiata in un prato di fiori color arancio, che ricorda il frumento maturo. La struttura dell’immenso palazzo è di bambù e racchiude i quattro temi scelti dalla Cina per il tema di Expo 2015: cielo, uomo, terra, armonia. Il baco da seta che fila lunghi eleganti tessuti e gli ombrellini appesi annunciano un padiglione che non dimentica la tradizione, pur approdando alla tecnologia estrema: una grande foresta di bambù con un apice di led, che, illuminati e osservati dalla terrazza del primo piano, rendono l’effetto di un’immensa coltura (di grano, di riso), che sfama 1,3 miliardi di persone e si candida tra gli Stati che possono offrire spunti e soluzioni per l’obiettivo “zero hunger”.

In uscita, profumo di ristorante cinese e involtini primavera a 2 euro.

anogola api13) Angola Cibo e Cultura, Educare per Innovare

La vera, grande scoperta di Expo 2015. La grandezza del padiglione annuncia un’esposizione di altissimo livello.

L’Angola è un paese giovane: la sua autonomia dal Portogallo (del quale conserva però la lingua nazionale) ha poco più di 40 anni, la guerra civile è storia recente, che ha compromesso lungamente i terreni coltivabili.

E giovane e con gli occhi scintillanti è il ragazzo che ci guida alla scoperta del suo Paese: elegante, entusiasta della sua terra, in un italiano perfetto ci raccoglie vicino a un alveare di legno e paglia, inizia raccontando del miele, sfiora un riferimento alle guerre recenti, passa al baobab, quindi ai piatti preparati col catato (un insetto commestibile e ricco di proteine che lui preferisce a un’aragosta, confessa), per arrivare all’anacardo (vi prenderà in giro ricordandovi che da noi arriva solo la parte finale, il seme, mentre il frutto è di gran lunga più buono). Quando finalmente le dogane sbloccheranno i carichi di prodotti angolani, il ristorante, già ottimo, vi offrirà tutto tra un mesetto circa.

Per ora accontentavi delle preparazioni da godere sulla terrazza oppure le proposte al bar del piano terra, dove almeno una lattina Blue di Guaranà e di maracuja vi restituiranno una piccola percentuale dell’esplosione di sapori di questo Stato tutto da scoprire.

“L’Angola ha mare e montagne: splendidi paesaggi e meravigliose potenzialità”. Soffre di nostalgia, la giovane guida, si sente.angola

Sfiora l’aneddoto dicendo di “una nonna morta a 106 anni con tutti i suoi denti in bocca, mentre io ho cominciato ad avere la carie quando sono arrivato in Italia” e proponendo la Coca Cola alternativa, come fanno a casa sua: “prendete i semi di cola, bicarbonato, zolletta di zucchero e si mescola. L’Africa ha tutto – conclude – , ma da noi i ragazzi non hanno i soldi per comprare la Coca Cola, perciò se la fanno da soli”.

Ecco: l’Africa ha tutto, e noi glielo portiamo via.

14) Argentina – L’Argentina ti nutreargentina

Potrebbe sembrare semplice: al primo piano si è accolti da un marchingegno meccanico che rappresenta omini di legno con in mano una valigia che scorrono su un percorso infinito, forse a simboleggiare le migrazioni – incessanti e incessabili – dell’uomo sulla Terra, intorno fotografie di migranti, quindi pannelli che riproducono l’immagine del mare. In realtà anche l’Argentina centra il tema dell’Expo 2015 allestendo con grande impegno quattro aree tematiche: l’Argentina nutre i suoi cittadini, nutre il mondo, nutre la conoscenza, nutre il dibattito.

Il padiglione offre anche musica e degustazioni al piano terra: è la terra del tango, dell’asado, dei vini.

Ristorante affollatissimo alla sera: ma, come per tutte le proposte, se è la vostra prima scelta sappiate che ogni coda vale l’attesa.

nepal15) Nepal – Sicurezza alimentare e sostenibilità per lo sviluppo

Il Nepal commuove per la bellezza della struttura purtroppo spoglia: l’esigenza, adesso, è altrove e noi, di fronte a un pannello che spiega la scelta del tema espositiva e tace – dignitosamente – sul perché dell’incompletezza, non possiamo che dare quantomeno un contributo economico e sperare che il padiglione possa presto spiccare tra gli altri per la sua meraviglia architettonica.

caffè16) Cluster caffè – Burundi, El Salvador, Etiopia, Guatemala, Kenya, Repubblica Dominicana, Ruanda, Timor Est, Uganda, Yemen

Imperdibili le foto di Salgado allestite da Illy: il lungimirante e impegnato guru del caffè ha fatto un bel lavoro, ma, per chi come me già conosce e apprezza il prodotto della mia regione, è più emozionante sedersi sugli sgabelli dell’Etiopia assieme a una donna che, in religioso silenzio ed elegante compostezza nei suoi abiti coloratissimi, vi versa in bicchierini di ceramica un caffè dal sapore diverso, esotico, sognante.

p.s. la mostra fotografica “Profumo di sogno” con gli scatti di Salgado si può visitare a Venezia fino al 27 settembre 2015 alla Fondazione Bevilacqua La Masa.

cacao17) Cluster cioccolato – Camerun, Costa d’Avorio, Cuba, Gabon, Ghana, Sao Tomé e Principe

Ammetto di aver ceduto: faceva caldo, erano le quattro di pomeriggio, desideravo una cosa fresca e mi son presa un cono gelato allo stand dell’italiana Pernigotti. Il cioccolato veniva da Sao Tomé e Principe e da Santo Domingo.

Un omaggio si deve dare alla pianta che ci regala il cibo degli dei: il cacao, nostro Signore del godimento.

Non saltate Cuba: è di casa qui e propone un’infinita serie di rum.

Per i golosi, il negozio è un trionfo di prelibatezze.

18) Afghanistan – Alimenti per la longevità, Afghanistan sorprendentemente reale

Il padiglione è inserito nel Cluster delle Spezie: lo zafferano è presentato come un gioiello; del resto, ha il colore dell’oro.

Ottimo il thè allo zafferano e il dolce alla crema di zafferano e pistacchi: finalmente soluzioni alternative al lombardissimo riso giallo!

19) Chile – El amor de Chile

Neruda gronda dal motto “perché in questo mondo tutte le cose parlano d’amore”.

Ho potuto fare solo un giro al negozio, perché era tardi: ma come si fa a resistere a certi succhi di frutta fatti da uva Shyraz, dallo Sauvignon, oppure al maqui (super frutta antiossidante), al mango? Ho riempito l’ultimo spazio che avevo nello zaino.

20) Bio-Mediterraneo

Sfiorato in chiusura, purtroppo: la sete porta verso l’enoteca siciliana, perché un passito fresco in una notte calda ti rimette in pace anche col tuo Paese dopo il giro del Mondo.

padiglione zero21) Padiglione Zero

Rispetto al mio ingresso, lo splendido Padiglione Zero era in fondo, ma poco importa: il messaggio vale sia come introduzione che come sintesi del percorso di Expo 2015.

Zero come “zero hunger”, “zero fame”: sfida e obiettivo delle Nazioni Unite, consentire a tutti un’adeguata alimentazione, energia e motore della vita, del progresso.

Allestito in maniera intelligente e curata: la biblioteca dei saperi è fantastica, incute rispetto e riverenza immediata. Abbiamo un patrimonio che solo se condiviso può essere conservato, alimentato e progressivamente migliorato.

Semi, piante, animali, evoluzione, città, sprechi e rifiuti. Il rapporto dell’uomo con l’alimentazione si snoda, in saloni mai didattici o scontati, fin dal principio: dalla nascita dell’agricoltura e della pastorizia, fino alle quotazioni borsistiche dei prezzi degli alimenti e al loro paradossale spreco.

L’immenso albero di 23 metri è un calco eccezionalmente realistico, che sfonda il tetto ed esce a prendere la luce.

Fa riflettere, questo padiglione, e se lascia qualcosa significa che Expo 2015 è andato oltre la sfida, cogliendo nel segno, come seme per i frutti delle menti future.


EXPO 2015 #1 – In difesa dell’EXPO

Schermata 2015-06-02 alle 17.07.09Colui che non si preoccupa di quello che mangia non saprà preoccuparsi di nient’altro.

(S. Johnson)

***

Tre considerazioni su quel che penso di chi critica e snobba l’Expo, soprattutto senza averla vista, prima di parlare della mia Expo.

Numero Uno.

“All’Expo non vado perché dietro questo evento c’è corruzione, interessi, malaffare, sfruttamento, iniquità”.

Se questa è la misura con cui decidete i luoghi da frequentare quando uscite di casa, allora molto probabilmente non dovreste andare al lavoro, perché il palazzo nel quale entrate ogni giorno potrebbe essere stato oggetto di qualche mazzetta; non dovreste portare i figli a scuola, né mandarli all’Università, perché lì dentro è probabile che ci sia un giro di interessi, di concorsi truccati, di privilegi.

Non solo, magari la vostra stessa casa porta segni di mala gestio del pubblico interesse.

Ma qui la colpa, infame e, laddove accertata, da punire senza esitazione, è del costume, non certo dell’evento.

Insomma, ci sono cose che l’uomo rovina (se italiano, gli viene anche meglio, è vero), ma la loro bellezza e importanza resta, in valore assoluto, immutabile, imprescindibile, non criticabile: tra queste vanno collocate il sapere, il lavoro, la cultura, l’alimentazione, i luoghi in cui gli umani si incontrano e si esprimono, in una sana competizione, che va dallo sport all’esibizione delle potenzialità tecniche e scientifiche, che tende al miglioramento delle sorti collettive.

Numero Due.

Diceva Samuel Johnson che “colui che non si preoccupa di quello che mangia non saprà preoccuparsi di nient’altro”. Abbiamo in casa una Expo che parla del bisogno più naturale di tutti: l’alimentazione, cioè la nostra fonte di energia.

L’alimentazione è imprescindibile, necessaria, ci accomuna a tutti gli altri umani: è per questo un bisogno da soddisfare, un diritto da tutelare, un dovere a cui prestare la massima attenzione, cura, studio, rispetto, curiosità.

Expo 2015 è dedicata a un tema che è straordinariamente vicino, accessibile, immediato. Non si deve essere ingegneri, artisti, architetti, né tantomeno chef. Si deve, però, essere obbligatoriamente curiosi. Chi non si preoccupa di avvicinarsi al più grande evento sull’alimentazione mondiale, non saprà preoccuparsi di null’altro: l’alimentazione è la nostra energia, è vita. Senza quella, non si parte.

Numero Tre.

Expo 2015 è esposizione, e fin qui basterebbe guardare ciò che ci mostrano, ma è anche esperienza che implica coinvolgimento dei sensi: si guarda, si ascolta, si annusa, si tocca, si assaggia.

Dall’esperienza si conosce, si arricchisce il sapere, si alimenta l’ingegno, si nutre l’intelligenza.

Il condimento essenziale della visita è la curiosità, e ce la dovete mettere voi: molto sarete aiutati dai creativi che hanno allestito i padiglioni, ma molto dovrete chiedere a voi stessi. Fatevi, e soprattutto fate, domande: incontrerete persone preparate, disponibili, desiderose di presentarvi la propria terra, esotica o a noi più vicina, comunque interessante e ricca delle più strabilianti e sconosciute (a noi) ricchezze.

Non restate sulla superficie e non cambiate padiglione come si cambia canale: il viaggio è, prima di tutto, impegno e crescita mentale.

Il risultato – garantito – sarà una stanchezza appagante, mista alla consapevolezza concreta e reale di abitare un pianeta incredibilmente ricco, da proteggere ad ogni costo.

Informazioni e consigli di base.

L’area è enorme – oserei dire grandiosa – e sgombero subito il campo da facili semplificazioni negative: non chiedetemi “che cosa salto?”.

Schermata 2015-06-02 alle 17.25.29Non c’è nulla di superfluo, nulla che può essere depennato con noncuranza: anche nei padiglioni più semplici, meno elaborati, meno ricchi, meno avveniristici, potrete intercettare un segnale, un elemento, uno spunto di riflessione. Anche di imbarazzo, se volete, per lo squilibrio che peserete con padiglioni ipertecnologici: questo sbilanciamento deve essere necessariamente riponderato e ricalibrato.

Mi sono stupita (per la mia ingenua ignoranza) a cercare di capire uno strumento che si è rivelato un aratro per buoi (attualmente in uso) nel Cluster delle Zone aride, come mi sono stupita sulle sedie della sala 3D del Kazakhstan (io che prima di Expo non ero mai stata in un cinema 3D).

Ogni Stato ha scelto di dare una propria interpretazione al tema: qualcuno ha proposto un unico argomento; altri richiedono la vostra attenzione su più aspetti; alcuni puntano sull’impatto emotivo; altri evocano viaggi in terre esotiche; altri ancora sono incompleti e noi facciamo il tifo perché possano concludere gli allestimenti prima possibile.

Schermata 2015-06-02 alle 17.25.00Più tempo avrete a disposizione, più completa e ricca sarà la vostra esperienza: perciò, pianificate due giorni. Altrimenti dovrete tornarci, garantito.

Il consiglio è quello del gitante tipico: scarpe comode, vestiti a strati, zainetto in spalla, che vi servirà per portare a casa tutte le cose per le quali sentirete l’esigenza di condivisione con qualcuno al vostro rientro, per diluire e drenare le emozioni della visita.

L’area si gira facilmente: il cardo e il decumano (adoro chi ha chiamato così le due principali vie!) sono ampi viali e il pubblico defluisce agevolmente.

Schermata 2015-06-02 alle 17.25.35E’ tutto pulitissimo: non c’è una cartina a terra, i raccoglitori dei rifiuti (inclusa la differenziata) sono frequenti e vengono svuotati così da evitare ammassamenti sgradevoli; ci sono tantissimi bagni, puliti e sempre forniti di tutto (sapone, carta, ecc.).

C’è il wi-fi e ci sono zone per ricaricare la batteria. Ci sono spazi per sedervi e riposare, anche all’ombra. C’è molta sicurezza in divisa per i padiglioni. Insomma: chi ha organizzato sa che ci starete parecchie ore e ha fatto in modo che vi troviate a vostro agio.

Non si mangia gratis, ma non sarete derubati.

Non spaventatevi dalle voci messe in giro sui prezzi: è vero che ci sono ristoranti nei quali ci si siede e si paga di più (o parecchio), com’è vero che ci sono offerte accessibili a tutti che offrono preparazioni accurate, raffinate, di ottimo livello. Ho pranzato, saziandomi con 25 euro, in Giappone e ho cenato con 13 euro in Korea del Sud. Nel mezzo, dolci e bevande dall’Afghanistan all’Angola, all’Etiopia, al Chile, alla Francia.

Potete cominciare la visita da qualsiasi entrata: ricordatevi che la Terra è rotonda, quindi non c’è un inizio né una fine.

Recuperate il passaporto dell’Expo e riempitelo dei timbri dei Paesi visitati. Vi servirà, all’uscita, per rifare il percorso con la vostra memoria emotiva.

***

Faccio ancora un appello, e non sarà l’ultimo, agli indifferenti.

Expo 2015 in Italia è uno di quegli eventi che non si può né si deve ignorare: non andando ad Expo 2015 non solo saprete molte meno cose che, col senno di poi, ritengo insopportabile non conoscere, ma sappiate anche che, rifiutando questa possibilità, amerete la Terra, questa magnificenza estrema, con meno emozione e trasporto di chi, invece, ci andrà.

E adesso vi accompagno nel mio viaggio, raccontando i padiglioni che ho, per ora, visitato: cliccate qui.


“Il racconto dei racconti – Tale of tales” (regia di Matteo Garrone): ognuno c’è per l’ossa e per la pelle.

Schermata 2015-05-18 alle 23.52.47La sceneggiatura era già scritta: cruda, crudele, spietata. Come solo le fiabe sanno essere. Le fiabe originali, intendo, non le versioni edulcorate della Disney (che pure adoriamo, specie sotto Natale).
Garrone, per recuperare dall’oblio “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, ci ha messo la magia, quella del cinema: costumi, fotografia, scenografia, musica e regia impeccabili. La sua è una pellicola di grande impatto visivo, di rara eleganza, che non ha nulla da invidiare – per la resa reale degli elementi di fantasia – alle colossali trasposizioni tolkeniane di Jackson.

Ma qui è la storia del nostro passato: è il richiamo alle origini, a letture perdute, che scava dentro una lingua dimenticata, elaborata, oggi per noi incomprensibile e quindi tradotta, che sarebbe da leggere a voce alta per essere meglio colta – forse anche minimamente compresa – nelle sue ricchissime sfumature.

Re, regine, orchi e draghi marini, streghe, foreste, funamboli e mangiafuoco, gemelli, cuori strappati dal petto, tornei per avere in moglie una principessa, latte miracoloso, pelle scorticata per insegnare a noi una morale che annaspa tra pulsioni, crudeltà, voglie: le sequenze da brivido e le lunghe battute d’arresto rendono, grazie a una regia eccezionale, crudamente reale la fiaba. La telecamera ci tira dentro la scena: siamo noi a correre rasente i muri del labirinto dietro ad Elias, a vedere Viola che ci viene incontro per scappare dall’Orco, a camminare dietro alla vecchia scorticata.

Ho più volte chiuso gli occhi, più volte distolto lo sguardo, più volte son rimasta a bocca aperta, io bambina: stupita, spaventata, meravigliata, disgustata. Per vedere “Il racconto dei racconti” bisogna abbassare la guardia e lasciarsi portare dentro un mondo in cui le passioni si incoraggiano, si dissetano, mettendo in gioco la pelle, fino a scalfirla.

Il film è ricco di elementi evocativi, poderoso nelle citazioni, nei rimandi, ricamando un incastro che confluisce tutto dentro la stupenda fortezza di Castel del Monte. Ma le mura dei castelli hanno brecce vulnerabili: come la pelle, corazza sottile e fragile, motivo costante dei tre racconti, che gioca con le donne, mettendo alla prova l’umana presunzione, vanità, tracotanza.

La pelle tradisce il patrimonio genetico del drago marino vissuto al riparo dalla luce e che sulla terra genera figli albini come Jonah ed Elias; è specchio implacabile del tempo che passa per Dora; è infine scherzo della natura reso oggetto di un torneo in cui la superbia reale tracima in tragedia, ma anche in occasione di riscatto, per Viola.

E’ il nostro perimetro: ci limita dentro un confine, tradisce quel che siamo, svela la nostra origine costretta nel tempo e nello spazio. A momenti chiediamo il buio, per nasconderla, oppure la rinneghiamo, per averne una nuova; vogliamo sapere da dove viene, a chi appartiene, per controllare noi soli la natura. Ma più forte della pelle, e del suo colore, è la sua totale assenza: “non si può separare ciò che è inseparabile”, ciò che proviene dalla stessa acqua, dallo stesso essere marino che si è spiaggiato e ha dato il suo cuore mandando, per una sconosciuta magia, le sue schegge per il mondo.

Film da non perdere: voto 5/5


Febbre gialla alla fine del giro del mondo – Far East Film Festival 17 Udine

Schermata 2015-05-04 alle 00.04.59Quando uno fa il giro del mondo finisce per prenderla, la febbre gialla: non conto più il numero di fine settimana trascorso fuori casa, e le pause pranzo rubate mangiando in scatole di plastica il riso e le verdure che mi cucino di notte.

So solo che, quando ho cominciato questo tour, sulle Dolomiti nevicava e non era ancora ufficialmente primavera.

E lì ho chiuso l’inverno con l’ultima ciaspolata al rifugio Scoiattoli di Cortina, posto dell’iniziazione della mia grande passione per le scarpinate da backpacker in montagna. Al cinema doveva ancora uscire Wilde, per dire.

Sono andata a cercare il mio alter ego, la Slivovice, a Praga (di cui tengo ancora al caldo la recensione, tra mille appunti e foto da sistemare), perché solo un distillato può contenere l’essenza di una donna di spirito.

E ho finito per mescolarmi pericolosamente con l’assenzio, scoprendo così che la città di K., coalizzata con il genio di David Cerny appeso per le strade, aveva scalzato in due giorni il primato di città del mio cuore detenuto da oltre un decennio dall’amatissima “rote Wien”.

Sono passata dai 0 gradi di Venceslao ai 30 di Satchmo a New Orleans, a sentire il profumo di una primavera incantata dai fili di perle sulle querce del Garden District e a sconfiggere l’alligatore delle bayou addentandolo nel po’boy innaffiato dal Sazerac dei locali jazz di Frenchmen street: mi sono inebriata del profumo di un’estate profonda e caraibica, quella che nel 2014 mi si è completamente negata.

Al ritorno, in lotta serratissima con il jet lag, non potevo che prendere la febbre gialla, catapultata in Asia: tempo di Far East Film Festival a Udinè (con l’accento, come lo pronunciano gli ospiti venuti dal lontano oriente), la manifestazione internazionale più esotica che si possa immaginare in una cittadina di confine.

Nove giorni di occhi a mandorla: 61 film in totale nell’elegante teatro cittadino.

Ne ho visti 25, alternando il lavoro (carico e particolarmente intricato in questo periodo) alle proiezioni.

Ma con la collaborazione del gruppo di amici cinefili, altrettanto febbricitanti, non ne abbiamo perso uno.

Uno squadrone di poco più di dieci persone, tutte capaci di vedere cinque proiezioni al giorno ed esserne entusiasta davanti al calice finale nell’enoteca allestita al teatro.

Oggi, primo giorno del post FEFF, un hangover cumulativo che dovrà essere smaltito lentamente, tornando presto alla normalità (più o meno i tre film giorno di Truffaut del suo motto: “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte”).

Spendo ancora poche parole per l’organizzazione: Sabrina Baracetti, presidente del Centro Espressioni Cinematografiche e Direttrice artistica del Festival, è colei che guida da diciassette edizioni uno degli eventi più importanti in Occidente sul cinema asiatico.

Ha certamente una grande squadra alle spalle, magistralmente condotta, e alleati di pari importanza (Thomas Bertacche della Tucker film su tutti).

A lei va ritualmente il palcoscenico per le presentazioni: sempre misurata, emozionata, appassionata e partecipe; cede lo spazio agli ospiti, parca nelle sue apparizioni, non prevale mai. Coinvolge invece il pubblico, rendendo il (giusto) ruolo di protagonista a chi con affetto dimostra negli anni fedeltà alla sua creatura.

Ho in mente il breve passo con cui indietreggia quando offre il microfono agli ospiti: un gesto di profonda stima e rispetto per i maestri, le celebrità e le promesse del futuro che vengono a Udine per proporre le loro opere.

A lei va la mia massima ammirazione e stima.

Ecco, ogni anno, quando finisce il FEFF, penso che dalla Baracetti vorrei sentire ancora qualcosa: è una persona dalla quale c’è molto da imparare.

***

Di seguito il mio elenco, per non dimenticarmi più di questa fantastica edizione.

Dragon Blade – Hong Kong. Jackie Chan sul palco è elastico come lo è nei film. Vedere la leggenda dal vivo è stato un grande privilegio. Il blockbuster porta un messaggio di pace ante litteram. Brody fa il romano cattivo, Cusack il romano buono. Inno in latino da brividi. Voto 3/5

My ordinary love story – South Korea. Una sdolcinata angoscia: il fidanzato premuroso e sfigato che non ti aspetti abbia un debole per la macelleria umana. Voto 2/5

The last executioner – Thailand. Un Pierrepoint versione buddista che suona Elvis e uccide senza obiettare, perché il braccio della morte è “alla fine della cascata”. Voto 5/5

La la la at rock bottom – Japan. Licia e i Bee Hive mi piacevano. La musica offre la possibilità di una nuova vita. Voto 3/5

The gifted – The Philippines. Anne Curtis Smith è un idolo: nel film è bella, intelligente e stronza; ovvio che una così se la cava sempre con un semplice: “I’m sorry”.

“Intelligence is the new black. Smart is the new sexy” è diventato il motto del FEFF17. Voto 3/5

Women who flirt – China. Fare il maschiaccio è un problema: quando l’amico storico si innamora di te, lui pensa di essere gay. Finale con geniale omaggio a Ghost. voto 3/5

Confession – South Korea. L’assicuratore cerca sempre di fotterti. Troppi legami, durata di venti minuti in eccesso. Voto 2/5

The royal tailor – South Korea. Costumi fantastici, storia senza lieto fine, ma immensa. Notevole l’attore Go Soo. Voto 5/5

Kung Fu Jungle – Hong Kong/China. Botte da orbi con massima espressione delle arti marziali, ma trama prevedibile, per non dire assente. Voto 1/5

Rubbers – Singapore. Il preservativo è letale: dramma surreale con slanci divertenti. Voto 2/5

Sara – Hong Kong. La prostituzione minorile per le strade della Thailandia. Film importante, ma a tratti stucchevole. Voto 3/5

Make room – Japan. Alla claustrofobia giappo siamo abituati. Qui ci chiudono nella sala trucco di un set pornografico. Ma il confronto con “Be my baby” dell’edizione FEFF16 è in perdita: quello era geniale. Questo osa, ma non prende il volo. Voto 1/5

Café. Waiting. Love – Taiwan. Simpaticissima fiaba che frulla insieme caffè, uomini in bikini per una scommessa persa, un cavolfiore al guinzaglio, un angelo, la morte, un mafioso buono, l’amore. Mi ha convinta, da rivedere. Voto 4/5

How to win at checkers – Indonesia/USA/Thailand. Delicato sguardo su come si parte militari partecipando a una lotteria. Lo spaesamento viene dalla disinvoltura con cui il film approccia l’omosessualità e la transessualità. Film poetico, che offre uno sguardo affettuoso sui protagonisti. Voto 4/5

Cart – South Korea. Lo sciopero è un diritto sacrosanto. Voto 4/5.

My love, my bride – South Korea. “A piedi nudi nel parco” versione a mandorla. Voto 3/5.

The last reel – Cambodia. Film importante, che racconta in maniera rispettosa e senza pesantezza il dramma violento di un Paese che ha ingoiato attori, registi e artisti sgraditi a Pol Pot. Un buco nero nella filmografia cambogiana dal quale si sono salvati solo 30 film. Argomento del quale dovremmo tutti sapere un po’ di più. Voto 5/5

Gangnam blues – South Korea. Durissima tenere il filo delle gang coinvolte in questa storia anni Settanta. Delinquenti in abito elegante: Lee Min-ho va tenuto d’occhio. Voto 3/5

My brilliant life – Souht Korea. Storia insolita su un ragazzo malato di progeria: inesorabile nell’epilogo, eppure delicata e coinvolgente. Lacrime sul finale: film che merita successo. Voto 4/5

20, once again! – China. E anche con questo ho visto una Cina che non conoscevo: molto occidentale, dagli interni alle stradine di città. Commediola simpatica (chi non vorrebbe avere di nuovo venti anni?), ma non al livello di Woman who flirt. Voto 3/5

Port of call – Hong Kong. Un tizio confessa l’assassino di una sedicenne; il poliziotto non gli crede: vuole capire il motivo. Film truce (sangue, testa mozzata e feto inclusi). C’è chi è uscito dalla sala. Io ho chiuso gli occhi, ma un film senza suspense non regge solo con un cadavere macellato. Voto 1/5

The man with three coffins – South Korea. Film restaurato del 1989. Sfondi colorati in giallo, blu o rosso a seconda del flash back e del tema (come se il mondo fosse osservato dai vetri colorati raccolti per strada, ci svela in sala Darcy Paquet). La stessa attrice interpreta la moglie morta del protagonista, una prostituta che muore soffocata tra le convulsioni e un’infermiera (mi ricordava il Bunuel di “Quell’oscuro oggetto del desiderio”). Il protagonista invece ha problemi di erezione. Viaggio spirituale in paesaggi montani che sembrano la nostra Carnia con la Amariana innevata. Sonoro disturbante, danza sciamanica finale lungo le sponde di un lago. Splendida l’immagine del traghetto tra le onde che evaporano. Senza voto perché fuori concorso.

Siti – Indonesia. Neorealismo in bianco e nero. Film lento, duro e di imponderabile tristezza. Lascia un senso di nausea (in perfetto stile Moravia) per i lunghi piani sequenza e l’ineluttabilità dell’epilogo. Il film è anche ben fatto, ma la durezza è implacabile. Voto 2/5

Forget me not – Japan. Come vedere “South of the border, west of the Sun” di celluloide. Chi ama Haruki Murakami, e ammette qualcosa di paranormale, sa. Splendido l’omaggio ai “400 colpi” di Truffaut. Voto 5/5

The taking of Tiger Mountain – China/Hong Kong. Sono crollata per la stanchezza. Qualche proiettile al rallenty di troppo: non è il mio genere. Voto 2/5


Dixieland Chronicles #1 – New Orleans Nights

All good New Orleanians go to look at the Mississippi at least once a day. At night it is like creeping into a dark bedroom to look at a sleeping child–something of that sort–gives you the same warm nice feeling, I mean.

(S. Anderson)

Amo New Orleans.

È una Parigi creola con clima caraibico.

Città di maghi, di musica, di spezie, di spiriti.

Che gli Squirrel Nut Zippers scoperti a San Pietroburgo abbiano registrato qui un album, che io ci trovi Mucha appena salutato a Praga nei poster originali delle gallerie retró di Royal Street, che il Django Reinhardt adorato alla Kursaal di Scheveningen nel periodo del mio dorato esilio olandese sia ringraziato in ogni cd autoprodotto dalle band di strada che creano l’atmosfera gitana di New Orleans, è la sintesi epifanica (ormai disperata che invece sboccia inaspettata) di lunghi anni di ricerche e amori di nicchia, scoperti inseguendo segrete alchimie nei miei pellegrinaggi nomadi nella Mitteleuropa.

Ritrovo tutto dentro un immenso mosaico umano, artistico, profumato, musicale.

Un’ubriacatura che prende il petto, scende nel ventre e là trova il ritmo inebriante del cuore, la sua dimora pulsante.

Di giorno NOLA ha il fascino innocente di una località balneare con case di legno color pastello, profumo di Golfo e una leggera brezza marina.

Le case “haunted” non fanno paura, ma rimane sempre il dubbio che dietro le tende ci sia il fantasma di Jean Lafitte che cerca il prossimo bottino.

Ho trovato a Royal Street gli artisti che a Mont Martre non ci sono più, sopraffatti da saltimbanchi truffaldini che accalappiano con il gioco delle tre carte gli eserciti di nostalgici cercatori di tele.

I palazzi curvi che sembrano abbassarsi per guardare lo spettatore dell’atelier di Linda McCluskey al 54 di Rue de Rivoli sono reali nel quartiere francese di New Orleans. E le tele della coppia Calice e Pao esposti nella galleria di Royal emergono dalle pennellate attendendo le luci serali dei lampioni a gas.

La calda notte di New Orleans, nonostante ci si conceda i ricercati, squisiti e altrettanto costosi piatti al Doris Metropolitan, potrebbe concludersi con una certa delusione a Bourbon Street.

Entrando dalla Canal, la Bourbon accoglie con quel che appare come un ricordo naïf della “House of the Rising Sun”: non un bordello, ma un innocente sexy shop che di creolo non ha più nulla.

Per strada si è presto assaliti dalla ressa, da troppe collane di perle colorate da lanciare sulle querce del Garden District al Mardì Gras, dalle intermittenze di un violento odore di piscio e vomito che qua e là copre la frittura di French fries, da musica country, rock, hip hop, oppure blues, quando va bene.

Ma di ragtime non c’è brandello di nota, di ritmo.

È appena il caso di rifugiarsi nel piccolo e prezioso “Arnaud’s French 75 bar” per un Oaxacan cocktail e poi tornare a cercare, con lo sguardo liquido e mobile, quella New Orleans nascosta e voluttuosa che non si scorderà più.

Lasciata la calca a Bourbon, la magia voodoo si compie a Frenchmen Street, vivo scorcio sugli anni venti: affresco conservato intatto, nostalgico ricordo di un’era morbida e decadente.

La via si srotola in una serie di locali, di luci, di musica che celebra Satchmo e lo fa duettare con Django.

Un’invisibile Hushpuppy, regina delle terre selvagge del delta del Mississippi, ci accompagna ad assaggiare gli alligator bites, ubriacati in una salsa cajun, insieme alla Gumbo-yaya che sa di terra e di mare e alla Jambalaya di freschi shrimps.

Il Sazerac fa il resto, allungando la notte e rendendola leggera, tra le pale che ruotano sul soffitto facendo volare il caldo dei Caraibi.

Ce ne andiamo a dormire al mattino a braccetto come due Huck e Finn ormai cresciuti ma sempre dispettosi, approdati nel Ventunesimo secolo sognando una casa sull’albero.

Salutiamo l’immenso Mississippi, le luci che si allungano tremanti, allunghiamo un braccio ondeggiante verso l’ultimo battello notturno, che forse è il primo del mattino.

È come fare una carezza, concedere uno sguardo di dolce approvazione sul fiume che fa l’amore col mare.

(St. Louis Bay, 7 aprile 2015)


Vento, Vukojebina e Slivovice

(foto Corbi da La Pecora Nera)

(foto Corbi da La Pecora Nera)

Notte da lupi: pioggia a rovesci e vento forte, che si infila fischiando tra le fessure dei muri e delle finestre di casa.

Un gatto solitario che cercava riparo si è impossessato della mia sedia a dondolo in terrazzo.

L’avrei lasciato fare, se non mi fosse scappato un urlo scomposto vedendo la creatura sconosciuta muoversi mentre le passavo accanto, cercando non so più cosa: è sparito volando per le scale, tuffato in giardino, per andare a nascondersi sotto chissà quale altro tetto.

Notte inquieta: è il vento, chiama forte.

Si dice che Rebecca West, durante i viaggi che le fornirono il materiale per la sua monumentale opera sui Balcani, sia stata affascinata dal termine vukojebina, che viene usato per indicare un posto remoto, desolato, impervio.

Letteralmente, la vukojebina è il riparo nel quale i lupi si ritirano per accoppiarsi.

E vukojebina è anche il nome che ha il mio rifugio per la notte, al riparo dal vento forte, dal mondo: un avamposto selvaggio, impervio e isolato, ma sicuro.

Mi devo svegliare prima dell’alba; ultimi segni sulle mappe, ultime note sui libri, ultimo sguardo agli appunti.

C’è un viaggio verso Est, per andare a incontrare l’altra mia identità: la Slivovice, che tutto comprende.

Perché per esser slave dentro si deve saper amare i lupi, aspettare con ansia il vento forte che soffia sul Ponte del Diavolo ed essere donne di spirito.